In questo quadro, desidero richiamare l’attenzione su due falsificazioni della santità che potrebbero farci sbagliare strada: lo gnosticismo e il pelagianesimo.
Sono due eresie sorte nei primi secoli cristiani, ma che continuano ad avere un’allarmante attualità.
Anche oggi i cuori di molti cristiani, forse senza esserne consapevoli, si lasciano sedurre da queste proposte ingannevoli.
In esse si esprime un immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica.
Vediamo queste due forme di sicurezza dottrinale o disciplinare che danno luogo «ad un elitarismo narcisista e autoritario dove, invece di evangelizzare, si analizzano e si classificano gli altri, e invece di facilitare l’accesso alla grazia si consumano le energie nel controllare.
In entrambi i casi, né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente».
Lo gnosticismo suppone «una fede rinchiusa nel soggettivismo, dove interessa unicamente una determinata esperienza o una serie di ragionamenti e conoscenze che si ritiene possano confortare e illuminare, ma dove il soggetto in definitiva rimane chiuso nell’immanenza della sua propria ragione o dei suoi sentimenti».
Grazie a Dio, lungo la storia della Chiesa è risultato molto chiaro che ciò che misura la perfezione delle persone è il loro grado di carità, non la quantità di dati e conoscenze che possono accumulare.
Gli “gnostici” fanno confusione su questo punto e giudicano gli altri sulla base della verifica della loro capacità di comprendere la profondità di determinate dottrine.
Concepiscono una mente senza incarnazione, incapace di toccare la carne sofferente di Cristo negli altri, ingessata in un’enciclopedia di astrazioni.
Alla fine, disincarnando il mistero, preferiscono «un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo».
Facciamo però attenzione. Non mi riferisco ai razionalisti nemici della fede cristiana.
Questo può accadere dentro la Chiesa, tanto tra i laici delle parrocchie quanto tra coloro che insegnano filosofia o teologia in centri di formazione.
Perché è anche tipico degli gnostici credere che con le loro spiegazioni possono rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo.
Assolutizzano le proprie teorie e obbligano gli altri a sottomettersi ai propri ragionamenti.
Una cosa è un sano e umile uso della ragione per riflettere sull’insegnamento teologico e morale del Vangelo; altra cosa è pretendere di ridurre l’insegnamento di Gesù a una logica fredda e dura che cerca di dominare tutto. (GE 35-39)

Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. 
Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti.
Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune.
La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona.
«Cosa c’è di più bello di una mano tesa? Essa è stata voluta da Dio per donare e ricevere.
Dio non ha  voluto che essa uccida (cfr Gen 4,1ss) o che faccia soffrire, ma che curi e aiuti a vivere.
Accanto al cuore e all’intelligenza, la mano può diventare, anch’essa, uno strumento di dialogo». 
Ognuno può apportare la propria pietra alla costruzione della casa comune.
La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali.
Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse.
In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno.
Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana.
Cento anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, mentre ricordiamo i giovani caduti durante quei combattimenti e le popolazioni civili dilaniate, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura.
Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità.
È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia.
Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace.
Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza.
Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.
Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti.
Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati.
La testimonianza di quanti si adoperano per difendere la dignità e il rispetto dei bambini è quanto mai preziosa per il futuro dell’umanità.

Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi.
Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a coloro che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera.
Non è così.

Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova.
Sei una consacrata o un consacrato? Sii santo vivendo con gioia la tua donazione. Sei sposato?
Sii santo amando e prendendoti cura di tuo marito o di tua moglie, come Cristo ha fatto con la Chiesa. Sei un lavoratore? Sii santo compiendo con onestà e competenza il tuo lavoro al servizio dei fratelli.
Sei genitore o nonna o nonno? Sii santo insegnando con pazienza ai bambini a seguire Gesù.
Hai autorità? Sii santo lottando a favore del bene comune e rinunciando ai tuoi interessi personali.

Lascia che la grazia del tuo Battesimo fruttifichi in un cammino di santità.
Lascia che tutto sia aperto a Dio e a tal fine scegli Lui, scegli Dio sempre di nuovo.
Non ti scoraggiare, perché hai la forza dello Spirito Santo affinché sia possibile, e la santità, in fondo, è il frutto dello Spirito Santo nella tua vita.

Quando senti la tentazione di invischiarti nella tua debolezza, alza gli occhi al Crocifisso e digli: “Signore, io sono un poveretto, ma tu puoi compiere il miracolo di rendermi un poco migliore”.
Nella Chiesa, santa e composta da peccatori, troverai tutto ciò di cui hai bisogno per crescere verso la santità.
Il Signore l’ha colmata di doni con la Parola, i Sacramenti, i santuari, la vita delle comunità, la testimonianza dei santi, e una multiforme bellezza che procede dall’amore del Signore, «come una sposa si adorna di gioielli».
Questa santità a cui il Signore ti chiama andrà crescendo mediante piccoli gesti.

Per esempio: una signora va al mercato a fare la spesa, incontra una vicina e inizia a parlare, e vengono le critiche.
Ma questa donna dice dentro di sé: “No, non parlerò male di nessuno”.
Questo è un passo verso la santità.
Poi, a casa, suo figlio le chiede di parlare delle sue fantasie e, anche se è stanca, si siede accanto a lui e ascolta con pazienza e affetto.
Ecco un’altra offerta che santifica. Quindi sperimenta un momento di angoscia, ma ricorda l’amore della Vergine Maria, prende il rosario e prega con fede.
Questa è un’altra via di santità. Poi esce per strada, incontra un povero e si ferma a conversare con lui con affetto.

Anche questo è un passo avanti.

Tutto questo è importante. Tuttavia, quello che vorrei ricordare con questa Esortazione è soprattutto la chiamata alla santità che il Signore fa a ciascuno di noi, quella chiamata che rivolge anche a te: «Siate santi, perché io sono santo» (Lv 11,44; 1 Pt 1,16).
Il Concilio Vaticano II lo ha messo in risalto con forza: «Muniti di salutari mezzi di una tale abbondanza e di una tale grandezza, tutti i fedeli di ogni stato e condizione sono chiamati dal Signore, ognuno per la sua via, a una santità la cui perfezione è quella stessa del Padre celeste».
«Ognuno per la sua via», dice il Concilio. Dunque, non è il caso di scoraggiarsi quando si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili.

Ci sono testimonianze che sono utili per stimolarci e motivarci, ma non perché cerchiamo di copiarle, in quanto ciò potrebbe perfino allontanarci dalla via unica e specifica che il Signore ha in serbo per noi.
Quello che conta è che ciascun credente discerna la propria strada e faccia emergere il meglio di sé, quanto di così personale Dio ha posto in lui (cfr 1 Cor 12,7) e non che si esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui.
Tutti siamo chiamati ad essere testimoni, però esistono molte forme esistenziali di testimonianza.
Di fatto, quando il grande mistico san Giovanni della Croce scriveva il suo Cantico spirituale, preferiva evitare regole fisse per tutti e spiegava che i suoi versi erano scritti perché ciascuno se ne giovasse «a modo suo».
Perché la vita divina si comunica ad alcuni in un modo e ad altri in un altro.

Tra le diverse forme, voglio sottolineare che anche il “genio femminile” si manifesta in stili femminili di santità, indispensabili per riflettere la santità di Dio in questo mondo.
E proprio anche in epoche nelle quali le donne furono maggiormente escluse, lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi spirituali e importanti riforme nella Chiesa.

Possiamo menzionare santa Ildegarda di Bingen, santa Brigida, santa Caterina da Siena, santa Teresa d’Avila o Santa Teresa di Lisieux.
Ma mi preme ricordare tante donne sconosciute o dimenticate le quali, ciascuna a modo suo, hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza.

Questo dovrebbe entusiasmare e incoraggiare ciascuno a dare tutto sé stesso, per crescere verso quel progetto unico e irripetibile che Dio ha voluto per lui o per lei da tutta l’eternità: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato»

Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati.
Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio, perché «Dio volle santificare e salvare gli uomini non individualmente e senza alcun legame tra loro, ma volle costituire di loro un popolo, che lo riconoscesse secondo la verità e lo servisse nella santità».
Il Signore, nella storia della salvezza, ha salvato un popolo.
Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo.
Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo.
Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere.
In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante.
Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, “la classe media della santità”.
Lasciamoci stimolare dai segni di santità che il Signore ci presenta attraverso i più umili membri di quel popolo che «partecipa pure dell’ufficio profetico di Cristo col diffondere dovunque la viva testimonianza di Lui, soprattutto per mezzo di una vita di fede e di carità».
Pensiamo, come ci suggerisce santa Teresa Benedetta della Croce, che mediante molti di loro si costruisce la vera storia: «Nella notte più oscura sorgono i più grandi profeti e i santi.
Tuttavia, la corrente vivificante della vita mistica rimane invisibile.
Sicuramente gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia.
E quali siano le anime che dobbiamo ringraziare per gli avvenimenti decisivi della nostra vita personale, è qualcosa che sapremo soltanto nel giorno in cui tutto ciò che è nascosto sarà svelato».
La santità è il volto più bello della Chiesa.
Ma anche fuori della Chiesa Cattolica e in ambiti molto differenti, lo Spirito suscita «segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo».
D’altra parte, san Giovanni Paolo II ci ha ricordato che «la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e protestanti».
Nella bella commemorazione ecumenica che egli volle celebrare al Colosseo durante il Giubileo del 2000, sostenne che i martiri sono «un’eredità che parla con una voce più alta dei fattori di divisione».

I santi che ci incoraggiano e ci accompagnano

3. Nella Lettera agli Ebrei si menzionano diversi testimoni che ci incoraggiano a «[correre] con perseveranza nella corsa che ci sta davanti» (12,1).
Lì si parla di Abramo, di Sara, di Mosè, di Gedeone e di altri ancora (cfr 11,1-12,3) e soprattutto siamo invitati a riconoscere che siamo «circondati da una moltitudine di testimoni» (12,1) che ci spronano a non fermarci lungo la strada, ci stimolano a continuare a camminare verso la meta.
E tra di loro può esserci la nostra stessa madre, una nonna o altre persone vicine (cfr 2 Tm 1,5).
Forse la loro vita non è stata sempre perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore.

4. I santi che già sono giunti alla presenza di Dio mantengono con noi legami d’amore e di comunione.
Lo attesta il libro dell’Apocalisse quando parla dei martiri che intercedono: «Vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano reso.
E gridarono a gran voce: “Fino a quando, Sovrano, tu che sei santo e veritiero, non farai giustizia?”» (6,9-10).
Possiamo dire che «siamo circondati, condotti e guidati dagli amici di Dio.
Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo.
La schiera dei santi di Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta».

5. Nei processi di beatificazione e canonizzazione si prendono in considerazione i segni di eroicità nell’esercizio delle virtù, il sacrificio della vita nel martirio e anche i casi nei quali si sia verificata un’offerta della propria vita per gli altri, mantenuta fino alla morte.
Questa donazione esprime un’imitazione esemplare di Cristo, ed è degna dell’ammirazione dei fedeli.
Ricordiamo, ad esempio, la beata Maria Gabriella Sagheddu, che ha offerto la sua vita per l’unità dei cristiani.
(da Guadete et exsultate)

Inoltre sottolineiamo l’urgenza di individuare in ogni contesto comunitario delle figure adulte di riferimento capaci di accompagnarci personalmente.
Abbiamo bisogno di guide, preti e adulti, adeguatamente formati per tale missione, con cui camminare in un rapporto uno a uno, che sappiano ascoltare e far emergere le nostre domande, che ci spingano a mete alte per la nostra vita, che ci aiutino a comprendere il progetto che Dio ha per noi e capaci di farci crescere nel nostro cammino umano e di vita cristiana.
Sappiamo che spesso facciamo fatica a ritagliarci tempi adeguati per il nostro cammino personale e che non sempre rispondiamo agli inviti che ci vengono fatti.
Chiediamo però di ripensare insieme proposte e cammini di gruppo, calibrati su tempi, modalità e percorsi nuovi, che davvero incrocino le nostre domande e interpellino le nostre vite, supportati da adulti significativi.
In più ci sembra opportuno che ogni comunità individui una o più persone che abbiano a cuore la Pastorale dei Giovani.
Vorremmo inoltre che le proposte diocesane tenessero maggiormente conto dell’estensione della nostra Diocesi e fossero meglio pubblicizzate.
A seguito del nostro discernimento, abbiamo individuato degli ambiti su cui puntare per crescere come cristiani consapevoli e coerenti: l’affettività e le scelte della vita, la spiritualità, l’attenzione alle tematiche sociali e ambientali, al lavoro e alle povertà. In particolare sull’affettività, sentiamo urgente confrontarci su alcuni temi che ci coinvolgono da vicino come la sessualità, l’omosessualità, le separazioni, il divorzio, le convivenze. Su questi temi riteniamo fondamentale conoscere quale strada traccia la Chiesa per la formazione personale, una maggiore consapevolezza e così poter compiere un vero percorso di discernimento.

Carissimi amici, siamo arrivati al cuore dell’estate anche quest’anno e noi non potevamo non farci vivi con la manifestazione più attesa e partecipata della comunità di Villafranca.
In questi  ultimi tempi si sta parlando abbastanza delle sagre, nei suoi aspetti belli e nelle sue fatiche.
Da una parte una generosità encomiabile di tantissime persone che si mettono al servizio con gratuità per la riuscita di un evento portatore di gioia e di soddisfazione; dall’altra il peso di una organizzazione sempre più complessa e impegnativa da gestire e portare avanti con responsabilità e competenza.
In ogni caso sentiamo che la sagra resta un appuntamento inaggirabile, espressione di una comunità cristiana che sa stare insieme, all’insegna dell’amicizia e del lavoro volontario, per creare spazi di incontro e di sana festa paesana.
E per non scostarci dal percorso fatto durante l’anno pastorale vorremmo vivere questi giorni proprio come un esercizio di fraternità, dove ci alleniamo a intessere rapporti di collaborazione che ci aiutino a crescere nella fiducia reciproca e nell’apertura verso gli altri, con tutti.
I piatti forti che offriamo sono quelli che conosciamo: il degustare pietanze di primo livello, musica per giovani e non, ricchi premi alla lotteria e il tocco di storia paesana attraverso una mostra fotografica che presenta immagini significative delle famiglie di Villafranca del nostro recente passato.
Infine per non dimenticare il senso forte della nostra sagra, oltre alle celebrazioni religiose della domenica 5 agosto in Santuario (la Sagra dei Ferai non lo dimentichiamo trova proprio lì la sua origine e ispirazione), inizieremo con il piede giusto giovedì 2 agosto con una Eucaristia di apertura nel giorno in cui rilanciamo la prima serata all’insegna della comunità che cerca di vivere la fraternità.
A questo punto possiamo dire che non manca proprio niente, a parte una cosa: la tua presenza per fare la festa ancora più bella.
Ti aspettiamo!

E' diventato un appuntamento importante per la nostra parrocchia a metà giugno vivere la Festa della Comunità.
Non è un momento in cui chiudiamo qualcosa o ne iniziamo un’altra, bensì un’occasione per dire grazie al Signore, celebrare i tanti doni ricevuti e scambiati in questo anno pastorale che il Signore ci ha concesso.
E’ stato un tempo di esercizio nella fraternità, come dovrebbe essere sempre una esperienza di chiesa, in sintonia con il vescovo Claudio e tutta la diocesi; in un desiderio di rinnovamento, anche attraverso le forme di partecipazione (rinnovo del Consiglio Pastorale e del Consiglio di Gestione Economica) che portano nuovo slancio nel cammino della comunità e dei gruppi; con uno sguardo orientato alla nuove generazioni con la quali si è vissuto un Sinodo di riflessione e di proposte creative adatte a un cambio di epoca e di cultura giovanile; sentendoci in missione, spinti dall’esperienza forte vissuta a marzo con i frati francescani e che abbiamo in qualche modo rivissuto con intensità nel pellegrinaggio di ringraziamento ad Assisi la settimana scorsa assieme a tutta l’Unità Pastorale.
Questa domenica siamo tutti invitati a celebrare la Santa Messa in Patronato alle ore 10.00 e poi condivideremo un momento fraterno.
Ci sarà un gesto simbolico importante: la consegna di una pergamena dove ogni gruppo attivo scriverà una parola che esprima la missione che si è vissuta finora nella comunità e quella a cui ci sentiamo chiamati da ora in poi.
Questo gesto sarà collegato con la S. Messa che celebreremo giovedì 2 agosto all’inizio della Sagra paesana, che quest’anno inizierà per la prima volta con una celebrazione eucaristica.
In quel contesto ogni gruppo presenterà il proprio impegno di missione e lo lancerà.
Dopo la Messa saremo invitati a continuare la festa comunitaria di inizio sagra con uno spirito di fraternità, mangiando insieme (su prenotazione).
La Festa della Comunità è l’occasione per ringraziare tutte le persone che vivono la propria fede in modo attivo, con la preghiera, con l’impegno formativo, con il servizio generoso e gratuito, con la collaborazione in tante forme e modi anche sconosciuti.
Chiediamo al Signore che il profumo di Cristo continui ad accompagnarci e attirare altre persone alla vita della comunità vissuta nella fraternità.

Vi è uno stile mariano nell’attività evangelizzatrice della Chiesa.
Perché ogni volta che guardiamo a Maria torniamo a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto.
In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti.
Guardando a lei scopriamo che colei che lodava Dio perché «ha rovesciato i potenti dai troni» e « ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52.53) è la stessa che assicura calore domestico alla nostra ricerca di giustizia.
È anche colei che conserva premurosamente «tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
Maria sa riconoscere le orme dello Spirito di Dio nei grandi avvenimenti ed anche in quelli che sembrano impercettibili.
È contemplativa del mistero di Dio nel mondo, nella storia e nella vita quotidiana di ciascuno e di tutti.
È la donna orante e lavoratrice a Nazaret, ed è anche nostra Signora della premura, colei che parte dal suo villaggio per aiutare gli altri «senza indugio» (Lc 1,39).
Questa dinamica di giustizia e di tenerezza, di contemplazione e di cammino verso gli altri, è ciò che fa di lei un modello ecclesiale per l’evangelizzazione.
Le chiediamo che con la sua preghiera materna ci aiuti affinché la Chiesa diventi una casa per molti, una madre per tutti i popoli e renda possibile la nascita di un mondo nuovo.
È il Risorto che ci dice, con una potenza che ci riempie di immensa fiducia e di fermissima speranza: «Io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
Con Maria avanziamo fiduciosi verso questa promessa, e diciamole:

Vergine e Madre Maria, tu che, mossa dallo Spirito,
hai accolto il Verbo della vita nella profondità della tua umile fede,
totalmente donata all’Eterno,
aiutaci a dire il nostro “sì” nell’urgenza, più imperiosa che mai,
di far risuonare la Buona Notizia di Gesù.
Tu, ricolma della presenza di Cristo,
hai portato la gioia a Giovanni il Battista,
facendolo esultare nel seno di sua madre.
Tu, trasalendo di giubilo, hai cantato le meraviglie del Signore.
Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce con una fede incrollabile,
e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione,
hai radunato i discepoli nell’attesa dello Spirito
perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice.
Ottienici ora un nuovo ardore di risorti
per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte.
Dacci la santa audacia di cercare nuove strade
perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne.
Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione,
madre dell’amore, sposa delle nozze eterne,
intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima,
perché mai si rinchiuda e mai si fermi
nella sua passione per instaurare il Regno.
Stella della nuova evangelizzazione,
aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione,
del servizio, della fede ardente e generosa,
della giustizia e dell’amore verso i poveri,
perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra
e nessuna periferia sia priva della sua luce.
Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli,
prega per noi. Amen.
Alleluia.

Maria è colei che sa trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce e una montagna di tenerezza.
Lei è la piccola serva del Padre che trasalisce di gioia nella lode.
È l’amica sempre attenta perché non venga a mancare il vino nella nostra vita.
È colei che ha il cuore trafitto dalla spada, che comprende tutte le pene.
Quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia.
È la missionaria che si avvicina a noi per accompagnarci nella vita, aprendo i cuori alla fede con il suo affetto materno.
Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio.
Attraverso le varie devozioni mariane, legate generalmente ai santuari, condivide le vicende di ogni popolo che ha ricevuto il Vangelo, ed entra a far parte della sua identità storica.
È lì, nei santuari, dove si può osservare come Maria riunisce attorno a sé i figli che con tante fatiche vengono pellegrini per vederla e lasciarsi guardare da Lei.
Lì trovano la forza di Dio per sopportare le sofferenze e le stanchezze della vita.
Come a san Juan Diego, Maria offre loro la carezza della sua consolazione materna e dice loro: «Non si turbi il tuo cuore […] Non ci sono qui io, che son tua Madre?».
Alla Madre del Vangelo vivente chiediamo che interceda affinché questo invito a una nuova tappa dell’evangelizzazione venga accolta da tutta la comunità ecclesiale.
Ella è la donna di fede, che cammina nella fede, e «la sua eccezionale peregrinazione della fede rappresenta un costante punto di riferimento per la Chiesa».
Ella si è lasciata condurre dallo Spirito, attraverso un itinerario di fede, verso un destino di servizio e fecondità.
Noi oggi fissiamo lo sguardo su di lei, perché ci aiuti ad annunciare a tutti il messaggio di salvezza, e perché i nuovi discepoli diventino operosi evangelizzatori.
In questo pellegrinaggio di evangelizzazione non mancano le fasi di aridità, di nascondimento e persino di una certa fatica, come quella che visse Maria negli anni di Nazaret, mentre Gesù cresceva: «È questo l’inizio del Vangelo, ossia della buona, lieta novella.
Non è difficile, però, notare in questo inizio una particolare fatica del cuore, unita a una sorta di «notte della fede» – per usare le parole di san Giovanni della Croce – quasi un «velo» attraverso il quale bisogna accostarsi all’Invisibile e vivere nell’intimità col mistero.
È infatti in questo modo che Maria, per molti anni, rimase nell’intimità col mistero del suo Figlio, e avanzava nel suo itinerario di fede»

Con lo Spirito Santo, in mezzo al popolo sta sempre Maria.
Lei radunava i discepoli per invocarlo, e così ha reso possibile l’esplosione missionaria che avvenne a Pentecoste.
Lei è la Madre della Chiesa evangelizzatrice e senza di lei non possiamo comprendere pienamente lo spirito della nuova evangelizzazione.
Sulla croce, quando Cristo soffriva nella sua carne il drammatico incontro tra il peccato del mondo e la misericordia divina, poté vedere ai suoi piedi la presenza consolante della Madre e dell’amico.
In quel momento cruciale, prima di dichiarare compiuta l’opera che il Padre gli aveva affidato, Gesù disse a Maria: «Donna, ecco tuo figlio!».
Poi disse all’amico amato: «Ecco tua madre!».
Queste parole di Gesù sulla soglia della morte non esprimono in primo luogo una preoccupazione compassionevole verso sua madre, ma sono piuttosto una formula di rivelazione che manifesta il mistero di una speciale missione salvifica.
Gesù ci lasciava sua madre come madre nostra.
Solo dopo aver fatto questo Gesù ha potuto sentire che «tutto era compiuto».
Ai piedi della croce, nell’ora suprema della nuova creazione, Cristo ci conduce a Maria.
Ci conduce a Lei perché non vuole che camminiamo senza una madre, e il popolo legge in quell’immagine materna tutti i misteri del Vangelo.
Al Signore non piace che manchi alla sua Chiesa l’icona femminile.
Ella, che lo generò con tanta fede, accompagna pure «il resto della sua discendenza, […] quelli che osservano i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù».
L’intima connessione tra Maria, la Chiesa e ciascun fedele, in quanto, in modi diversi, generano Cristo, è stata magnificamente espressa dal Beato Isacco della Stella: «Nelle Scritture divinamente ispirate, quello che si intende in generale della Chiesa, vergine e madre, si intende in particolare della Vergine Maria […]
Si può parimenti dire che ciascuna anima fedele è sposa del Verbo di Dio, madre di Cristo, figlia e sorella, vergine e madre feconda […].
Cristo rimase nove mesi nel seno di Maria, rimarrà nel tabernacolo della fede della Chiesa fino alla consumazione dei secoli; e, nella conoscenza e nell’amore dell’anima fedele, per i secoli dei secoli».