Ci avete fatto credere che le guerre non ci sarebbero più state», mi ha detto un sedicenne qualche giorno fa.
«Ci avete ingannati».

L’accusa era diretta agli adulti e subito ho replicato: «Perché accusi noi? Che ci possiamo fare?». Ma quelle parole hanno costretto me a una onesta riflessione.
Dall’agosto 2012 Aleppo è in guerra. Quattro anni giusti. Una pressione che ha trasformato la città ‘patrimonio dell’umanità’ dell’Unesco, in una gabbia infernale.
Dagli inizi di Giugno 2016 è cominciata a mancare seriamente l’acqua ed è di una decina di giorni fa la notizia che le riserve sarebbero durate soltanto qualche giorno. In una guerra che si è tradotta dal fuoco – delle uccisioni fatte con le armi – all’acqua – del blocco delle stazioni di pompaggio, l’emergenza sta diventando l’esecuzione di una condanna a morte. C’è chi ha deciso che «Aleppo deve morire».
La scarsità delle risorse idriche è sempre l’ultimatum in una guerra. Un urlo di minaccia e di vergogna che giunge sino a noi dalle immagini tivù e dagli articoli di alcuni giornali, cui sta facendo seguito – ahimè! – una sostanziale passività.
Solo chi si trovi sotto le bombe o chi abbia a cuore davvero quella povera gente cerca di rompere l’indifferenza con accorati appelli. Volontari di associazioni umanitarie, religiose e religiosi rimasti fedelmente ad Aleppo, l’arcivescovo greco-cattolico Jean-Clément Jeanbart, Save Aleppo e molti altri.

Ma dai più l’inerzia, mentre il tempo si è fatto breve: pochi giorni per salvare Aleppo.
All’inizio di questo lungo conflitto più soluzioni erano ancora possibili, molte vie d’uscita ancora praticabili. La prima era quella diplomatica, in qualche modo battuta anche da papa Francesco quando – nel settembre 2013 – inviò una lettera a Putin (che in quell’anno presiedeva il G20) auspicando una soluzione politica e pacifica alla crisi siriana.

Un gesto accompagnato dalla veglia di preghiera convocata in Piazza San Pietro il 7 settembre 2013 e dall’invito al digiuno solidale rivolto a credenti e non credenti.
Chi c’era quella notte avrà impresso nell’anima il sigillo della supplica silenziosa che andava a formare un coro struggente per la pace in Siria. Diplomazia, preghiera e digiuno furono efficaci e la guerra non venne ‘dichiarata’ ufficialmente dai Paesi del G20.
Ma la si lasciò fare, anche nutrendola di soldi e armi. Popolata da arabi, armeni, turchi, curdi, circassi, trecentomila i cristiani di dieci confessioni che ne facevano la terza città cristiana del Medio Oriente e, insieme, capitale della cultura islamica, Aleppo è – come scrive Riccardi – un vero miracolo di «pace e convivenza».
Antica capitale del Regno Hittita, luogo di inestimabile valore archeologico, altresì la città più grande della Siria (prima di questa guerra), la Milano e la New York siriana: perché mai si lascia che tutto questo venga distrutto?

Rivolgiamo la querela ai governanti delle nazioni, a chi si occupa di politica e del bene comune e resta a guardare, o si gira dall’altra parte, mentre vite e valori inestimabili muoiono o vengono distrutti; la rivolgiamo a chi ha espresso un giudizio storico sull’assurdità di ogni guerra, a chi ha rigettato e promesso che certe brutalità non sarebbero mai più accadute.
Questa stupita interpellanza è verso le istituzioni come l’Onu, che si mostrano lente a reagire e con le mani legate dinanzi a situazioni siffatte.
E ancora verso tutti noi, cittadini europei e cittadini americani, ma anche siriani, russi, turchi.
Noi europei che negli anni Novanta del secolo scorso proclamammo a gran voce: «Mai più Sarajevo». E che oggi, di fronte a quella che già viene chiamata la «nuova Sarajevo», restiamo muti e senza protestare di fronte al fantasma che ritorna, ai vecchi cadaveri dell’orrore che camminano di nuovo indisturbati sul tappeto dei nostri schermi televisivi.

La denuncia è verso gli intellettuali: dov’è un giudizio, una ‘resistenza’ almeno teorica a tanto disprezzo riportato contro ogni dignità umana, prima ancora che contro ogni diritto civile?
Non si può accettare che non si sia riusciti a costruire nulla di nuovo sotto il sole.
Che si debba ancora veder morire i civili di sete, i bambini di ogni tipo di violenza, i malati, di bombe sugli ospedali.
Perché non sappiamo fermare simili massacri? Perché l’Europa che si è costituita come un «baluardo di pace» dopo gli orrori del Novecento, si mostra ancora impotente?
Quella volta Giuditta –come racconta la Bibbia- vinse perché amava il suo popolo, lo considerava parte di sé.
La testa di Oloferne, il generale assiro che assediava Betulia, va intesa come metafora per dire che l’idea stessa della guerra fu ‘decapitata’.
E la vittoria fu della Vita.

Osiamo sperarlo anche per Aleppo, nonostante tutto!