La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi » (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).
Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. [...] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi». Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.».
(Dal Messaggio nella Giornata della Pace, 1 gennaio 2021, di Papa Francesco)
 
 
Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni
di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragile. Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione. Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».

(Dal Messaggio nella Giornata della Pace, 1 gennaio 2021, di Papa Francesco)
 
 

La vera grande sfida è rimettere in circolo la fiducia, incoraggiare una fede elementare sul valore e le potenzialità di ogni persona, anche se attraversata da problemi, disagi e insicurezze. La fiducia crea e ricrea ulteriore fiducia in una circolarità feconda e virtuosa. La carità si esprime nel dare e meritare fiducia non perché efficienti, ma in quanto credibili. Con questi atteggiamenti la parrocchia osa proporre a tutti i parrocchiani e residenti nel territorio scelte coraggiose basate sulla fiducia.
Alimentare la preghiera e l’ascolto della Parola per un nuovo alfabeto umano. L’ascolto, la gentilezza, il non giudicare e l’apertura verso gli altri sono doni che vengono dallo Spirito del Risorto. Ci viene richiesto un nuovo alfabeto umano, un reale apprendistato fatto di fraternità, parole e gesti di gratitudine, perdono, misericordia cordiale e correzione fraterna, senza animosità ed esasperazioni. Crediamo nell’opera dello Spirito Santo da invocare continuamente perché ci apra gli occhi, ci ispiri parole e azioni e ci mantenga solidali con gli altri.
Essere “ascoltatori” e “sentinelle attente”. Prima ancora del fare, siamo chiamati ad ascoltare, cogliere, osservare e percepire i vissuti e i bisogni presenti nelle persone, tra la gente e dentro le nostre comunità, a cominciare dalle persone che, magari per la prima volta, si sono trovate in difficoltà. Andranno individuati i modi rispettosi che aiutino le persone a confidare i propri disagi, provando a immaginare con loro risposte adeguate e magari inedite.
Aver cura e prendersi cura. Attraverso segni e parole concrete di vicinanza reciproca vogliamo imparare ad aver cura di noi stessi, delle nostre relazioni e delle persone che ci abitano vicino. La prima forma di carità è sempre tra le persone che si aiutano reciprocamente e insieme si prendono cura del proprio territorio.
Distinguere e inventare. Va distinto quanto è prioritario ed essenziale rispetto alle necessità e alle risorse. Vanno anche introdotti elementi inediti perché nuove sono le condizioni di oggi, che ci chiedono ancora più intuizione e generosità rispetto a quanto si era abituati precedentemente.

"La carità nel tempo della fragilità"

Una prima grande modalità di esercitare la carità può consistere nel dedicarci reciprocamente un ascolto accogliente e gratuito. Siamo ancora “dentro” il tempo della pandemia che suscita in ciascuno di noi domande e riflessioni, sentimenti ed emozioni, inquietudini e speranze, intuizioni e piste di cambiamento. La pandemia ci ha costretto a confrontarci con le esperienze più drammatiche della vita: la sofferenza, il dolore, la solitudine, l’incertezza del futuro e la morte. La comunità può proporsi come luogo di condivisione, rielaborazione e ricerca di senso. Il donare e ricevere le nostre narrazioni diventa un gesto di carità: offriamo agli altri una parte importante di noi e ci decentriamo partendo dal punto di vista degli altri. Ci ospitiamo vicendevolmente, nelle storie e nei racconti, convinti che solo insieme possiamo desiderare e costruire l’orizzonte verso cui muoverci. La Chiesa, continuamente generata dalla Parola e dall’Eucaristia, si offre a tutti nella dimensione della comunione: insieme siamo la Chiesa a servizio delle persone e del nyostro territorio. L’ascolto ci permetterà anche di non ripristinare meccanicamente le impostazioni di prima; di evitare definizioni frettolose su questo tempo, presumendo di averlo già compreso pienamente; di avviare dei processi di maturazione e di ripensamento ecclesiale. Proprio il desiderio di un profondo ripensamento ecclesiale, nei mesi scorsi aveva aperto il discernimento sull’opportunità di un Sinodo diocesano, trova in questo tempo da non subire, un terreno ricco di domande e provocazioni. Come cristiani sappiamo che c’è un tempo cronologico, kronos, segnato dal calendario e dall’orologio e un tempo che potremmo definire spirituale, il kairos, la trasformazione del tempo cronologico in “occasione”, “opportunità” e “grazia”. Senza programmarlo, ci siamo trovati in un tempo sospeso che richiede un profondo ripensamento. In questo momento essere fedeli alla storia ci porta dentro le domande che il Sinodo sottintendeva: quali speranze coltiviamo? Quale volto di Chiesa desideriamo? Quale parola buona e inaudita annunciamo? Ricentrandoci sul Battesimo questo tempo ci permette di gustare l’assenza e di nutrire l’attesa, in modo da farlo diventare generativo e fecondo.
“La carità nel tempo della fragilità”.

C'è un tratto che ci contraddistingue come parrocchie, che ci viene riconosciuto anche dalle realtà civili: la capillarità delle relazioni e dei legami fraterni, l’essere reciprocamente prossimi. In questo intreccio reale e vivente dove ognuno è volto amato, nome preciso e non indistinto, persona riconosciuta - possiamo far brillare la forza e la bellezza della Risurrezione, l’evento che rinnova e trasforma il mondo. Le comunità del Risorto, pertanto, rappresentano il cuore del presente orizzonte pastorale, in collegamento ideale con le comunità descritte negli Atti degli apostoli. Gli eventi della storia, in particolare il coronavirus con le sue conseguenze, e il Risorto - come succede ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) - ci rimettono in viaggio, con fiducia e speranza. La novità della Risurrezione rinnova e trasforma il mondo anche attraverso parrocchie che continuamente intrecciano e coniugano l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia – sorgente di ogni dono - e il servizio premuroso ai fratelli. Lo ascoltiamo, con gratitudine e sorpresa, ancora una volta dal testo degli Atti:
«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti 2,42-45).
Siamo anche consapevoli di un’ulteriore fragilità: non abbiamo e non avremo risposte e sostegni efficaci e definitivi, in grado di risolvere ogni disagio e domanda di aiuto. Possiamo però esercitare una qualità che ci è tipica e in cui siamo esperti: la capillare prossimità e la gratuità delle relazioni.
"La carità nel tempo della fragilità"

Avevamo iniziato lo scorso anno pastorale Nella gioia del Battesimo con il desiderio di sostare presso il fonte battesimale: il Signore ci ha preso sul serio perché noi potessimo prendere sul serio il Battesimo, rendendo evidente il Vangelo non solo nella partecipazione alla vita parrocchiale, ma anche nella laica testimonianza cristiana nei luoghi della vita e riscoprendo la preghiera personale o in famiglia. La testimonianza di tante persone in questi mesi ha tradotto la «rara umanità» e reso credibile il Vangelo della vicinanza. L’attuale situazione di fatica e di incertezza, che fa emergere ancora più fortemente le vecchie povertà e ne evidenzia di nuove, richiede ulteriore slancio e generosità. Non vanno, infatti, trascurate le povertà già conosciute – precarietà economica, dipendenze, malattie, abusi e disuguaglianze - alle quali si vanno aggiungendo una profonda crisi occupazionale, un vero distanziamento sociale da reddito, la mancanza di risorse pubbliche, la crescente marginalità sociale, la povertà educativa e il danno ambientale. Preoccupa adesso, in modo particolare la mancanza di lavoro, la violenza relazionale esplosa in alcune famiglie, la solitudine degli anziani, l’arretramento scolastico e la perdita di socializzazione di una fascia non piccola di bambini, ragazzi e adolescenti. Bisogna, inoltre, vigilare sulla crescente percezione dell’altro inteso come “nemico”. In questo senso come credenti possiamo formarci e dare il nostro contributo in ordine alla responsabilità della parola, perché il nostro linguaggio non sia segnato da ostilità, violenza e sospetto, ma misurato, gentile e capace di tenerezza. Inoltre, se da sempre stiamo all’erta per paura di essere derubati di qualcosa, ora ci fa paura anche la sola vicinanza dell’altro. La prudenza sanitaria rischia di ammalare la bellezza e il valore dell’altro, accanto a noi. Indubbiamente però questo tempo ci affratella nella comune fragilità, superando anche una definizione statica di “povero” e “ricco”: oggi siamo tutti potenzialmente poveri, tutti esposti, al pericolo dell’insicurezza sociale ed economica. La fragilità può portarci in dono la consapevolezza che nessuno si salva da solo e che siamo tutti necessariamente interconnessi: «Siamo tutti sulla stessa barca». “La carità nel tempo della fragilità”.

Da questa settimana, nella nostra riflessione di fondo, ci affidiamo al testo diocesano pensato per questo anno pastorale: “La carità nel tempo della fragilità”. Ci accompagnerà sicuramente in Avvento, almeno fino a Natale, con il suggerimento di iniziative personali, famigliari e comunitarie, per dare ‘corpo’ alle nostre parole di attenzione e di cura verso chi è nella fatica e nel bisogno.

Questo testo trova la sua origine nel tempo della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze. Rappresenta una prospettiva pastorale, quasi un orizzonte da intuire e realizzare insieme. In modo trasversale il virus ci ha rivelato la fragilità come segno distintivo della condizione umana che invoca prossimità e vicinanza: la carità, dono del Signore. Questa prospettiva, che segnerà l’anno pastorale 2020-2021, mette in evidenza il volto dell’intera comunità cristiana e non vorrebbe primariamente introdurre nuovi compiti e iniziative. Viene suggerita, soprattutto, una modalità, uno stile permanente di essere comunità cristiana, che poi prende forma e si concretizza in alcune scelte e proposte. Il coinvolgimento dell’intera parrocchia permette di non pensarci per “settori” separati l’uno dall’altro e per “delega”, affidando le responsabilità di tutti i battezzati solo ad alcuni. Tale orizzonte pastorale, che riprende alcune indicazioni contenute nel testo Le comunità cristiane del Risorto, ha bisogno della creatività e generosità sia di pensieri che di prassi di ogni battezzato. In tutte le parrocchie c’è un tesoro di motivazioni e di spiritualità, un potenziale di intelligenza e di disponibilità fattiva da “trafficare” per sviluppare strade inedite e inimmaginabili. Un compito particolare assumono, ancora di più in questo momento, gli Organismi di comunione, chiamati a curare un’ampia comunicazione e la traduzione in loco di queste proposte, investendo in fiducia e nella partecipazione di molti. Di fatto ciascuno di noi può ricevere e ognuno può dare; ognuno può trovarsi nel bisogno e ognuno può offrire le proprie risorse. «È divino non soltanto amare dando agli altri, ma è divino avere la capacità di ricevere dall’altro». «Nessuno è così povero da non aver niente da dare e nessuno è così ricco da non aver niente da ricevere».

Sembra essere diventato un tema di moda ma in realtà, al di là delle accentuazioni terminologiche, stiamo parlando di una dimensione che per il messaggio cristiano è costitutivo. ‘Fraternità’ è un aspetto così rilevante che in un contesto individualistico come il nostro, si è sentita l’esigenza di rimarcarlo per il timore di perdere di vista un elemento essenziale che, se venisse meno, potrebbe far cadere il tutto. A livello ideale è sempre stato un valore e trova le sue sorgenti di ispirazione nel vangelo stesso. Dice Gesù: “uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (cfr. Mt 23,8). La dimensione della fraternità è la riscoperta di una fondamentale uguaglianza che trova forza nell’essere tutti figli dello stesso Padre, Dio del cielo e della terra. Tutto ciò è anche espressione della dignità di ognuno al di là delle differenze personali, delle capacità o possibilità individuali. Già dalle origini della chiesa nascente questo insegnamento rivoluzionario si è tradotto in esperienze comunitarie che trovano un punto di riferimento normativo negli Atti degli Apostoli dove si parla di comunità di cristiani che “avevano un cuor solo e di un anima sola… fra loro tutto era in comune” (cfr. Atti 4,32). Questa intuizione evangelica fattasi esperienza di vita si è tradotta pure in pensiero, progetto politico e sociale. Pensiamo al lemma della rivoluzione francese del 1789 che nella terza parola-slogan ha proprio ‘fraternitè’. Ma avvicinandoci a noi e al nostro cammino di fede, in specie quello che offriamo ai ragazzi della Iniziazione Cristiana, il momento della proposta formativa più matura porta proprio questo nome: fraternità. E’ il periodo catechistico che viene subito dopo i sacramenti della Iniziazione Cristiana (Cresima e Prima Eucaristia) che porta a maturazione i doni di grazia ricevuti dal Signore. Questo tempo catechistico tecnicamente si chiamerebbe ‘mistagogia’. E’ uno spazio di metabolizzazione perché ciò che si è ricevuto diventi energia di vita nuova, scoperta della forza di bene che ci viene dal Signore e dai suoi sacramenti, valorizzazione concreta di questi aiuti spirituali che Gesù Cristo ci regala con grande abbondanza. Ma c’è un dettaglio fondamentale che non ci deve sfuggire: tutto questo ‘funziona’ se facciamo un percorso insieme agli altri, dentro una dinamica di comunità, anche se piccola come può essere un gruppo di catechesi. Ancora una volta la fraternità vissuta è il grembo di una vera esperienza di fede. Altre strade alternative non danno molte garanzie.

La nostra riflessione si arricchisce di ciò che abbiamo ricevuto domenica scorsa nell’incontro di anniversario dell’Unità Pastorale. La riflessione di don Luca Facco (Direttore della Caritas diocesana) ha evidenziato la portata catechistica, pedagogica, ecclesiale e pastorale della carità. Anzitutto la carità non sono cose da fare, impegni da assumere o progetti da realizzare ma è la stessa persona di Gesù. Vivere la carità è annunciare Gesù, testimoniare Gesù morto e risorto, vivo in mezzo a noi. E questo attraverso di noi. C’è una bella preghiera medioevale che dice: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per arrivare agli uomini e alle donne di oggi”. La carità concreta verso l’altro è già una buona notizia, un vangelo vissuto, una catechesi spicciola che insegna la fecondità della fede che si fa appunto amore per il prossimo, aiuto verso il bisognoso, cura e attenzione a chi è nella necessità. La carità è di tutti, non appannaggio di un settore della parrocchia, qualcosa che gestisce Caritas. La carità è il modo di essere di tutta una comunità cristiana, dice il suo volto, il suo stile. Allora fa catechesi, insegna qualcosa di Gesù e del suo vangelo, chi parla di lui e di ciò che ha detto e fatto (catechisti, educatori, accompagnatori), ma anche chi vive gesti concreti di bontà e di solidarietà. Se ci sono più persone che vivono con questa sensibilità si crea un clima umano e cristiano di fraternità, si ricostruisce un ambiente favorevole che ci fa respirare e praticare i valori insegnati da Gesù in modo naturale e quasi spontaneo. Viene alla mente il clima che sapeva instaurare Madre Teresa di Calcutta con i suoi gesti di carità, come riusciva a abbattere le barriere culturali, sociali e religiose più alte che separavano le persone e i gruppi. Dobbiamo riconoscere che il tempo che stiamo vivendo non è favorevole, sembra raffreddare ulteriormente la voglia di incontrare e lo slancio di aiutare. Ma la vocazione della comunità cristiana (tutta) è proprio questa: continuare ad essere quell’ambiente vitale fatto di persone che rendono plausibile e credibile il vangelo di Gesù, perché incarnato in parole ed opere, in gesti di accoglienza e ascolto, in prossimità di sostegno e aiuto, in scelte preferenziali verso i più deboli e vulnerabili (gli scarti della nostra società, che abbiamo anche tra noi). La nostra vita (caritatevole), personale e comunitaria, sarà una catechesi.

Stiamo approfondendo le varie sfaccettature di una catechesi realmente iniziatica, cioè capace di introdurci nel mistero di Cristo, della sua persona e del suo messaggio che si sintetizza nel suo vangelo. Non è un caso che nel percorso di catechesi offerto ai bambini e ragazzi trova un momento cruciale nella consegna dei santi vangeli: dopo un periodo congruo di introduzione per apprendere i fondamentali della vita cristiana, almeno nella loro essenza e in modo adeguato all’età e alla capacità recettiva dei destinatari, i bambini ricevono in dono il libro dei vangeli che li vuole aiutare a entrare in un cammino al seguito di Gesù. Diventano così suoi ‘discepoli’, disposti ad imparare il segreto di una vita bella, sull’esempio che ci dà il Signore attraverso le sue parole, i suoi gesti e soprattutto il dono totale di sé nella Pasqua di passione, morte e resurrezione. Guarda caso questo grande mistero di amore lo viviamo ogni volta partecipiamo all’Eucaristia, assieme a tutta la comunità cristiana. Ma il Vangelo-Parola trova la sua forza nel Vangelo-Vita e qui il luogo più bello ed efficace della catechesi è l’ambiente famigliare. La famiglia è la ‘palestra’ di ciò che si apprende nella catechesi offerta in parrocchia, spazio e tempo nel quale mettiamo in pratica l’insegnamento di Gesù e sperimentiamo la bontà e la bellezza del suo messaggio se vissuto. Ovviamente tutto questo non passa attraverso lunghi discorsi o grandi prediche, piuttosto con i piccoli gesti e le scelte concrete quotidiane che vengono compiute insieme. Per esempio se prima di mangiare si ringrazia il Signore comprendiamo che è il buon Dio a darci ‘il pane quotidiano’. Nel periodo Covid una famiglia mi ha confidato che si sono abituati a spegnere ogni tanto la Tv e aprire il vangelo leggendolo, condividendo qualcosa insieme e concludendo con una piccola preghiera. Se in questo mese missionario si decide in famiglia di dare qualcosa per le missioni, magari mettendo ognuno, piccoli e grandi, parte del proprio, darebbe una grande efficacia alla proposta che il don fa in chiesa per aiutare le persone più povere nel mondo, bisognose di un sostegno. IL vangelo vissuto in famiglia educa gradualmente le nuove generazioni attraverso una testimonianza spicciola dei più grandi che parlano più con le opere che con le parole. Questa catechesi famigliare è ciò che rende autentico ed efficace tutto il resto.

L'inizio solenne e speciale del cammino dell’Iniziazione Cristiana di quest’anno per i bambini/ragazzi accompagnati dai loro genitori diventa l’occasione per approfondire la nostra riflessione sul senso e la possibile efficacia del percorso che stiamo realizzando insieme. Un elemento immancabile di un vero processo di crescita è sicuramente la dimensione relazionale e comunitaria, ‘condita’ con momenti esperienziali di gioco e attività. E’ quella che noi chiamiamo la “catechesi ludica”, una delle ruote perché la macchina della iniziazione possa muoversi e correre in modo fluido. Sempre più chiaramente le conoscenze psico-pedagogiche confermano che un vero apprendimento passa attraverso due fondamentali canali: la vista e l’esperienza concreta.
Questo è vero per tutti ma in modo del tutto speciale per i più giovani. Ormai si è figli della Tv (del computer, cellulare…): si ascolta (solo) guardando e si impara (solo) sperimentando. Queste acquisizioni sono entrate appieno nella proposta catechistica che realizziamo costantemente. Allo stesso tempo riteniamo che sia opportuno offrire occasioni specifiche in questo senso e senza aspettare eventi eccezionali come possono essere il grest o un campo-scuola estivo. La scelta catechistica di quest’anno contempla momenti precisi per vivere anche questa dimensione e gli ambienti del patronato sono il contesto ideale per realizzare il nostro progetto. Quello che chiediamo è semplicemente fiducia sia da parte dei bambini e ragazzi oltre che dei loro genitori. Il nostro obiettivo è creare le condizioni perché chi fa il percorso di catechesi ne colga la bellezza e si senta coinvolto da protagonista, diventi per lui un momento bello e atteso, nel quale il linguaggio catechistico iniziatico fatto di parole, gesti, immagini, attività, esperienze, incontri, testimonianze, favorisca un vero e proprio cammino di fede che cresce con gli anni. Naturalmente le altre dimensioni della proposta di catechesi come i contenuti da comunicare e le celebrazioni da vivere saranno parte integrante del cammino. Ci stiamo rendendo conto che il periodo-Covid invece di affievolire le nostre motivazioni ha affinato le nostre strategie. Niente male per un nuovo inizio.

Di domenica in domenica continuiamo il nostro cammino e questo è precisamente il senso della vita cristiana che ci porta a fare passi verso Cristo in tappe di avvicinamento che favoriscono il nostro incontro con Lui. Qualcuno potrebbe dire: ma come è possibile questo, dal momento che Gesù è vissuto 2000 anni fa? Ecco il punto. Gesù non è morto ma è vivo, Cristo è risorto e la sua presenza va oltre i limiti del tempo e dello spazio. Avere fede è credere in questa realtà che diventa per noi non solo possibilità effettiva ma perfino dono, regalo inestimabile per noi. Fondamentalmente abbiamo due canali preferenziali per poter accedere a una esperienza di incontro con Lui: la preghiera personale e la liturgia comunitaria che trova nella Messa e in particolare nell’Eucaristia domenicale al suo vertice.
La preghiera personale è esercizio di spiritualità, percorso di ricerca, nella parte più intima di noi stessi che, se visitata, ci permette di incontraci non solo con la nostra profonda verità, ma anche con la verità di Dio che abita in noi dal nostro battesimo. Gli occhi del cuore si allenano un poco alla volta e il collirio della preghiera ci dà luce gradualmente per riuscire a cogliere e accogliere la presenza del Signore nella nostra vita. Se poi ci diamo una mano anche in famiglia, tra genitori e figli, questo processo iniziatico diventa ancora più fluido ed efficace. Un esempio formidabile è la vita di Carlo Acutis, morto a soli 15 anni di leucemia: beatificato il 10 ottobre ad Assisi ha fatto della sua vita un capolavoro nel quale i colori più belli che ha usato sono stati la preghiera, il Rosario, l’Eucaristia, la sua “autostrada” verso il cielo, come amava definirla lui.
Il secondo canale di incontro con il Signore vivo, ancora più grande e più bello, è la Liturgia specialmente quella celebrata in modo festoso la domenica. Come dice il vangelo di questa domenica siamo tutti chiamati come invitati speciali a un banchetto. L’incontro con il Signore è come andare a nozze, espressione massima di gioia e di festa. Tutto parla della sua misteriosa presenza, lo Sposo che ci ama e ha dato perfino la vita per noi (“non c’è amore più grande di chi dà la vita…” (Gv 15,13)). L’incontro con Lui, assieme a tanti fratelli e sorelle è all’insegna della riconoscenza nel sperimentare la sua bontà e la sua benevolenza nei nostri confronti. Questo è il motivo della festa cristiana che diventa canto, amicizia, accoglienza, incontro fraterno, desiderio rinnovato di bene, forza di testimonianza e impegno concreto di carità. Tutto scaturisce dall’incontro con il Signore nella Liturgia che è “fonte e culmine della vita cristiana” come dice la “Sacrosanctum Concilium”, il documento del Concilio Vaticano II che parla della Sacra Liturgia. (SC 10). Continuiamo allora ad alimentare la nostra fede cristiana, perché rimanga viva e feconda di frutti con i grandi canali di grazia con i quali il Signore ci viene incontro, quali sono la preghiera e la liturgia.