Nessuno da solo può riuscire a far attraversare alla Chiesa questo tempo difficile. Il nostro non è un tempo di fondatori ma di riformatori. Non abbiamo bisogno di geni solitari, ma di chiese che si mettano in movimento (Stella Morra).”
Innanzitutto un saluto caro e riconoscente a tutti e a tutte le nostre comunità, accompagnato da un ricordo affettuoso per gli ammalati, i sofferenti e per chi si trova nella precarietà. Siamo nel tempo della fragilità che ci invita a rinsaldare strade di fraternità, consapevoli che l’unica salvezza possibile è quella che riguarda tutti. Colgo l’opportunità per comunicarvi la decisione di indire un Sinodo diocesano. Come sapete, dopo un lungo cammino di discernimento comunitario, nell’ottobre scorso ho recepito favorevolmente il consiglio autorevole dei due Organismi di comunione diocesani – Consiglio Pastorale Diocesano e Consiglio Presbiterale –, arrivando a proporre il Sinodo diocesano per un volto rinnovato di Chiesa in questo tempo inedito. Successivamente ho nominato una Segreteria incaricata di seguire i vari passi del Sinodo.
Perché un Sinodo?
Molto probabilmente questa è la domanda che ci stiamo facendo tutti, immaginando anche il carico di impegno e responsabilità che ne consegue. Il nostro contesto sociale e culturale, indubbiamente, ci mette davanti molti “perché”: la nostra realtà non è più statica e lineare, non procede più in modo prevedibile, schematico e strutturabile. Alcune domande profonde ci abitano e scuotono: Perché credere? Perché evangelizzare? Perché la parrocchia oggi?
Potremmo trovare delle risposte “organizzative”, ma questo non cambierebbe lo stile del nostro stare dentro il mondo, comunicando il Vangelo della gioia. Ci accorgiamo, pertanto, che abbiamo bisogno di apprendere insieme e di maturare insieme una intensa vita spirituale che ci permetta di cambiare e di rinnovare quello che stiamo facendo. Si tratta non di fare cose nuove, ma di rendere nuove tutte le cose.
Il fatto di camminare insieme e di apprenderne le modalità, vera e propria situazione di “esodo”, ci riporta al Sinodo interpretandolo nella logica di un processo dinamico in se stesso, una sorta di “conversione” in cui ciò che conta non sarà solo “cosa” raggiungeremo, ma “come” ci arriveremo, facendo prima di tutto una buona esperienza di Chiesa e di comunione fraterna. In tal senso, i termini Chiesa e Sinodo diventano sinonimi, in quanto espressione di una stessa realtà rimessa continuamente in viaggio dal Signore Gesù.
La nostra Chiesa di Padova
Nella Chiesa di Padova siamo senz’altro forti di una sinodalità ordinaria, costruita e maturata in decenni, che ci sta aiutando ad assumere il metodo del discernimento. In questo tempo, ci facciamo forza anche delle intuizioni del recente Sinodo dei giovani e possiamo confidare nell’ascolto della Visita pastorale che accanto a questioni aperte fa scoprire tanta ricchezza e frutti evangelici nelle nostre terre. La stagione che viviamo, da ultimo, ci riporta al tempo complesso della pandemia da interpretare come kairós, vera “occasione” di ripensamento. Di conseguenza, mi sembra che, senza troppe paure e resistenze, possiamo guardare al Sinodo per incoraggiare e rimotivare tanti passi preziosi della nostra Chiesa, rilanciandoci in avanti e coltivando la visione di quale Chiesa diocesana desideriamo custodire nel prossimo futuro.

(Vescovo Claudio, Annuncio del Sinodo diocesano, Prima parte)
Papa Francesco chiede in questo mese di maggio che tutta la Chiesa possa invocare l’intercessione della Beata Vergine Maria per la fine della pandemia e, in maniera particolare, invita a innalzare suppliche per quanti ne sono stati colpiti più da vicino. Siamo tutti consapevoli, anche per esperienza personale, famigliare, sociale ed ecclesiale, che il tempo di pandemia ha inciso profondamente sulle nostre vite. Questa prova è una occasione per testimoniare la nostra fede, per alimentare la speranza e compiere dei gesti di amore attraverso opere di carità corporali e spirituali. Tanti sono segnati dal dolore perché hanno perso una persona cara o non l’hanno potuta accompagnare nel momento del trapasso e della sepoltura. Le relazioni familiari e sociali sono messe a dura prova; la crisi economica e la mancanza di lavoro suscitano paura per il futuro sempre più incerto per la propria famiglia. In questa esperienza, ci sentiamo come la prima comunità cristiana, che il testo degli Atti descrive con questa bella espressione “da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio” (At. 12, 5). Anche noi desideriamo unirci per far salire a Dio la preghiera, che possa esaudire le nostre richieste. In questo mese di maggio ci stringiamo attorno al Santo Padre che chiede a tutta la Chiesa di innalzare insieme con Maria, Madre di Dio, la supplica per la fine di questa prova.
Un appello particolare è rivolto ai Santuari di tutto il mondo perché si convertano ‘case di preghiera’ da cui si eleva una invocazione al Signore, fiduciosa e insistente al Signore, attraverso l’intercessione di Maria. Come l’anno scorso abbiamo compiuto un gesto forte di vicinanza di Maria verso tutti i suoi figli, passando per le case delle nostre parrocchie, così quest’anno siamo invitati a ricambiare un gesto di cortesia spirituale: visitando la nostra Madre Celeste vorremmo invocare in modo particolare la grazia della salute del corpo per tanti nostri fratelli e sorelle e la salute dell’anima per tutti noi. Ci uniamo a una preghiera corale che sale da tutti i santuari del mondo uniti spiritualmente in questa unica invocazione. Naturalmente questo è possibile anche fermandoci un attimo in preghiera pure a casa nostra, in famiglia.
Buon cammino con Maria a tutti voi.

Don Giuseppe
"A due a due”: è questo il titolo della 58a Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni che viviamo insieme a tutta la Chiesa nella quarta domenica di Pasqua, un’espressione tratta dall’Esortazione apostolica di papa Francesco sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (n° 141).
Queste poche parole ci annunciano che possiamo vivere la santità soltanto se camminiamo insieme agli altri, se condividiamo il passo con altri credenti e cercatori di Dio, in una diversità di ricchezze e doni personali ma anche di scelte di vita: è camminando fianco a fianco con credenti sposati, consacrati, missionari, preti, laici impegnati nella vita sociale o dedicati alla Chiesa che matura la vita cristiana di ciascuno, fino ad essere trasparenza del volto di Cristo stesso accanto agli altri. Queste scarne parole, tuttavia, indicano anche la via per ritornare a prenderci cura del dono della vocazione, ossia di quel modo unico e irripetibile con cui il Signore chiama ciascuno a vivere la propria esistenza. Essa non può maturare se non in un contesto comunitario, dove i piccoli particolari regalati dall’impegno di ciascuno manifestano la cura stessa di Dio per il suo popolo e lo rendono presente tra noi. La scelta di vita di un giovane non si fa strada da sé, a tentativi o divorando esperienze, bensì grazie alla testimonianza dei fratelli, alla cura educativa, alla proposta di itinerari di fede seri e concreti che mettano in ascolto delle necessità degli altri, che facciano vibrare di concretezza la Parola di Dio ascoltata in chiesa e meditata nel cuore.
In questo tempo particolare confermiamo tenacemente uno stile di vita autenticamente cristiano, “perché la comunità non è un agglomerato di singoli, ma la famiglia in cui integrarsi, il luogo dove prendersi cura gli uni degli altri, i giovani degli anziani e gli anziani dei giovani, noi di oggi di chi verrà domani. Solo ritrovando il senso di comunità, ciascuno potrà trovare in pienezza la propria dignità” (papa Francesco). Impegniamoci perché l’intera pastorale sia generativa, non tanto un insieme di attenzioni e attività utili a mantenere l’esistente bensì un percorso per dare alla luce credenti, per accompagnare gli adulti a vivere con fede i propri impegni e i giovani nella scoperta di sé e del proprio posto nella comunità e nel mondo. Soprattutto ritorniamo “a due a due” davanti al Signore e guardiamo con i suoi occhi la nostra vita: troveremo tanti volti che l’hanno accompagnata, laici, consacrati, preti, uomini e donne che ci hanno aiutati ad essere ciò che siamo, a riconoscere e vivere la nostra dignità. “A due a due” chiediamogli insistentemente di regalare questa esperienza ai ragazzi e ai giovani delle nostre comunità, perché non manchino loro occasioni, contesti e testimoni che li aiutino ad orientarsi nella vita e farla diventare un servizio gioioso.

 
Ufficio diocesano di pastorale delle vocazioni
 
 

In questa domenica, in un tempo pasquale che continua a donare luce nonostante ancora tante nuvole offuschino l’orizzonte della nostra vita, vogliamo lasciarci guidare dalla riflessione di papa Francesco che mette insieme i nostri piccoli-grandi sassi, che rendono incerto il nostro cammino e a volte faticosi e dolorosi i nostri passi, con la grande pietra rotolata via da quel sepolcro. La grande forza pasquale del Signore vivo in mezzo a noi, continui ad alimentare la nostra speranza e orientare sempre al bene le nostre scelte. Ascoltiamo le sue parole:
Oggi la Chiesa continua a dire: “Fermati, Gesù è risorto”. E questa non è una fantasia, la Risurrezione di Cristo non è una festa con tanti fiori. Questo è bello, ma non è questo è di più; è il mistero della pietra scartata che finisce per essere il fondamento della nostra esistenza. Cristo è risorto, questo significa. In questa cultura dello scarto dove quello che non serve prende la strada dell’usa e getta, dove quello che non serve viene scartato, quella pietra – Gesù - è scartata ed è fonte di vita. E anche noi, sassolini per terra, in questa terra di dolore, di tragedie, con la fede nel Cristo Risorto abbiamo un senso, in mezzo a tante calamità. Il senso di guardare oltre, il senso di dire: “Guarda non c’è un muro; c’è un orizzonte, c’è la vita, c’è la gioia, c’è la croce con questa ambivalenza. Guarda avanti, non chiuderti. Tu sassolino, hai un senso nella vita perché sei un sassolino presso quel sasso, quella pietra che la malvagità del peccato ha scartato”. Cosa ci dice la Chiesa oggi davanti a tante tragedie? Questo, semplicemente. La pietra scartata non risulta veramente scartata. I sassolini che credono e si attaccano a quella pietra non sono scartati, hanno un senso e con questo sentimento la Chiesa ripete dal profondo del cuore: “Cristo è risorto”. Pensiamo un po’, ognuno di noi pensi, ai problemi quotidiani, alle malattie che abbiamo vissuto o che qualcuno dei nostri parenti ha; pensiamo alle guerre, alle tragedie umane e, semplicemente, con voce umile, senza fiori, soli, davanti a Dio, davanti a noi diciamo “Non so come va questo, ma sono sicuro che Cristo è risorto e io ho scommesso su questo”. Fratelli e sorelle, questo è quello che ho voluto dirvi. Tornate a casa oggi, ripetendo nel vostro cuore: “Cristo è risorto”.

Potremmo presentare i Sacramenti dell’Iniziazione Cristiana in tanti modi, dal momento che il dono di grazia che si riceve è così eccedente, che non si finisce mai di comprendere e soprattutto da vivere. Ad ogni modo desideriamo parlare della Cresima e dell’Eucaristia proprio in questa prospettiva perché è quella originaria e fondante: i Sacramenti sono doni pasquali del Risorto, sono modi con i quali Lui ci raggiunge nella nostra vita e si manifesta, ci comunica la sua grazia. La Cresima è certamente un’adesione più convinta e personale alla vita cristiana (guarda caso la parola ‘Confermazione’ allude al fatto che chi la riceve conferma il proprio Battesimo) ma soprattutto è il dono dello Spirito di Cristo che con la sua Pasqua vince il male e, con esso, la morte, la cattiveria, l’egoismo, l’odio.
Chi riceve il dono dello Spirito Santo partecipa di questa forza che è come un fuoco che brucia, se si attiva nella nostra vita. E’ un regalo del Signore ma va invocato, chiesto, implorato insistentemente. Per questo suggeriamo ai ragazzi di diventarne amici a tal punto di arrivare a una confidenza quotidiana con Lui, che accompagni i loro passi, le loro scelte, le loro fatiche e i loro progetti. La doppia marcatura per ogni cristiano è garantita non solo dallo Spirito Santo ma da Gesù stesso, risorto dai morti e vivo in mezzo a noi. L’Eucaristia che celebriamo non è più soltanto una commemorazione dell’Ultima Cena e nemmeno solo un ricordo della morte di Gesù in croce per i miei/nostri peccati, bensì è sempre un prendere parte al banchetto del Risorto, come i suoi discepoli dopo gli eventi pasquali. Pure con noi Lui si manifesta, si fa presente, ci parla, scalda il nostro cuore, rinnova un’amicizia che mai meritiamo e che sempre ci dona in modo sorprendente. Questo vorremmo che i nostri ragazzi vivessero ricevendo i Sacramenti della Cresima e della Prima Eucaristia. E’ una storia nuova e importante che inizia per la loro vita cristiana. In realtà continua un dono già ricevuto ma ora si completa in una pienezza traboccante e chiede ‘una corrispondenza d’amorosi sensi’. La fede è una relazione profonda con il Signore che ‘segna’ la nostra vita e la apre all’eternità (che non è solo un futuro dopo la morte, ma un modo di vivere oggi la nostra esistenza). I genitori li accompagneranno in questi passi, assieme ai padrini. Anche la nostra comunità continuerà a pregare per loro perché si innamorino di Gesù e del suo Spirito. La vita diventerà proprio bella!

II tempo di quaresima e pasqua è un dono e un compito per tutti i cristiani. Tradizionalmente la diocesi offre l’occasione per l’animazione missionaria ad gentes, nel sostegno delle nostre missioni presenti in Brasile, in Tailandia e da ultimo in Etiopia. Il dramma della pandemia rende quest’anno (e già l’anno scorso) complicato e faticoso e i nostri passi si situano dentro il percorso diocesano La carità nel tempo della fragilità come quadro di riferimento anche per la quaresima di fraternità. In questa quaresima ci è venuto spontaneo rifarci all’enciclica FRATELLI TUTTI, sulla fraternità e l’amicizia sociale: con questa proposta ci pare di essere in piena sintonia e sviluppo della chiamata ad essere carità in questo tempo di fragilità, sia come singoli che come parrocchie. Il tema specifico che come ufficio missionario ci è stato proposto è attinto dall’enciclica del papa, con questo titolo Fratelli Tutti: la musica del vangelo, tema che ha preso forma anche con un manifesto che abbiamo visto alle porte della chiesa e degli altri luoghi comunitari.
Il testo di riferimento è il numero 277: «Come cristiani non possiamo nascondere che se la musica del Vangelo smette di vibrare nelle nostre viscere, avremo perso la gioia che scaturisce dalla compassione, la tenerezza che nasce dalla fiducia, la capacità della riconciliazione che trova la sua fonte nel saperci sempre perdonati-inviati. Se la musica del Vangelo smette di suonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica e nell’economia, avremo spento la melodia che ci provocava a lottare per la dignità di ogni uomo e donna». Altri bevono ad altre fonti. Per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo. Da esso «scaturisce per il pensiero cristiano e per l’azione della Chiesa il primato dato alla relazione, all’incontro con il mistero sacro dell’altro, alla comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti».
Il papa sottolinea con chiarezza la fonte necessaria del nostro essere credenti come singoli e comunità, il dono del vangelo, che deve “risuonare nelle nostre case, nelle nostre piazze, nei luoghi di lavoro, nella politica
e nell’economia”, parlando di primato della “comunione universale con l’umanità intera come vocazione di tutti”.

 

(Quaresima di Fraternità, 2021. Diocesi di Padova)

Anche come singoli abbiamo la tentazione dell’indifferenza. Siamo saturi di notizie e immagini sconvolgenti che ci narrano la sofferenza umana e sentiamo nel medesimo tempo tutta la nostra incapacità ad intervenire. Che cosa fare per non lasciarci assorbire da questa spirale di spavento e di impotenza? In primo luogo, possiamo pregare nella comunione della Chiesa terrena e celeste. Non trascuriamo la forza della preghiera di tanti! L’iniziativa 24 ore per il Signore, che auspico si celebri in tutta la Chiesa, anche a livello diocesano, nei giorni 13 e 14 marzo (noi la spostiamo in Settimana Santa), vuole dare espressione a questa necessità della preghiera. In secondo luogo, possiamo aiutare con gesti di carità, raggiungendo sia i vicini che i lontani, grazie ai tanti organismi di carità della Chiesa. La Quaresima è un tempo propizio per mostrare questo interesse all’altro con un segno, anche piccolo, ma concreto, della nostra partecipazione alla comune umanità. E in terzo luogo, la sofferenza dell’altro costituisce un richiamo alla conversione, perché il bisogno del fratello mi ricorda la fragilità della mia vita, la mia dipendenza da Dio e dai fratelli. Se umilmente chiediamo la grazia di Dio e accettiamo i limiti delle nostre possibilità, allora confideremo nelle infinite possibilità che ha in serbo l’amore di Dio. E potremo resistere alla tentazione diabolica che ci fa credere di poter salvarci e salvare il mondo da soli.
Per superare l’indifferenza e le nostre pretese di onnipotenza, vorrei chiedere a tutti di vivere questo tempo di Quaresima come un percorso di formazione del cuore, come ebbe a dire Benedetto XVI (Lett. enc. Deus caritas est, 31). Avere un cuore misericordioso
non significa avere un cuore debole. Chi vuole essere misericordioso ha bisogno di un cuore forte, saldo, chiuso al tentatore, ma aperto a Dio. Un cuore che si lasci compenetrare dallo Spirito e portare sulle strade dell’amore che conducono ai fratelli e alle sorelle. In fondo, un cuore povero, che conosce cioè le proprie povertà e si spende per l’altro. Per questo, cari fratelli e sorelle, desidero pregare con voi Cristo in questa Quaresima: “Fac cor nostrum secundum cor tuum”: “Rendi il nostro cuore simile al tuo” (Supplica dalle Litanie al Sacro Cuore di Gesù). Allora avremo un cuore forte e misericordioso, vigile e generoso, che non si lascia chiudere in se stesso e non cade nella vertigine della globalizzazione dell’indifferenza. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.

(Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2021)

Quanto detto per la Chiesa universale è necessario tradurlo nella vita delle parrocchie e comunità. Si riesce in tali realtà ecclesiali a sperimentare di far parte di un solo corpo? Un corpo che insieme riceve e condivide quanto Dio vuole donare? Un corpo, che conosce e si prende cura dei suoi membri più deboli, poveri e piccoli? O ci rifugiamo in un amore universale che si impegna lontano nel mondo, ma dimentica il Lazzaro seduto davanti alla propria porta chiusa ? (cfr Lc 16,19-31). Per ricevere e far fruttificare pienamente quanto Dio ci dà vanno superati i confini della Chiesa visibile in due direzioni. In primo luogo, unendoci alla Chiesa del cielo nella preghiera. Quando la Chiesa terrena prega, si instaura una comunione di reciproco servizio e di bene che giunge fino al cospetto di Dio. Con i santi che hanno trovato la loro pienezza in Dio, formiamo parte di quella comunione nella quale l’indifferenza è vinta dall’amore. La Chiesa del cielo non è trionfante perché ha voltato le spalle alle sofferenze del mondo e gode da sola. Piuttosto, i santi possono già contemplare e gioire del fatto che, con la morte e la resurrezione di Gesù, hanno vinto definitivamente l’indifferenza, la durezza di cuore e l’odio. Finché questa vittoria dell’amore non compenetra tutto il mondo, i santi camminano con noi ancora pellegrini. Santa Teresa di Lisieux, dottore della Chiesa, scriveva convinta che la gioia nel cielo per la vittoria dell’amore crocifisso non è piena finché anche un solo uomo sulla terra soffre e geme: “Conto molto di non restare inattiva in cielo, il mio desiderio è di lavorare ancora per la Chiesa e per le anime”.
Anche noi partecipiamo dei meriti e della gioia dei santi ed essi partecipano alla nostra lotta e al nostro desiderio di pace e di riconciliazione. La loro gioia per la vittoria di Cristo risorto è per noi motivo di forza per superare tante forme d’indifferenza e di durezza di cuore. D’altra parte, ogni comunità cristiana è chiamata a varcare la soglia che la pone in relazione con la società che la circonda, con i poveri e i lontani. La Chiesa per sua natura è missionaria, non ripiegata su se stessa, ma mandata a tutti gli uomini. Questa missione è la paziente testimonianza di Colui che vuole portare al Padre tutta la realtà ed ogni uomo. La missione è ciò che l’amore non può tacere. La Chiesa segue Gesù Cristo sulla strada che la conduce ad ogni uomo, fino ai confini della terra (cfr At 1,8). Così possiamo vedere nel nostro prossimo il fratello e la sorella per i quali Cristo è morto ed è risorto. Quanto abbiamo ricevuto, lo abbiamo ricevuto anche per loro. E parimenti, quanto questi fratelli possiedono è un dono per la Chiesa e per l’umanità intera. Cari fratelli e sorelle, quanto desidero che i luoghi in cui si manifesta la Chiesa, le nostre parrocchie e le nostre comunità in particolare, diventino delle isole di misericordia in mezzo al mare dell’indifferenza!

 
Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2021
 
 

La carità di Dio che rompe quella mortale chiusura in se stessi che è l’indifferenza, ci viene offerta dalla Chiesa con il suo insegnamento e, soprattutto, con la sua testimonianza. Si può però testimoniare solo qualcosa che prima abbiamo sperimentato. Il cristiano è colui che permette a Dio di rivestirlo della sua bontà e misericordia, di rivestirlo di Cristo, per diventare come Lui, servo di Dio e degli uomini. Ce lo ricorda bene la liturgia del Giovedì Santo con il rito della lavanda dei piedi. Pietro non voleva che Gesù gli lavasse i piedi, ma poi ha capito che Gesù non vuole essere solo un esempio per come dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo servizio può farlo solo chi prima si è lasciato lavare i piedi da Cristo. Solo questi ha “parte” con lui (Gv 13,8) e così può servire l’uomo.La Quaresima è un tempo propizio per lasciarci servire da Cristo e così diventare come Lui. Ciò avviene quando ascoltiamo la Parola di Dio e quando riceviamo i sacramenti, in particolare l’Eucaristia. In essa diventiamo ciò che riceviamo: il corpo di Cristo. In questo corpo quell’indifferenza che sembra prendere così spesso il potere sui nostri cuori, non trova posto. Poiché chi è di Cristo appartiene ad un solo corpo e in Lui non si è indifferenti l’uno all’altro. “Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui” (1 Cor 12,26).
La Chiesa è ‘communio sanctorum’ perché vi partecipano i santi, ma anche perché è comunione di cose sante: l’amore di Dio rivelatoci in Cristo e tutti i suoi doni. Tra essi c’è anche la risposta di quanti si lasciano raggiungere da tale amore. In questa comunione dei santi e in questa partecipazione alle cose sante nessuno possiede solo per sé, ma quanto ha è per tutti. E poiché siamo legati in Dio, possiamo fare qualcosa anche per i lontani, per coloro che con le nostre sole forze non potremmo mai raggiungere, perché con loro e per loro preghiamo Dio affinché ci apriamo tutti alla sua opera di salvezza.
(Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2021)
Quasi in risposta a questo invito di papa Francesco di “fare qualcosa anche per i lontani” lanciamo l’iniziativa della Quaresima di Fraternità sostenendo le nostre missioni diocesane e in particolare quella appena nata in Etiopia. Buon cammino quaresimale verso il rinnovamento della Pasqua.

All’inizio di questo tempo ‘forte’ per il nostro cammino di fede condividiamo uno stralcio del Messaggio che Papa Francesco ci ha rivolto per la Quaresima di quest’anno:
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare.
Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza. L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano. Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfr. Gal 5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita. Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso.
 
(Francesco)
La pandemia ci ha fatto sperimentare in maniera inattesa e drammatica la limitazione delle libertà personali e comunitarie, portandoci a riflettere sul senso profondo della libertà in rapporto alla vita di tutti: bambini e anziani, giovani e adulti, nascituri e persone in fin di vita. Nelle settimane di forzato lockdown quante privazioni abbiamo sofferto, specie in termini di rapporti sociali! Nel contempo, quanta reciprocità abbiamo respirato, a riprova che la tutela della salute richiede l’impegno e la partecipazione di ciascuno; quanta cultura della prossimità, quanta vita donata per far fronte comune all’emergenza! Qual è il senso della libertà? Qual è il suo significato sociale, politico e religioso? Si è liberi in partenza o lo si diventa con scelte che costruiscono legami liberi
e responsabili tra persone? Con la libertà che Dio ci ha donato, quale società vogliamo costruire? Sono domande che in certe stagioni della vita interpellano ognuno di noi, mentre torna alla mente il messaggio chiaro del Vangelo: “Se rimanete fedeli alla mia
parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-32). I discepoli di Gesù sanno che la libertà si può perdere, fino a trasformarsi in catene: “Cristo ci ha liberati – afferma san Paolo – perché restassimo liberi; state saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).
Una libertà a servizio della vita
La Giornata per la Vita 2021 vuol essere un’occasione preziosa per sensibilizzare tutti al valore dell’autentica libertà, nella prospettiva di un suo esercizio a servizio della vita: la libertà non è il fine, ma lo “strumento” per raggiungere il bene proprio e degli altri, un bene strettamente interconnesso.
A ben pensarci, la vera questione umana non è la libertà, ma l’uso di essa. La libertà può distruggere se stessa: si può perdere! Una cultura pervasa di diritti individuali assolutizzati rende ciechi e deforma la percezione della realtà, genera egoismi e derive abortive ed eutanasiche, interventi indiscriminati sul corpo umano, sui rapporti sociali e sull’ambiente. Del resto, la libertà del singolo che si ripiega su di sé diventa chiusura e violenza nei confronti dell’altro. Un uso individualistico della libertà porta, infatti, a
strumentalizzare e a rompere le relazioni, distrugge la “casa comune”, rende insostenibile la vita, costruisce case in cui non c’è spazio per la vita nascente, moltiplica solitudini in dimore abitate sempre più da animali ma non da persone. Papa Francesco ci ricorda che l’amore è la vera libertà perché distacca dal possesso, ricostruisce le relazioni, sa accogliere e valorizzare il prossimo, trasforma in dono gioioso ogni fatica e rende capaci di comunione
(cfr. Udienza 12 settembre 2018)
Responsabilità e felicità
Il binomio “libertà e vita” è inscindibile. Costituisce un’alleanza feconda e lieta, che Dio ha impresso nell’animo umano per consentirgli di essere davvero felice. Senza il dono della libertà l’umanità non sarebbe se stessa, né potrebbe dirsi autenticamente legata a Colui che l’ha creata; senza il dono della vita non avremmo la possibilità di lasciare una traccia di bellezza in questo mondo, di cambiare l’esistente, di migliorare la situazione in cui si nasce e cresce. L’asse che unisce la libertà e la vita è la responsabilità. Essa è la misura, anzi il laboratorio che fonde insieme le virtù della giustizia e della prudenza, della fortezza e della temperanza. La responsabilità è disponibilità all’altro e alla speranza, è apertura all’Altro e alla felicità. Responsabilità significa andare oltre la propria libertà per accogliere nel proprio orizzonte la vita di altre persone. Senza responsabilità, libertà e vita sono destinate a entrare in conflitto tra loro; rimangono, comunque, incapaci di esprimersi pienamente.
Dire “sì” alla vita è il compimento di una libertà che può cambiare la storia. Ogni uomo merita di nascere e di esistere. Ogni essere umano possiede, fin dal concepimento, un potenziale di bene e di bello che aspetta di essere espresso e trasformato in atto concreto; un potenziale unico e irripetibile, non cedibile. Solo considerando la “persona” come “fine ultimo” sarà possibile rigenerare l’orizzonte sociale ed economico, politico e culturale, antropologico, educativo e mediale. L’esercizio pieno della libertà richiede la Verità: se desideriamo servire la vita con vera libertà occorre che i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà s’impegnino a conoscere e far conoscere la Verità che sola ci rende liberi veramente. Così potremo accogliere con gioia “ogni vita umana, unica e irripetibile, che vale per se stessa, costituisce un valore inestimabile (Papa Francesco, 25 marzo 2020, a 25 anni dall’Evangelium vitae). Gli uomini e le donne veramente liberi fanno proprio l’invito del Magistero: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà, pace e felicità!”.

 
(Messaggio per la Vita della Conferenza Episcopale Italiana, 7 Febbraio 2021)
 
 
Tradizionalmente tutto il mese di gennaio, inaugurato con la giornata mondiale della pace del primo del mese, è dedicato alla riflessione a questo grande e urgente tema che dal lontano 1968 i papi, San Paolo VI ‘in primis’ e poi tutti gli altri, ci hanno proposto per la nostra coscienza e impegno. Quest’anno la cura dell’altro è il nuovo nome della pace. Ogni anno il messaggio della pace proposto è ancorato nella storia. Quest’anno il messaggio, in riferimento alla crisi pandemica, delinea una ‘spiritualità della cura’. In nome della pace siamo chiamati a una relazione profondamente rinnovata con Dio e con l’altro. E questo è qualcosa che riguarda tutti. La pace si fa ‘dal basso’ e con il contributo di ciascuno, non è il frutto esclusivo delle cancellerie diplomatiche e delle negoziazioni tra governi, anche perchè non coincide semplicemente con l’assenza della guerra. Come dice papa Francesco nell’Enciclica ‘Fratelli tutti’: “I processi effettivi di una pace duratura sono anzitutto trasformazioni artigianali operate dai popoli, in cui ogni persona può essere un fermento efficace con il suo stile di vita quotidiana.
Le grandi trasformazioni non si costruiscono alla scrivania o nello studio. In realtà, ognuno svolge un ruolo fondamentale, in un unico progetto creativo, per scrivere una nuova pagina piena di speranza, piena di pace, piena di riconciliazione (N. 232). Il titolo della Giornata della Pace scelta dal papa va in questo senso: ‘La cultura della cura come percorso di pace’. L’invito non è semplicemente quello di ‘curare’ in senso sanitario ma piuttosto di ‘prendersi cura’. Una vera e propria cultura della cura, cioè una mentalità che diventa atteggiamento, ‘spiritualità’, stile, scelta: “Un impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione a interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, al
rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via previlegiata per l costruzione della pace” (Messaggio della pace, 2021). Comprendiamo allora che “la pace più che un vocabolo è un vocabolario”, come amava ripetere don Tonino Bello. E’ una sfida sociale ma anche educativa, perché spesso la ‘guerra’, il conflitto abitano tuttora la nostra mentalità e ‘dominano’ le nostre parole e le nostre relazioni. Ci ‘prenderemo cura’ anche di questo.