Fino a due anni fa nessuno avrebbe creduto possibile vivere la Sagra in condizioni di fatica e di limitazione dovute alla pandemia.
Eppure lo conferma ciò che si è realizzato l’anno scorso, riuscendo a ‘condire’ festa e solidarietà, momenti di gioia e gesti di altruismo, esperienza di comunità e attenzione di carità in tempo di fragilità. Molte persone e famiglie sono state sostenute e aiutate per far fronte a situazioni di bisogno o d’improvvisa precarietà. Quest’anno speravamo di poter riaprire in una situazione più favorevole. Ad ogni modo, già allenati a remare controcorrente, riproponiamo un servizio di asporto che riporta a casa e nella propria famiglia i profumi caratteristici della classica sagra e, allo stesso tempo, offrendo la possibilità di fermarsi pure in patronato. Nonostante i limiti, niente e nessuno potrà mai spezzare la voglia di incontro e di amicizia e il desiderio di fare qualcosa per gli altri. L’augurio che ci facciamo è quello di sentirci protagonisti di questo evento di mezza estate nel quale tutta la nostra parrocchia fa festa attorno alla figura di Maria e della sua casa, il Santuario della Madonna delle Grazie. Inizieremo le nostre festività con una solenne Eucaristia campale il giovedì sera (29 luglio) alle ore 20.30 in patronato. Perché questa scelta? E’ una sottolineatura che vuole esprimere almeno due cose belle e importanti.
La prima ci ricorda che è ‘sagra’, cioè si fa festa solo quando siamo con il Signore, e stiamo dalla parte del bene. In particolare vogliamo affidare la nostra comunità alla Madre celeste, che possiamo considerare co-patrona della parrocchia di Villafranca, grazie al Santuario della Madonna presente da 500 anni in mezzo alle nostre vie e tra le nostre case.
Il secondo motivo di questa scelta ci dice che ogni luogo di incontro, di amicizia, di festa trova ispirazione nei perenni valori del vangelo a cui vogliamo rifarci in ogni iniziativa che la parrocchia propone, pure in questi giorni.
Non ci resta che continuare a credere possibile, con il contributo di tutti, che la Sagra sarà anche in quest’estate un punto di riferimento che infonderà speranza e aiuterà a intraprendere con ancora più forza e determinazione i passi a venire.

“Vattene dalla tua terra… verso la terra che io ti indicherò!”.
In questo periodo estivo continuiamo a riflettere lasciandoci guidare dal testo della diocesi proposto in vista del nuovo anno pastorale 2021-2022 che sarà dedicato alla “Preparazione al Sinodo diocesano”. Dopo una sintesi del messaggio del vescovo Claudio lanciato il giorno dell’Indizione (16 maggio), in questo documento viene presentata la figura di Abramo, punto di riferimento biblico che interpreta non solo una situazione esistenziale, personale e comunitaria, che potremmo definire simile alla nostra, ma anche alcuni atteggiamenti umani e di fede che potremmo fare nostri e condividere in questo periodo sinodale. Cominciamo a leggerne qualche stralcio.

Quando ci sia alza al mattino una delle prime azioni che si compiono è quella di guardarsi allo specchio: osserviamo il nostro volto, ci chiediamo se è presentabile, se mostra la nostra versione migliore o se non sia il caso di darci una sistemata. Anche le storie bibliche possono essere uno specchio: spesso ci restituiscono la nostra immagine, facendoci comprendere chi siamo e chi possiamo essere; sempre ci interrogano, chiedendoci se vogliamo far crescere, come singoli e come comunità, quel seme di benedizione che Dio ha posto in noi e in ogni cosa, fin dal giorno della creazione.
Nella Bibbia la vicenda di Abramo (Gn 12-25) corrisponde al primo esodo, durante il quale il popolo d’Israele esce dall’Egitto (e da Babilonia) ed è condotto verso la Terra Promessa: in questo movimento, in fondo, ogni essere umano può ritrovare la propria chiamata ad uscire, incamminandosi lungo la via suscitata e accompagnata da Qualcun Altro.
Abramo è un uomo del cammino: non un viandante senza destinazione, ma pellegrino su una strada di cui non conosce né la meta precisa né l’itinerario attraverso cui arrivarci; eppure, nonostante queste insicurezze, grazie a quel Compagno invisibile che lo conduce e gli fa sentire la sua voce, Abramo non perde il passo, non smarrisce l’ottimismo fiducioso che vince le tentazioni di fermarsi.
 
(“La preparazione al Sinodo diocesano, Anno pastorale 2021-2022)
 
 
È tempo di una sintesi ecclesiale che permetta di guardare al futuro “insieme”, con un rinnovato coraggio; anzi con un rinnovato entusiasmo. È venuto il tempo di favorire il futuro e di andargli incontro mettendoci in ascolto dello Spirito del Signore Risorto.
Grazie al Cielo non ci sono rotture e tensioni straordinarie. Il nostro è tempo di pace e quindi è tempo favorevole per una riflessione serena e per scoprire la vocazione della nostra Chiesa patavina, per guardare con fiducia avanti. D’altra parte questo tempo pone molte sfide a livello ecclesiale, sociale e soprattutto culturale: il Covid 19 le ha evidenziate e noi le accettiamo, obbedienti alla nostra vita concreta, come spazio per la missione di preparare ai nostri figli un domani e una terra, sempre promessa, “dove scorrono latte e miele”.
Il Sinodo richiede che noi ci mettiamo insieme, che ci confrontiamo, che studiamo, che ascoltiamo, ma non è solo questo. Il Sinodo è prima di tutto opera dello Spirito, non nostra. Quanto possiamo fare ci predispone ad ascoltare lo Spirito, crea atteggiamenti capaci di accogliere la sua azione performante e trasformante. Noi possiamo camminare insieme verso la direzione indicata dallo Spirito, possiamo prendere coscienza delle nostre povertà per appoggiare la nostra speranza nell’azione dello Spirito e non in noi stessi. Insomma possiamo fare tanto ma ciò è nulla rispetto a quello che ci aspettiamo da Lui. I nostri riti di introduzione ci predispongono ad accogliere l’intervento straordinario di Dio, ci predispongono a “celebrare” il Sinodo!
La mia richiesta per tutti è di cercare, tendere, aspirare all’unità: non possiamo dividerci in questa opera di Dio! L’unità non è omogeneità ma creatività, immaginazione, desiderio di comunione. Il cammino fatto insieme alla ricerca della volontà del Signore, avrà un altro protagonista, il divisore, il serpente antico, cioè il diavolo, il quale con maggiore destrezza si introdurrà nella nostra vita e nella vita della nostra Chiesa per farci fallire. E lo farà a partire dai nostri pensieri taciuti che si esprimeranno in atteggiamenti, in parole e in gesti che si opporranno alla fatica di convocare comunità e di suonare campane per chiamare tutti. Il maligno vorrà dividerci non solo con pensieri taciuti, ma anche con freni interiori, con opposizioni verbali, con rigidità inconsce.
Restiamo uniti da subito. Restiamo uniti nella preghiera. Restiamo uniti nella speranza. Aiutiamoci gli uni gli altri a rimanere uniti facendoci operatori di pace, di riconciliazione. Il Signore Risorto ha già vinto questa battaglia e continuamente ci rende concordi, capaci di vincere le separazioni e di abbattere le distanze. Tra preti, tra consacrati, tra battezzati aiutiamoci nel rimanere uniti e fraterni nell’aderire alla chiamata del Signore in questo tempo storico della nostra Chiesa.
(Vescovo Claudio, Indizione del Sinodo, 16 maggio 2021)
 
 
Sono per noi oggi le parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura”. Se questo mondo attraversa giorni difficili, l’amore di Cristo ci spinge con maggiore abbondanza di Grazia. Grazia divina che diventa in noi dono d’amore, interesse e dedizione gratuita, impegno per il bene e la giustizia. Grazia che, offrendoci la forza dello Spirito Santo, scende su noi e ci rende testimoni del Vangelo ad ogni creatura. Il Sinodo diocesano si inserisce in questo mandato missionario e diventa la strada per seguire Gesù. Altra espressione del Vangelo di oggi: “Allora essi partirono”. Si misero sulla strada, guidati dallo stesso Spirito e dalla stessa Parola, quelli di Gesù. Sulla strada, insieme, uniti: è esattamente ciò che intendiamo per Sinodo!
Camminare insieme è per me speranza e preghiera. In realtà immagino che siano la speranza e la preghiera di ogni vescovo, ma anche di ogni presbitero e battezzato, di ogni padre e madre che vogliono realizzare la propria famiglia nell’amore!
Sinodo è speranza. La speranza si accende quando ci si sente chiamati a raggiungere una meta impegnativa, alta, bella; quando ci si aspetta qualcosa di più, quando si possiedono beni che si desidera condividere con le persone a cui si vuole bene. Questa speranza è dell’intera comunità dei battezzati che è composta anche da presbiteri, da diaconi, da consacrate e consacrati, dalle diverse ministerialità e carismi presenti nel popolo di Dio; e che percepisce il pericolo della dispersione, della frantumazione e che desidera orientarsi anche comunitariamente secondo la volontà di Dio Padre.
Sinodo è anche preghiera. È la preghiera, in comunione con la preghiera sacerdotale di Gesù, di saper camminare insieme, arricchiti dalle nostre usanze e ma anche andando oltre, superando le nostre resistenze e vincendo presunzioni e individualismi. È preghiera di invocazione: “Che siano una cosa sola”! Preghiera che assomiglia a quella dei poveri, di coloro che invocano da Dio giustizia e dignità, senza pretese perché sono poveri; le invocano come Grazia.
Il Sinodo nasce dal desiderio del Vescovo di rendere possibile la strada del futuro e della missione. Strada da percorrere tutti insieme, ognuno con il suo carisma, “avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace”, al servizio di tutti coloro che il Signore ama.
Perché oggi? Sono trascorsi circa sessant’anni dalla celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo: il soffio dello Spirito Santo ha raggiunto tutta la Chiesa cattolica aprendo orizzonti pastorali ricchi di novità; tra questi l’attenzione alla Chiesa locale, là dove vive e si manifesta la Chiesa Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, lì dove si realizza la piena vitalità dello Spirito. Qualche anno fa, nel 2013, il Santo Padre Francesco con l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ci ha sollecitati a continuare nel cammino conciliare del rinnovamento pastorale.

 
(Vescovo Claudio, Indizione del Sinodo, 16 maggio 2021)
 
 

Condivido con voi qualche piccola riflessione sul senso del ‘concludere’. Mi ispira il fatto che stiamo concludendo il mese di maggio e l’anno catechistico, entrambi percorsi di fede, con Gesù il primo, con Maria il secondo, entrambi dentro la grande famiglia della Chiesa, assieme a fratelli e sorelle che condividono ideali, fatiche, speranze, uno stile di vita che vuole cercare un riferimento nel vangelo che resta, voglia o non voglia, la nostra carta costituzionale.
L’unico modo adeguato per concludere è ringraziare, cioè riconoscere che il tempo non è passato invano ma è stato riempito di senso dal dono di una presenza, quella del Signore, da cose belle condivise, da cose buone realizzate. I nostri giovani dell’Azione Cattolica prima e i genitori dell’Iniziazione Cristiana dopo, hanno riflettuto sul valore del tempo, all’inizio di questo anno pastorale. Il tempo non è semplicemente qualcosa che passa, ma una opportunità da riempire, un dono da vivere, un’occasione per crescere. Solo così il tempo diventa un amico, ci è favorevole, è dalla nostra parte e non diventa un nemico, a volte perfino un tiranno impietoso che ci mette in una morsa che ci stritola e ci ruba la pace e la gioia. Riconosciamo che il tempo vissuto, pur difficile (ma quando è facile?) per la situazione congiunturale che stiamo vivendo, ha lasciato sul terreno della nostra vita e della nostra comunità, dei semi fecondi che sbocceranno, fioriranno, daranno frutto. Ci fermiamo un attimo che riconoscerli, coglierli, goderne della bellezza, farli diventare desiderio rinnovato di passi nuovi e ulteriori. Maria ci ha accompagnato in modo particolare in questo ultimo mese a lei dedicato. Ci siamo rivolti a lei? Le abbiamo condiviso cose e persone importanti della nostra vita? Abbiamo imparato qualcosa dalla sua fede? Siamo cresciuti in confidenza con la nostra madre celeste? Ci ha aiutati ad avvicinarci di più al suo Figlio, Gesù? Sentiamo che la devozione mariana non può ridursi a chiedere delle cose che ci urgono o presentare problemi che noi non riusciamo a risolvere. E’ piuttosto una cammino di fede da condividere, un ‘pellegrinaggio’ interiore che ci fa sempre più discepoli del Signore. In fondo è l’obiettivo della catechesi della
Iniziazione cristiana, che ha coinvolto piccoli e grandi anche quest’anno: metterci tutti alla scuola di Gesù, per imparare la vita (la materia più importante) da Lui, come Maria che è, nella sua umiltà, divenuta “figlia del suo figlio” (cfr. Canto XXXIII del Paradiso, La Divina Commedia, Dante Alighieri) Quanti regali ricevuti! Quante grazie donate! Non ci resta che dire ‘grazie’.

In questo periodo le sollecitazioni non mancano. C’è fermento nella chiesa pur tra qualche preoccupazione nel leggere la complessità attuale. Pure nel mondo, nonostante grandi contraddizioni e forti sofferenze, c’è l’attesa di un rinnovamento che alimenta la speranza. Sentiamo che il dono dello Spirito Santo entra nelle feritoie di questo vissuto che fa trapelare una luce incoraggiante e infonde una forza impensata nell’affrontare una realtà più grande di noi. Percepiamo che l’invocazione dello Spirito di Dio non si può ridurre a uno slogan religioso e nemmeno a una formalità ripetitiva e senza anima. Va veramente presa  sul serio, e non solo in modo straordinario da parte dei ragazzi che ricevono la Cresima, ma da tutta la comunità credente che ‘geme e soffre le doglie del parto’ di una umanità nuova, secondo Dio e una santità vera. Tutti i tornanti della storia sappiamo che sono importanti, siamo comunque convinti che l’oggi ha una rilevanza particolare, non fosse altro per il fatto che il presente è l’unica opportunità che ci viene offerta per cambiare qualcosa. Il Sinodo diocesano, indetto dal vescovo Claudio, domenica scorsa è un segno che va in questa direzione: una comunità cristiana che si ferma e si interpella per chiedersi cosa lo Spirito dice oggi alle chiese. Già questo è un frutto promettente perché esprime un atteggiamento, dice uno stile, allena all’ascolto, fa vedere in profondità oltre la superficie, chiarifica idee, da coraggio per passi nuovi e iniziative inedite, sprona a scelte importanti. Quando guardiamo alla fedeltà di Dio e crediamo che Lui cammina con noi immediatamente percepiamo pace interiore, nonostante tutto, e infonde in noi la forza della perseveranza, l’elasticità della resilienza, la decisione della partenza, la creatività della pastorale, lo slancio missionario dell’andare incontro facendo il primo passo. Ancora una volta ce lo diciamo: non ce la faremo da soli. Abbiamo bisogno dell’Altro, del Padre e del suo Figlio, dello Spirito che ci unisce a Dio e tra di noi. Abbiamo bisogno degli altri, che per noi cristiani sono fratelli, cioè condividono la stessa radice, lo stesso destino, appartengono alla stessa famiglia, anche se si bisticcia e a volte non ci si capisce. Ecco la bellezza della comunità, dove ci si allena a una fraternità vera, faticosa ma feconda, impegnativa ma ricca di frutti, in cui siamo chiamati a dare qualcosa di noi, ma nella quale anche molto riceviamo. Imploriamo una rinnovata Pentecoste!

Tutti desideriamo un’esperienza di Chiesa da vivere nella gioia e nella consapevolezza che il Signore la ama e la guida. Per il Sinodo vorremmo un percorso leggero, comprensibile e stimolante, evitando la ripetitività e la pesantezza. Se la questione è la visione di Chiesa, come sogno condiviso, allora non ci interesserà discutere ogni singolo tema, quanto, invece, attivare buoni processi di crescita e maturazione, a partire da alcuni criteri e da alcune aree prioritarie di evangelizzazione. Per il Sinodo immaginiamo una partenza da quanto ci appassiona e può diventare generativo, piuttosto che da quanto ci manca e ci sembra deficitario.
Alcuni abbozzi di obiettivi. A partire da una verifica degli elementi essenziali del Concilio Vaticano II e della loro attuazione; alla luce di Evangelii Gaudium e di una necessaria risposta alla realtà odierna, segnata da un “cambiamento d’epoca” nel quale ci troviamo ad annunciare il Vangelo, avvertiamo la domanda di orientamenti su alcuni temi, quali: il senso e il volto futuro della parrocchia; l’annuncio cristiano ed una verifica dell’Iniziazione cristiana; la forma concreta “sussidiaria” della Chiesa diocesana (parrocchia, gruppi di parrocchie, Unità pastorali, vicariati); il ministero dei preti, dei diaconi e la corresponsabilità dei laici. C’è davvero l’urgenza di mettere al primo posto l’essenziale del nostro essere credenti, accettando anche dei “tagli” che ci permettano di essere ancora una Chiesa missionaria, non appesantita dalla gestione dell’esistente, comprese le strutture che ci appartengono. La Pasqua, a cui siamo diretti, ci ricorda che per risorgere bisogna saper morire. Non vi è la pretesa di risolvere tutto, ma la consapevolezza di «attivare processi» durante e dopo il Sinodo. Per certi aspetti il “dopo” Sinodo ci chiederà ancora più impegno e dedizione.
Gli atteggiamenti da coltivare. Vorrei suggerire a tutti i battezzati e credenti della nostra Chiesa di Padova di accogliere il Sinodo come un atto di fede nell’azione dello Spirito Santo che sempre ci accompagna e precede. Vi chiedo di sviluppare, attraverso il Sinodo, quasi un “supplemento” di amore alla nostra Chiesa, desiderando camminare insieme e insieme esplorare strade non ancora battute. Infine, vi invito a guardarlo come un gesto di cura e di responsabilità verso quanto potremo essere, ma anche verso le nuove generazioni, che domandano profondità ed autenticità.
I collegamenti, le persone che sanno tenere insieme. Comprendo che ci possano essere tante domande e timori nei riguardi della proposta del Sinodo: spesso percepisco anche la stanchezza e la fatica rispetto alla quotidianità dell’azione pastorale. Per arrivare a tutti e perché ciascuno possa offrire il suo contributo di pensiero e parola, il Sinodo avrà bisogno di alcuni in grado di collegare e coinvolgere altri. Penso in particolare ai Consigli Pastorali e di Gestione Economica, ai referenti dei vari ambiti pastorali, ai presbiteri, ai diaconi, ai religiosi e alle religiose. A voi, affido volentieri il compito insostituibile di collegamento, di “cucitura” e di legame tra le varie persone e realtà ecclesiali. Il santo viaggio. Viviamo pertanto gli anni del Sinodo come un «santo viaggio» (cf. Salmo 83,6): nel fruscio leggero dei passi condivisi sentiremo la presenza del Signore che si prende cura di noi, ispirandoci un discepolato gioioso, generativo di vita buona.

(Vescovo Claudio, Annuncio del Sinodo diocesano, Seconda parte)
 
 
Nessuno da solo può riuscire a far attraversare alla Chiesa questo tempo difficile. Il nostro non è un tempo di fondatori ma di riformatori. Non abbiamo bisogno di geni solitari, ma di chiese che si mettano in movimento (Stella Morra).”
Innanzitutto un saluto caro e riconoscente a tutti e a tutte le nostre comunità, accompagnato da un ricordo affettuoso per gli ammalati, i sofferenti e per chi si trova nella precarietà. Siamo nel tempo della fragilità che ci invita a rinsaldare strade di fraternità, consapevoli che l’unica salvezza possibile è quella che riguarda tutti. Colgo l’opportunità per comunicarvi la decisione di indire un Sinodo diocesano. Come sapete, dopo un lungo cammino di discernimento comunitario, nell’ottobre scorso ho recepito favorevolmente il consiglio autorevole dei due Organismi di comunione diocesani – Consiglio Pastorale Diocesano e Consiglio Presbiterale –, arrivando a proporre il Sinodo diocesano per un volto rinnovato di Chiesa in questo tempo inedito. Successivamente ho nominato una Segreteria incaricata di seguire i vari passi del Sinodo.
Perché un Sinodo?
Molto probabilmente questa è la domanda che ci stiamo facendo tutti, immaginando anche il carico di impegno e responsabilità che ne consegue. Il nostro contesto sociale e culturale, indubbiamente, ci mette davanti molti “perché”: la nostra realtà non è più statica e lineare, non procede più in modo prevedibile, schematico e strutturabile. Alcune domande profonde ci abitano e scuotono: Perché credere? Perché evangelizzare? Perché la parrocchia oggi?
Potremmo trovare delle risposte “organizzative”, ma questo non cambierebbe lo stile del nostro stare dentro il mondo, comunicando il Vangelo della gioia. Ci accorgiamo, pertanto, che abbiamo bisogno di apprendere insieme e di maturare insieme una intensa vita spirituale che ci permetta di cambiare e di rinnovare quello che stiamo facendo. Si tratta non di fare cose nuove, ma di rendere nuove tutte le cose.
Il fatto di camminare insieme e di apprenderne le modalità, vera e propria situazione di “esodo”, ci riporta al Sinodo interpretandolo nella logica di un processo dinamico in se stesso, una sorta di “conversione” in cui ciò che conta non sarà solo “cosa” raggiungeremo, ma “come” ci arriveremo, facendo prima di tutto una buona esperienza di Chiesa e di comunione fraterna. In tal senso, i termini Chiesa e Sinodo diventano sinonimi, in quanto espressione di una stessa realtà rimessa continuamente in viaggio dal Signore Gesù.
La nostra Chiesa di Padova
Nella Chiesa di Padova siamo senz’altro forti di una sinodalità ordinaria, costruita e maturata in decenni, che ci sta aiutando ad assumere il metodo del discernimento. In questo tempo, ci facciamo forza anche delle intuizioni del recente Sinodo dei giovani e possiamo confidare nell’ascolto della Visita pastorale che accanto a questioni aperte fa scoprire tanta ricchezza e frutti evangelici nelle nostre terre. La stagione che viviamo, da ultimo, ci riporta al tempo complesso della pandemia da interpretare come kairós, vera “occasione” di ripensamento. Di conseguenza, mi sembra che, senza troppe paure e resistenze, possiamo guardare al Sinodo per incoraggiare e rimotivare tanti passi preziosi della nostra Chiesa, rilanciandoci in avanti e coltivando la visione di quale Chiesa diocesana desideriamo custodire nel prossimo futuro.

(Vescovo Claudio, Annuncio del Sinodo diocesano, Prima parte)
Papa Francesco chiede in questo mese di maggio che tutta la Chiesa possa invocare l’intercessione della Beata Vergine Maria per la fine della pandemia e, in maniera particolare, invita a innalzare suppliche per quanti ne sono stati colpiti più da vicino. Siamo tutti consapevoli, anche per esperienza personale, famigliare, sociale ed ecclesiale, che il tempo di pandemia ha inciso profondamente sulle nostre vite. Questa prova è una occasione per testimoniare la nostra fede, per alimentare la speranza e compiere dei gesti di amore attraverso opere di carità corporali e spirituali. Tanti sono segnati dal dolore perché hanno perso una persona cara o non l’hanno potuta accompagnare nel momento del trapasso e della sepoltura. Le relazioni familiari e sociali sono messe a dura prova; la crisi economica e la mancanza di lavoro suscitano paura per il futuro sempre più incerto per la propria famiglia. In questa esperienza, ci sentiamo come la prima comunità cristiana, che il testo degli Atti descrive con questa bella espressione “da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio” (At. 12, 5). Anche noi desideriamo unirci per far salire a Dio la preghiera, che possa esaudire le nostre richieste. In questo mese di maggio ci stringiamo attorno al Santo Padre che chiede a tutta la Chiesa di innalzare insieme con Maria, Madre di Dio, la supplica per la fine di questa prova.
Un appello particolare è rivolto ai Santuari di tutto il mondo perché si convertano ‘case di preghiera’ da cui si eleva una invocazione al Signore, fiduciosa e insistente al Signore, attraverso l’intercessione di Maria. Come l’anno scorso abbiamo compiuto un gesto forte di vicinanza di Maria verso tutti i suoi figli, passando per le case delle nostre parrocchie, così quest’anno siamo invitati a ricambiare un gesto di cortesia spirituale: visitando la nostra Madre Celeste vorremmo invocare in modo particolare la grazia della salute del corpo per tanti nostri fratelli e sorelle e la salute dell’anima per tutti noi. Ci uniamo a una preghiera corale che sale da tutti i santuari del mondo uniti spiritualmente in questa unica invocazione. Naturalmente questo è possibile anche fermandoci un attimo in preghiera pure a casa nostra, in famiglia.
Buon cammino con Maria a tutti voi.

Don Giuseppe
"A due a due”: è questo il titolo della 58a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che viviamo insieme a tutta la Chiesa nella quarta domenica di Pasqua, un’espressione tratta dall’Esortazione apostolica di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (n° 141).
Queste poche parole ci annunciano che possiamo vivere la santità soltanto se camminiamo insieme agli altri, se condividiamo il passo con altri credenti e cercatori di Dio, in una diversità di ricchezze e doni personali ma anche di scelte di vita: è camminando fianco a fianco con credenti sposati, consacrati, missionari, preti, laici impegnati nella vita sociale o dedicati alla Chiesa che matura la vita cristiana di ciascuno, fino ad essere trasparenza del volto di Cristo stesso accanto agli altri. Queste scarne parole, tuttavia, indicano anche la via per ritornare a prenderci cura del dono della vocazione, ossia di quel modo unico e irripetibile con cui il Signore chiama ciascuno a vivere la propria esistenza. Essa non può maturare se non in un contesto comunitario, dove i piccoli particolari regalati dall’impegno di ciascuno manifestano la cura stessa di Dio per il suo popolo e lo rendono presente tra noi. La scelta di vita di un giovane non si fa strada da sé, a tentativi o divorando esperienze, bensì grazie alla testimonianza dei fratelli, alla cura educativa, alla proposta di itinerari di fede seri e concreti che mettano in ascolto delle necessità degli altri, che facciano vibrare di concretezza la Parola di Dio ascoltata in chiesa e meditata nel cuore.
In questo tempo particolare confermiamo tenacemente uno stile di vita autenticamente cristiano, “perché la comunità non è un agglomerato di singoli, ma la famiglia in cui integrarsi, il luogo dove prendersi cura gli uni degli altri, i giovani degli anziani e gli anziani dei giovani, noi di oggi di chi verrà domani. Solo ritrovando il senso di comunità, ciascuno potrà trovare in pienezza la propria dignità” (papa Francesco). Impegniamoci perché l’intera pastorale sia generativa, non tanto un insieme di attenzioni e attività utili a mantenere l’esistente bensì un percorso per dare alla luce credenti, per accompagnare gli adulti a vivere con fede i propri impegni e i giovani nella scoperta di sé e del proprio posto nella comunità e nel mondo. Soprattutto ritorniamo “a due a due” davanti al Signore e guardiamo con i suoi occhi la nostra vita: troveremo tanti volti che l’hanno accompagnata, laici, consacrati, preti, uomini e donne che ci hanno aiutati ad essere ciò che siamo, a riconoscere e vivere la nostra dignità. “A due a due” chiediamogli insistentemente di regalare questa esperienza ai ragazzi e ai giovani delle nostre comunità, perché non manchino loro occasioni, contesti e testimoni che li aiutino ad orientarsi nella vita e farla diventare un servizio gioioso.

 
Ufficio diocesano di pastorale delle vocazioni
 
 

In questa domenica, in un tempo pasquale che continua a donare luce nonostante ancora tante nuvole offuschino l’orizzonte della nostra vita, vogliamo lasciarci guidare dalla riflessione di papa Francesco che mette insieme i nostri piccoli-grandi sassi, che rendono incerto il nostro cammino e a volte faticosi e dolorosi i nostri passi, con la grande pietra rotolata via da quel sepolcro. La grande forza pasquale del Signore vivo in mezzo a noi, continui ad alimentare la nostra speranza e orientare sempre al bene le nostre scelte. Ascoltiamo le sue parole:
Oggi la Chiesa continua a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù - è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

Potremmo presentare i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana in tanti modi, dal momento che il dono di grazia che si riceve è così eccedente, che non si finisce mai di comprendere e soprattutto da vivere. Ad ogni modo desideriamo parlare della Cresima e dell’Eucaristia proprio in questa prospettiva perché è quella originaria e fondante: i Sacramenti sono doni pasquali del Risorto, sono modi con i quali Lui ci raggiunge nella nostra vita e si manifesta, ci comunica la sua grazia. La Cresima è certamente un’adesione più convinta e personale alla vita cristiana (guarda caso la parola ‘Confermazione’ allude al fatto che chi la riceve conferma il proprio Battesimo) ma soprattutto è il dono dello Spirito di Cristo che con la sua Pasqua vince il male e, con esso, la morte, la cattiveria, l’egoismo, l’odio.
Chi riceve il dono dello Spirito Santo partecipa di questa forza che è come un fuoco che brucia, se si attiva nella nostra vita. E’ un regalo del Signore ma va invocato, chiesto, implorato insistentemente. Per questo suggeriamo ai ragazzi di diventarne amici a tal punto di arrivare a una confidenza quotidiana con Lui, che accompagni i loro passi, le loro scelte, le loro fatiche e i loro progetti. La doppia marcatura per ogni cristiano è garantita non solo dallo Spirito Santo ma da Gesù stesso, risorto dai morti e vivo in mezzo a noi. L’Eucaristia che celebriamo non è più soltanto una commemorazione dell’Ultima Cena e nemmeno solo un ricordo della morte di Gesù in croce per i miei/nostri peccati, bensì è sempre un prendere parte al banchetto del Risorto, come i suoi discepoli dopo gli eventi pasquali. Pure con noi Lui si manifesta, si fa presente, ci parla, scalda il nostro cuore, rinnova un’amicizia che mai meritiamo e che sempre ci dona in modo sorprendente. Questo vorremmo che i nostri ragazzi vivessero ricevendo i Sacramenti della Cresima e della Prima Eucaristia. E’ una storia nuova e importante che inizia per la loro vita cristiana. In realtà continua un dono già ricevuto ma ora si completa in una pienezza traboccante e chiede ‘una corrispondenza d’amorosi sensi’. La fede è una relazione profonda con il Signore che ‘segna’ la nostra vita e la apre all’eternità (che non è solo un futuro dopo la morte, ma un modo di vivere oggi la nostra esistenza). I genitori li accompagneranno in questi passi, assieme ai padrini. Anche la nostra comunità continuerà a pregare per loro perché si innamorino di Gesù e del suo Spirito. La vita diventerà proprio bella!