Tradizionalmente tutto il mese di gennaio, inaugurato con la giornata mondiale della pace del primo del mese, è dedicato alla riflessione a questo grande e urgente tema che dal lontano 1968 i papi, San Paolo VI ‘in primis’ e poi tutti gli altri, ci hanno proposto per la nostra coscienza e impegno. Quest’anno la cura dell’altro è il nuovo nome della pace. Ogni anno il messaggio della pace proposto è ancorato nella storia. Quest’anno il messaggio, in riferimento alla crisi pandemica, delinea una ‘spiritualità della cura’. In nome della pace siamo chiamati a una relazione profondamente rinnovata con Dio e con l’altro. E questo è qualcosa che riguarda tutti. La pace si fa ‘dal basso’ e con il contributo di ciascuno, non è il frutto esclusivo delle cancellerie diplomatiche e delle negoziazioni tra governi, anche perchè non coincide semplicemente con l’assenza della guerra. Come dice papa Francesco nell’Enciclica ‘Fratelli tutti’: “I processi effettivi di una pace duratura sono anzitutto trasformazioni artigianali operate dai popoli, in cui ogni persona può essere un fermento efficace con il suo stile di vita quotidiana.
Le grandi trasformazioni non si costruiscono alla scrivania o nello studio. In realtà, ognuno svolge un ruolo fondamentale, in un unico progetto creativo, per scrivere una nuova pagina piena di speranza, piena di pace, piena di riconciliazione (N. 232). Il titolo della Giornata della Pace scelta dal papa va in questo senso: ‘La cultura della cura come percorso di pace’. L’invito non è semplicemente quello di ‘curare’ in senso sanitario ma piuttosto di ‘prendersi cura’. Una vera e propria cultura della cura, cioè una mentalità che diventa atteggiamento, ‘spiritualità’, stile, scelta: “Un impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione a interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, al
rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via previlegiata per l costruzione della pace” (Messaggio della pace, 2021). Comprendiamo allora che “la pace più che un vocabolo è un vocabolario”, come amava ripetere don Tonino Bello. E’ una sfida sociale ma anche educativa, perché spesso la ‘guerra’, il conflitto abitano tuttora la nostra mentalità e ‘dominano’ le nostre parole e le nostre relazioni. Ci ‘prenderemo cura’ anche di questo.