Santa Maria, serva del Signore, che ti sei consegnata anima e corpo a lui e hai fatto l’ingresso nel suo casato come collaboratrice familiare della sua opera di salvezza, donna veramente alla pari, che la grazia ha introdotto nell’intimità trinitaria e ha reso scrigno delle confidenze divine, domestica del regno, che hai interpretato il servizio non come riduzione di libertà, ma come appartenenza irreversibile alla stirpe di Dio, noi ti chiediamo di ammetterei alla scuola di quel diaconato permanente di cui ci sei stata impareggiabile maestra. Al contrario di te, facciamo fatica a metterci alle dipendenze di Dio, e stentiamo a capire che solo la resa incondizionata alla sua sovranità ci può fornire l’alfabeto primordiale per la lettura di ogni altro umano servizio. La sottomissione a lui, invece che collocarla in un quadro di alleanza bilaterale, la sentiamo come una variabile della schiavitù. Siamo gelosi, insomma, della nostra autonomia. E l’affermazione solenne che «servire Dio significa regnare» non ci persuade più di tanto.
Santa Maria, serva della Parola, serva a tal punto che, oltre ad ascoltarla e custodirla, l’hai accolta incarnata nel Cristo, aiutaci a mettere Gesù al centro della nostra vita. Dacci una mano perché sappiamo essergli fedeli fino in fondo. Donaci la beatitudine di quei servi, che egli, tornando nel cuore della notte, troverà ancora svegli, e che, dopo essersi cinte le vesti, lui stesso farà mettere a tavola e passerà a servire. Fa’ che il vangelo diventi la norma ispiratrice di ogni nostra scelta quotidiana. Rendici capaci di obbedienze gaudiose. E metti, finalmente, le ali ai nostri piedi perché alla Parola possiamo rendere il servizio missionario dell’annuncio, fino agli estremi confini della terra. Santa Maria, serva del mondo, che subito dopo esserti dichiarata ancella di Dio sei corsa a farti ancella di Elisabetta, conferisci ai nostri passi la fretta premurosa con cui tu raggiungesti la città di Giuda, simbolo di quel mondo di fronte al quale la Chiesa è chiamata a cingersi il grembiule. Restituisci cadenze di gratuità al nostro servizio così spesso contaminato dalle scorie dell’asservimento. E fa’ che le ombre del potere non si allunghino mai sui nostri offertori. Tu che hai sperimentato le tribolazioni dei poveri, aiutaci a mettere a loro disposizione la nostra vita, con i gesti discreti del silenzio e non con gli spot pubblicitari del protagonismo. Rendici consapevoli che, sotto le mentite spoglie degli affaticati e degli oppressi, si nasconde il Re. Apri il nostro cuore alle sofferenze dei fratelli. E perché possiamo essere pronti a intuirne le necessità, donaci occhi gonfi di tenerezza e di speranza.
(Don Tonino Bello. Maria, donna dei nostri giorni)
 
 
Santa Maria, donna di frontiera, noi siamo affascinati da questa tua collocazione che ti vede, nella storia della salvezza, perennemente attestata sulle linee di confine, tutta tesa non a separare, ma a congiungere mondi diversi che si confrontano. Tu stai sui crinali che passano tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Tu sei l’orizzonte che congiunge le ultime propaggini della notte e i primi chiarori del giorno. Tu sei l’aurora che precede il Sole di giustizia. Tu sei la stella del mattino. In te, come dice la lettera ai Galati, giunge «la pienezza dei tempi» in cui Dio decide di nascere «da donna»: con la tua persona, cioè, si conclude un processo cronologico centrato sulla giustizia, e ne matura un altro centrato sulla misericordia. Santa Maria, donna di frontiera, grazie per la tua collocazione accanto alla croce di Gesù. Issata fuori dell’abitato, quella croce sintetizza le periferie della storia ed è il simbolo di tutte le marginalità della terra: ma è anche luogo di frontiera, dove il futuro si introduce nel presente, allagandolo di speranza. È di questa speranza che abbiamo bisogno. Mettiti, perciò, al nostro fianco. Noi oggi stiamo vivendo l’epoca della transizione. Scorgiamo le pietre terminali delle nostre secolari civiltà. Addensàti sugli incroci, ci sentiamo protagonisti di un drammatico trapasso epocale, quasi da un’era geologica all’altra. Ammassàti sul discrimine da cui si divaricano le culture, siamo incerti se scavalcare i paletti catastali che hanno protetto finora le nostre identità. Le «cose nuove» con cui ci obbligano a fare i conti le turbe dei poveri, gli oppressi, i rifugiati, gli uomini di colore, e tutti coloro che mettono a soqquadro le nostre antiche regole del gioco, ci fanno paura. Per difenderci dagli stranieri ingrossiamo i cordoni di sicurezza. Le frontiere, insomma, nonostante il gran parlare sulle nostre panoramiche multirazziali, siamo più tentati a chiuderle che ad aprirle. Perciò abbiamo bisogno di te: perché la speranza abbia il sopravvento e non abbia a collassarci un tragico «shock» da futuro. Santa Maria, donna di frontiera, c’è un appellativo dolcissimo con cui l’antica tradizione cristiana, esprimendo questo tuo stare sugli estremi confini della terra, ti invoca come «porta del cielo». Ebbene, nell’ora della morte, come hai fatto con Gesù, fermati accanto alla nostra solitudine. Sorveglia le nostre agonie. Non muoverti dal nostro fianco. Sull’ultima linea che separa l’esilio dalla patria, tendici la mano. Perché, se sul limitare decisivo della nostra salvezza ci sarai tu, passeremo la frontiera. Anche senza passaporto.

(Don Tonino Bello. Maria, donna dei nostri giorni)
 
 

Partito l'angelo da Nazaret, «Maria, alzatasi, (anastàsa) si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giuda»… È rischioso pensare che Luca voglia alludere a Maria come simbolo della Chiesa «risorta» che, in tutta fretta, si muove a portare lieti annunci al mondo?... La parola anastàsa sta a sottolineare per lo meno una cosa: la risolutezza di Maria… È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. È lei che s'inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall'esterno. È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l'iniziativa…

 

Santa Maria, donna del primo passo, ministra dolcissima della grazia preveniente di Dio, «àlzati» ancora una volta in tutta fretta, e vieni ad aiutarci prima che sia troppo tardi. Abbiamo bisogno di te. Non attendere la nostra implorazione. Anticipa ogni nostro gemito di pietà. Prenditi il diritto di precedenza su tutte le nostre iniziative. Quando il peccato ci travolge, e ci paralizza la vita, non aspettare il nostro pentimento. Previeni il nostro grido d'aiuto. Corri subito accanto a noi e organizza la speranza attorno alle nostre disfatte. Se non ci brucerai sul tempo, saremo incapaci perfino di rimorso. Se non sarai tu a muoverti per prima, noi rimarremo nel fango. E se non sarai tu a scavarci nel cuore cisterne di nostalgia, non sentiremo più neppure il bisogno di Dio.
Santa Maria, donna del primo passo, chi sa quante volte, nella tua vita terrena, avrai stupito la gente per avere sempre anticipato tutti gli altri agli appuntamenti del perdono. Chi sa con quale sollecitudine, dopo aver ricevuto un torto dall'inquilina di fronte, ti sei «alzata» per prima e hai bussato alla sua porta, e l'hai liberata dal disagio, e non hai disdegnato il suo abbraccio. Chi sa con quale tenerezza, nella notte del tradimento, ti sei «alzata» per raccogliere nel tuo mantello il pianto amaro di Pietro. Chi sa con quale batticuore sei uscita di casa per distogliere Giuda dalla strada del suicidio: peccato che non l'abbia trovato. Ma c'è da scommettere che, dopo la deposizione di Gesù, sei andata a deporre dall'albero anche lui, e gli avrai composte le membra nella pace della morte. Donaci, ti preghiamo, la forza di partire per primi ogni volta che c'è da dare il perdono. Rendici, come te, esperti del primo passo. Non farci rimandare a domani un incontro di pace che possiamo concludere oggi. Brucia le nostre indecisioni. Distoglici dalle nostre calcolate perplessità. Liberaci dalla tristezza del nostro estenuante attendismo. E aiutaci perché nessuno di noi faccia stare il fratello sulla brace, ripetendo con disprezzo: tocca a lui muoversi per primo!
Santa Maria, donna del primo passo, esperta come nessun altro del metodo preventivo, abile nel precedere tutti sulla battuta, rapidissima a giocare d'anticipo nelle partite della salvezza, gioca d'anticipo anche sul cuore di Dio. Sicché, quando busseremo alla porta del cielo, e compariremo davanti all'Eterno, previeni la sua sentenza. «Alzati» per l'ultima volta dal tuo trono di gloria, e vieni incontro a noi. Prendici per mano, e coprici col tuo manto. Con un lampo di misericordia negli occhi, anticipa il suo verdetto di grazia. E saremo sicuri del perdono. Perché la felicità più grande di Dio è quella di ratificare ciò che hai deciso tu.

 (Don Tonino Bello, Maria, donna dei nostri giorni)

 
 

Anche se l'estasi era l'esperienza a cui Dio spesso la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra... Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi: di salute, di economia, di rapporti, di adattamento… Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all'altezza del ruolo…

Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell'esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie.
Se per un attimo osiamo toglierti l'aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto.
Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l'onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce. Sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare. Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. È perché, vedendoti cosi vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà. Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all'interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell'arte. Ma è quello che ti colloca all'interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua antieroica femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Santa Maria, donna feriale, liberaci dalle nostalgie dell'epopea, e insegnaci a considerare la vita quotidiana come il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza. Allenta gli ormeggi delle nostre paure, perché possiamo sperimentare come te l'abbandono alla volontà di Dio nelle pieghe prosaiche del tempo e nelle agonie lente delle ore. E torna a camminare discretamente con noi, o creatura straordinaria innamorata di normalità, che prima di essere incoronata regina del cielo, hai ingoiato la polvere della nostra povera terra.

(Don Tonino Bello, Maria, donna dei nostri giorni)

I discepoli, chiamati a seguire il Maestro di Nazaret, devono decidersi a passare all’altra riva, scegliendo con coraggio di abbandonare le proprie sicurezze e di mettersi alla sequela del Signore. Questa avventura non è pacifica: arriva la notte, soffia il vento contrario, la barca è sballottata dalle onde, e la paura di non farcela e di non essere all’altezza della chiamata rischia di sovrastarli. Il Vangelo ci dice, però, che nell’avventura di questo non facile viaggio non siamo soli… La prima parola della vocazione, allora, è gratitudine. Navigare verso la rotta giusta non è un compito affidato solo ai nostri sforzi, né dipende solo dai percorsi che scegliamo di fare. La realizzazione di noi stessi e dei nostri progetti di vita non è il risultato matematico di ciò che decidiamo dentro un “io” isolato; al contrario, è prima di tutto la risposta a una chiamata che ci viene dall’Alto. È il Signore che ci indica la riva verso cui andare. Quando i discepoli vedono Gesù avvicinarsi camminando sulle acque, inizialmente pensano che si tratti di un fantasma e hanno paura. Ma subito Gesù li rassicura con una parola che deve sempre accompagnare la nostra vita: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» . Proprio questa è la seconda parola che vorrei consegnarvi: coraggio. Ciò che spesso ci impedisce di camminare, di crescere, di scegliere la strada che il Signore traccia per noi sono i fantasmi che si agitano nel nostro cuore. Quando siamo chiamati a lasciare la nostra riva sicura e abbracciare uno stato di vita – come il matrimonio, il sacerdozio ordinato, la vita consacrata –, la prima reazione è spesso rappresentata dal “fantasma dell’incredulità”: non è possibile che questa vocazione sia per me; si tratta davvero della strada giusta? Il Signore chiede questo proprio a me? Ma il Signore ci rassicura, oggi come allora. E così, pur in mezzo alle onde, la nostra vita si apre alla lode. È questa l’ultima parola della vocazione, e vuole essere anche l’invito a coltivare l’atteggiamento interiore di Maria Santissima: grata per lo sguardo di Dio che si è posato su di lei, consegnando nella fede le paure e i turbamenti, abbracciando con coraggio la chiamata, Ella ha fatto della sua vita un eterno canto di lode al Signore. Carissimi, specialmente in questa Giornata, desidero che la Chiesa apra brecce nel cuore di ogni fedele, perché ciascuno possa scoprire con gratitudine la chiamata che Dio gli rivolge, trovare il coraggio di dire “sì”, vincere la fatica nella fede in Cristo e, infine, offrire la propria vita come cantico di lode per Dio, per i fratelli e per il mondo intero. La Vergine Maria ci accompagni e interceda per noi.

(Dal Messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Vocazioni)

 

 

 
 
 
 

Come già anticipato la settimana scorsa, l’immagine di riferimento e di collegamento di questi giorni pasquali può essere rintracciata nell’esperienza descritta dagli Atti degli Apostoli, dove una Chiesa embrionale vive con semplicità e familiarità la novità della Risurrezione. Gli Atti ci aprono una pluralità di prospettive che sentiamo attuali e vicine a quanto stiamo vivendo: l’azione dello Spirito che sempre anticipa e precede le iniziative della Chiesa; la gioia di essere credenti credibili; l’evangelizzazione e la spinta missionaria; i processi di discernimento e di scelta all’interno della Chiesa; la nascita di forme ministeriali. Nel tempo di Pasqua vorremmo sottolineare ed evidenziare particolarmente due attenzioni:

  1. la preghiera nelle case e il prendere i pasti in letizia
  2. l’attenzione alle necessità delle persone e la condivisione dei beni, perché nessuno sia privo del necessario.

Il primo punto l’abbiamo presentato nel 7 Giorni di domenica scorsa. In questo numero aggiungiamo qualcosa riguardo alla seconda sottolineatura.

2. «Nessuno tra loro era bisognoso» (Atti 4,34). L’attenzione alle necessità delle persone e la condivisione dei beni, perché nessuno sia privo del necessario.

La seconda attenzione che vorremmo fare nostra va nella linea della carità e della condivisione dei beni. Indubbiamente preoccupano la situazione e la tenuta sociale del territorio, che forse avranno conseguenze ancora più pesanti nei prossimi mesi, sul piano economico e occupazionale. Come comunità cristiana vorremmo crescere nello stile della prossimità e della cura reciproca. Ci rendiamo conto che siamo «tutti sulla stessa barca» - come ricordava Papa Francesco lo scorso Venerdì Santo - e siamo tutti potenzialmente delle persone in difficoltà. Non possiamo pensare solo a noi stessi, immaginando di salvarci da soli: possiamo invece sostenerci e affrontare insieme le povertà di questo tempo che sono relazionali e di solitudine, educative, economiche, occupazionali e di precarietà. All’interno trovate un comunicato della nostra Caritas con delle indicazioni concrete.

Il tempo di Pasqua è un momento entusiasmante per tutta la Chiesa. Festeggiamo la resurrezione di Gesù mentre leggiamo nelle Scritture la storia delle prime comunità cristiane: gruppi di donne e uomini generosi e radicali, capaci di annunciare la Buona notizia e costruire relazioni fraterne con tutti. «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (Atti degli Apostoli 2, 46-47).

Quest’anno il tempo di Pasqua giunge durante settimane surreali e faticose che ci fanno vivere tra mille domande. Siamo stati costretti improvvisamente a cambiare le nostre abitudini, mentre alcune attività fondamentali (lavoro, studio, relazioni, hobby) sono momentaneamente in pausa.

Sentiamo il desiderio di affrontare questo momento storico con lo stesso spirito delle prime comunità cristiane. I primi discepoli erano chiamati a vivere la fedeltà a una parola e a una testimonianza rivoluzionarie, anche se il Signore non era più fisicamente tra loro. Sentiamo il bisogno di dirci che anche per noi, in modo del tutto originale, questi giorni sono un tempo della fedeltà.

E’ il tempo della fedeltà al Signore, attraverso la cura della vita spirituale. In queste settimane abbiamo molte proposte di preghiera e riflessione: scegliamo come singoli o come famiglia, quella che più ci sembra adeguata, e viviamola come un piccolo compito fatto di costanza e di fedeltà.

E’ il tempo della fedeltà alla vita, che sembra essere messa in pausa dalla pandemia. Ma non possiamo rimanere fermi, ciascuno nel proprio ambito. Chi ha la possibilità di continuare a lavorare senta la responsabilità di accompagnare il Paese verso il futuro, attraverso il suo impegno quotidiano. Tutti possiamo provare a mettere ordine nelle nostre giornate e magari a coltivare quelle dimensioni o aspetti per i quali non abbiamo mai il tempo.

E’ il tempo della fedeltà ai fratelli, con cui condividiamo questo tempo. Possiamo trovare occasioni concrete per renderci utili nelle nostre comunità, attraverso iniziative di solidarietà. Possiamo farci compagni di strada con chi soffre o è provato dalla solitudine.

Buoni passi e buon incontro con il Signore Risorto.

(Adattamento da un testo dell’AC)

 
 

PASQUA 2020

MORIRE E RISORGERE CON CRISTO (dal Battesimo)

Carissimi, vi raggiungo anche a nome di don Ottavio, don Jean Luc, le suore e di tutto il Consiglio Pastorale per sentirci comunità cristiana uniti nella stessa fede e nella stessa speranza, nonostante i limiti imposti dalla triste e a volte drammatica situazione in cui ci si è trovati a vivere in questi ultimi tempi.

Come vedete non è possibile farvi arrivare la consueta Edizione Speciale Pasquale dei 7 Giorni, anche perché tutto, a livello organizzativo e pastorale, è ridotto all’essenziale e soprattutto affidato all’iniziativa personale.

Il Signore comunque non ci ha abbandonati, anzi ci sta ancora dicendo che, per amore nostro, è disposto a prendere sulle sue spalle la (nostra) croce perché il dono di se stesso diventi fonte di forza e modello di vita per tanti altri fratelli e sorelle che sono desiderosi di seguirlo in questo cammino pasquale.

Tutto ciò è racchiuso dentro il senso del Battesimo che ci è stato dato un giorno grazie ai nostri genitori e che ha ‘acceso’ in noi la luce della fede, cioè questa relazione interpersonale con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che sostiene quotidianamente la nostra vita. Sempre la nostra esistenza cristiana è segnata da questa dimensione pasquale, inserendoci nella vita di Cristo morto e risorto.

In questi giorni della Settimana Santa, vorremmo viverla in modo del tutto speciale, accompagnando Gesù, passo dopo passo, negli ultimi momenti della sua passione, che ci rivelano come Dio ha “tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” e allo stesso tempo dai quali attingiamo spiritualmente i doni della salvezza che ci è stata data gratuitamente a partire dal nostro Battesimo.

Quest’anno sfortunatamente, a motivo dell’emergenza sanitaria per il COVID 19, non potremo trovarci a celebrare insieme in chiesa nemmeno nella Settimana Santa e nella Pasqua, che per noi cristiani sono le celebrazioni più importanti di tutto l’anno liturgico. Tutto questo è fonte di grande pena e tristezza ma vogliamo offrire al Signore questa ‘fatica’ pasquale perché Lui, con la sua presenza e la sua grazia, la possa trasformare in esperienza di intima gioia, per gustare la dolcezza della risurrezione, dono di vita nuova e di vita piena che abbraccia il corpo e lo spirito, la nostra persona e chi ci è caro, l’umanità intera e tutto il creato.

Un augurio sincero di una Santa Pasqua nel Signore Risorto

Don Giuseppe

 

 
 
 
Carissimi parrocchiani, come sapete dalle notizie quotidiane, la situazione che stiamo vivendo sta creando sempre più problemi e chiede a tutti un atteggiamento adeguat che va dalla responsabilità personale fatta di prudenza e attenzione ("io sto a casa") alla fiducia che nel Signore e il suo aiuto possiamo affrontare con forza e senza psicosi anche questa grande prova. Sentiamo che la preghiera personale o in famiglia non è una formalità devozionale ma si impasta con la nostra vita e le difficoltà che stiamo vivendo. Vogliamo cogliere questo tempo come un'occasione per rinsaldare valori e atteggiamenti che non passano mai di moda, ma che nella nostra società, siamo sinceri, si rischia di lasciare in penombra. Come vedete anche a livello parrocchiale tutte le attività catechistiche e formative sono bloccate (le date dei Sacramenti non si possono definire con certezza vista l'evoluzione dell'epidemia ma ormai la prospettiva si apre a tempi futuri non immediati), così pure la preparazione della Santa Pasqua è compromessa e probabilmente non sarà nemmeno possibile celebrarla nella modalità consueta che conosciamo. Questo infonde in noi tanta tristezza, ma allo stesso tempo vogliamo rafforzare la nostra fede nel Signore e chiedere la grazia di vivere bene anche questi tempi difficili, magari aiutandoci con una chiamata telefonica o qualche messaggio che la tecnologia oggi permette. Continuiamo a sostenerci con una preghiera incessante in questi giorni calamitosi che ci stanno tutti preoccupando ma che vogliamo, allo stesso tempo, vivere con fede e forza d'animo, perchè il Signore è con noi. E' encomiabile ed erocio ciò che molti stanno facendo per gli altri (medici, infermieri, volontari, ecc.), perfino arrivando a pagare con la vita (è vangelo pasquale alla stregua del dono della vita che ha fato Gesù per noi). Questo ci fa riflettere molto e dovrebbe spronarci a una profonda conversione personale, famigliare, comunitaria, ecclesiale e sociale passando da atteggiamenti di egoismo, indifferenza e conflitto a uno stile di solidarietà e fraternità che ci dovrebbe accomunare tutti. La Pasqua di Gesù. a cui ci stiamo avvicinando, mira anche a questo. Stiamo attendendo inoltre precise indicazioni del vescovo per poter vivere nel modo migliore i giorni della Settimana Santa e la Pasqua annuale, sicuramente in modo inedito, ma non per questo meno vero e sincero e speriamo con frutto. Continuiamo a sostenerci gli uni agli altri, anche con gesti concreti. Farà bene a chi riceve ma anche a chi dà.
Buona Domenica!
"Distanti ma vicini", vi saluto e vi benedico.
Don Giuseppe

Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. In primo luogo, farò un breve percorso attraverso vari aspetti dell’attuale crisi ecologica allo scopo di assumere i migliori frutti della ricerca scientifica oggi disponibile, lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale che segue. A partire da questa panoramica, riprenderò alcune argomentazioni che scaturiscono dalla tradizione giudeo-cristiana, al fine di dare maggiore coerenza al nostro impegno per l’ambiente. Poi proverò ad arrivare alle radici della situazione attuale, in modo da coglierne non solo i sintomi ma anche le cause più profonde. Così potremo proporre un’ecologia che, nelle sue diverse dimensioni, integri il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda. Alla luce di tale riflessione vorrei fare un passo avanti in alcune ampie linee di dialogo e di azione che coinvolgano sia ognuno di noi, sia la politica internazionale. Infine, poiché sono convinto che ogni cambiamento ha bisogno di motivazioni e di un cammino educativo, proporrò alcune linee di maturazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana.
16. Ogni capitolo, sebbene abbia una sua tematica propria e una metodologia specifica, riprende a sua volta, da una nuova prospettiva, questioni importanti affrontate nei capitoli precedenti. Questo riguarda specialmente alcuni assi portanti che attraversano tutta l’Enciclica. Per esempio: l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita. Questi temi non vengono mai chiusi o abbandonati, ma anzi costantemente ripresi e arricchiti.
(Laudato Si’, 15-16).

 

La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato. L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi.
14. Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. Il movimento ecologico mondiale ha già percorso un lungo e ricco cammino, e ha dato vita a numerose aggregazioni di cittadini che hanno favorito una presa di coscienza. Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri. Gli atteggiamenti che ostacolano le vie di soluzione, anche fra i credenti, vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche. Abbiamo bisogno di nuova solidarietà universale. Come hanno detto i Vescovi del Sudafrica, «i talenti e il coinvolgimento di tutti sono necessari per riparare il danno causato dagli umani sulla creazione di Dio». Tutti possiamo collaborare come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità.
15. Spero che questa Lettera enciclica, che si aggiunge al Magistero sociale della Chiesa, ci aiuti a riconoscere la grandezza, l’urgenza e la bellezza della sfida che ci si presenta. (Laudato Si’, 13-15).

Non voglio procedere in questa Enciclica senza ricorrere a un esempio bello e motivante. Ho preso il suo nome come guida e come ispirazione nel momento della mia elezione a Vescovo di Roma. Credo che Francesco sia l’esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità. E’ il santo patrono di tutti quelli che studiano e lavorano nel campo dell’ecologia, amato anche da molti che non sono cristiani. Egli manifestò un’attenzione particolare verso la creazione di Dio e verso i più poveri e abbandonati. Amava ed era amato per la sua gioia, la sua dedizione generosa, il suo cuore universale. Era un mistico e un pellegrino che viveva con semplicità e in una meravigliosa armonia con Dio, con gli altri, con la natura e con se stesso. In lui si riscontra fino a che punto sono inseparabili la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore.
11. La sua testimonianza ci mostra anche che l’ecologia integrale richiede apertura verso categorie che trascendono il linguaggio delle scienze esatte o della biologia e ci collegano con l’essenza dell’umano. Così come succede quando ci innamoriamo di una persona, ogni volta che Francesco guardava il sole, la luna, gli animali più piccoli, la sua reazione era cantare, coinvolgendo nella sua lode tutte le altre creature. Egli entrava in comunicazione con tutto il creato, e predicava persino ai fiori e «li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione». La sua reazione era molto più che un apprezzamento intellettuale o un calcolo economico, perché per lui qualsiasi creatura era una sorella, unita a lui con vincoli di affetto. Per questo si sentiva chiamato a prendersi cura di tutto ciò che esiste. Questa convinzione non può essere disprezzata come un romanticismo irrazionale, perché influisce sulle scelte che determinano il nostro comportamento. Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea. La povertà e l’austerità di san Francesco non erano un ascetismo solamente esteriore, ma qualcosa di più radicale: una rinuncia a fare della realtà un mero oggetto di uso e di dominio. (Laudato si’ 10-11)