Non vogliamo entrare nella polemica terminologica che è sorta in questi giorni riguardo la parola ‘Natale’ nella nostra vecchia Europa, ormai incerta nella sua identità fra radici cristiane dimenticate (che linfa vitale ci resta?) e un laicismo strisciante che sbandiera tolleranza verso il pensiero altro a tal punto di aver pudore di esprimersi con termini che fanno parte della nostra cultura e della nostra storia, Natale appunto. Noi non ci perdiamo in dibattiti ma semplicemente, in questi giorni, vogliamo vivere il Natale. Dipenderà ovviamente da ognuno di noi e dalle scelte che faremo in famiglia ma possiamo aiutarci anche con altri stimoli. Per esempio compiendo un gesto di carità che si fa sostegno concreto verso famiglie in difficoltà. Le ceste che troveremo entrando nelle nostre chiese saranno un segno, un invito, un incoraggiamento ad alzare lo sguardo, ad aprire gli occhi e mettere in azione il cuore. Quest’anno inoltre vorremmo rivolgere lo sguardo con più attenzione verso il presepio. Letteralmente vuol dire mangiatoia, luogo dove ci si alimenta per dare forza alla vita. Sottolineatura che si concilia molto bene con l’etimologia ebraica di Betlemme: ‘casa del pane’. Tutto converge per farci intuire che in Gesù troviamo veramente il pane della vita, la sua presenza che viene, riempie e alimenta la nostra esistenza umana. Saremo invitati a compiere un gesto: preparare il presepio a casa nostra (in parrocchia lo faremo in più luoghi: chiesa, santuario, via crucis, patronato, scuola dell’infanzia) o almeno un angolo bello dove porre la Natività (Gesù, Giuseppe e Maria). Già lo anticipiamo: domenica 19 dicembre in tutte le Messe ci sarà un momento di benedizione di Gesù bambino. Saremo invitati a portarlo in chiesa e alla conclusione della celebrazione benediremo le immagini che poi deporremo nel nostro presepio di casa. Ciò che compiremo non sarà semplicemente un gesto di tradizione o di devozione, piuttosto daremo un profondo significato spirituale. Esprimeremo il desiderio che il Signore Gesù abiti sempre più nel presepio del nostro cuore, nei gesti della nostra vita, nelle fede delle nostre scelte. Il riferimento luminoso al centro dell’Avvento resta ancora Maria con il suo sì di accoglienza e di disponibilità. La incontreremo a metà settimana per stare un po’ con lei e condividere confidenzialmente fatiche e propositi, sofferenze e impegni, ma soprattutto passi di fede, di speranza, di carità, che parlino concretamente del vero Natale, al di là delle polemiche delle parole

Il tempo di Avvento e Natale vede la Chiesa andare incontro al Signore che viene: egli è la “carità” del Padre, la tenerezza che egli dona all’umanità rendendola capace di allargare i confini del cuore all’amore più autentico, “verso un “noi” sempre più grande”, come ha scritto papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato di quest’anno. Vivere l’Avvento e il Natale, significa allora celebrare la carità di Dio che viene in mezzo a noi, accogliendola nell’ascolto che si fa oggi testimonianza e apertura sincera verso tutti: “il tempo presente… ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia”. Vivere la fede in modo universale, crediamo possa esprimersi nei peridi forti dell’Avvento e del Natale del nuovo anno liturgico, celebrando con cura e gioia il Signore nella Liturgia domenicale, coltivando la preghiera quotidiana in famiglia, aprendo il cuore alle povertà del territorio e partecipando agli “spazi di ascolto”, come luogo concreto di incontro con tutti che ci introduce al cammino sinodale della nostra Diocesi e della Chiesa intera. A tal proposito condividiamo alcune sottolineature che riteniamo possano aiutarci in questo tempo. La parola chiave sarà ACCOGLIENZA che vivremo nella liturgia ma anche nella vita di ogni giorno. Anzitutto vorremmo sperimentare questa ospitalità da parte di Dio e dei fratelli nell’assemblea liturgica (in particolare domenicale), spazio previlegiato di incontro con il Signore e i fratelli e sorelle nella fede. Lo slogan sarà: Accolti per accogliere. Questa attenzione vorremmo farla diventare atteggiamento e stile nella vita concreta con tante scelte di carità da vivere con chi incontriamo ogni giorno, anzitutto in famiglia, compiendo gesti di bontà, condividendo momenti di preghiera (ricordate l’angolo bello che potremmo riattivare in questo tempo per attendere vigilanti l’arrivo del Signore che sempre viene tra noi, anche quando preghiamo). Infine in un tempo in cui tutti ci sentiamo più vulnerabili e fragili, tessere reti di solidarietà ci aiuta a far fronte a tante forme di povertà oggi presenti sia materiali (per esempio l’iniziativa del banco alimentare a cui alcuni ragazzi e genitori della catechesi hanno aderito) che relazionali. Abbiamo imparato dagli ultimi avvenimenti che possiamo salvarci solo insieme. In questo tempo ‘forte’ cercheremo di darci una mano come il Signore fa con noi.

Le feste patronali di Santa Cecilia quest’anno di fatto coincidono con la mia presenza (e quella di don Ottavio) tra voi. All’inizio non me n’ero quasi accorto ma c’è stato più di qualcuno che me l’ha ricordato (a proposito di anniversari da celebrare!). Dieci anni nei quali abbiamo camminato insieme, facendo passi di chiesa. Il rimbalzo dentro di me di questa consapevolezza mi ha portato a riflettere sul senso di questo tempo condiviso e di ciò che ho imparato, donando e ricevendo.
Anzitutto sono cresciuto nella fede, rafforzando la mia convinzione di credente e della grandiosa risorsa che ha il messaggio cristiano per la vita delle persone, mature o giovani che siano. Tanti i momenti e le occasioni, ma soprattutto i passaggi dell’inizio e della fine, in occasione del sacramento del battesimo di chi si è affacciato alla vita e la celebrazione delle esequie, affidando all’amore più grande l’esistenza delle persone care. Inoltre qualche incontro feriale con persone di squisita umanità e di grande fede nel Signore, pur nella malattia, nella vecchiaia o nella difficoltà. In secondo luogo molti mi hanno insegnato la fedeltà, che, come diceva qualcuno, è l’amore nel tempo. Esempi semplici ma concreti, non slogan proclamati o atteggiamenti da prime donne, piuttosto scelte quotidiane, espressioni reali di amore alla comunità e ai fratelli. Come dice l’adagio: “è facile cominciare ma la vera sfida è perseverare”. Al di là delle situazioni favorevoli e gratificanti, delle situazioni più disagevoli e impegnative, la disponibilità a continuare in un servizio, in un compito,
fosse anche solo in una semplice presenza, diventa ‘segno’ di testimonianza che costruisce ed edifica.
Infine, in questi dieci anni ho rafforzato la convinzione dell’importanza vitale della comunità. E’ il distintivo del nostro essere chiesa cattolica, il modo ‘specifico’ in cui viviamo la nostra esperienza cristiana: è il ‘noi’ credente che ci fa sentire parte della famiglia di Dio, in cui il Signore ci è Padre e la chiesa ci è madre. Lo sguardo ai numeri potrebbe far nascere preoccupazione ma sentiamo che siamo chiamati piuttosto a vivere l’autenticità del vangelo che con la sua forza attrattiva tiene acceso il cuore del corpo ecclesiale.
Che l’intercessione di Santa Cecilia che ho imparato ad invocare e ad amare, accompagni e benedica questa porzione di chiesa che è la nostra parrocchia di Villafranca: continui ad attingere al grande patrimonio della fede, viva come comunità evangelica. In questi giorni il grazie è reciproco, tra noi, ma prima ancora al Signore.

Una bella coincidenza quella di questa domenica: Giornata di ringraziamento per i frutti della terra e Giornata mondiale dei poveri. Da una parte si riconosce l’abbondanza provvidente del Padre che offre alimento per la vita dei suoi figli e dall’altra la corresponsabilità di tutti nel vivere gesti di condivisione che generano fratellanza fra le persone. “I poveri li avrete sempre tra voi” (Mc 14,7) è un’espressione di Gesù, pochi giorni prima degli eventi della passione morte e resurrezione. Davanti ai discepoli scandalizzati perché una donna aveva sprecato una somma ingente versando profumo del vaso di alabastro sul capo di Gesù, questi afferma che il primo povero è Lui e in qualche modo li rappresenta tutti. Papa Francesco, scegliendo questa espressione come riferimento della 5^ Giornata mondiale dei poveri, provoca i credenti a tenere fisso lo sguardo su Gesù, per scoprire che in Lui e nelle sue parole si ritrova il senso vero della povertà ma soprattutto la capacità di riconoscerli. La presenza dei poveri in mezzo a noi è costante e non deve indurre a un’abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgerci in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone ‘esterne’ alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere sofferenze, disagi, emarginazione, aiutandoli a recuperare la loro dignità perduta e favorendo un’inclusione sociale. La condivisione genera fratellanza. L’elemosina è occasionale, la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse di una vera giustizia. I credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono ‘sacramento’ di Cristo, segno reale e concreto della presenza di Lui che “si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà” (cfr. 2 Cor, 8,9). Anche noi compiremo un gesto liturgico che vuole avere la valenza di ‘segno’. I frutti della terra donati al Signore come ringraziamento nelle Messe di questa domenica, diventeranno un regalo moltiplicato perché condivisi con tutti coloro che sono in difficoltà economica. In realtà questo gesto è concretizzazione di un’attenzione costante che Caritas, espressione di tutta la nostra comunità, sta offrendo alle persone e famiglie che sono in disagio. E’ l’occasione per ricordare che ogni nostro piccolo contributo è sempre bene accetto ed espressione squisita di fraternità.

E' una felice coincidenza che questa domenica cada il 7 di novembre, giorno in cui tutta la diocesi fa festa del ricordo del primo grande vescovo della nostra chiesa di Padova, San Prosdocimo. Diventa per noi l’occasione di celebrare in modo ancora più solenne gli inizi della fede nelle nostre terre venete nel III e IV secolo ad opera di intrepidi annunciatori del vangelo. Il ricordo del passato non vuole mai essere puramente celebrativo ma stimolo e incoraggiamento per vivere la fede cristiana nel nostro tempo, patrimonio prezioso che ci è stato dato in dono e che noi siamo chiamati a condividere, certi che la luce della fede sia una risorsa vitale per le situazioni che vive ogni uomo in ogni momento storico. Il fatto che la nostra chiesa di Padova stia iniziando a celebrare un sinodo esprime proprio questa consapevolezza: l’eredità spirituale racchiusa nel messaggio cristiano va riaccolta oggi in modo rinnovato e va condivisa con i fratelli e le sorelle della comunità credente, nelle nostre parrocchie e gruppi; ma anche con chi viaggia in lunghezze d’onda diverse da quelle della chiesa e dei valori ispirati al cristianesimo. Andare alle radici dell’albero della nostra fede ci da luce nuova e una forza che infonde il coraggio per interpretare il presente e continuare a offrire a tutti la perla preziosa del vangelo. Condividiamo alcuni dati sulla figura di San Prosdocimo.
Prosdocimo, verosimilmente primo vescovo della Chiesa padovana (sec. III –IV), è rappresentato in una “imago clipeata” di marmo (inizi del sec. VI), riscoperta durante la ricognizione della sua salma nell’omonimo oratorio a santa Giustina (1957). Non vi è dubbio che
l’iscrizione del sec. VI ivi scolpita (Sanctus Prosdocimus Episcopus et Confessor) attesta una salda devozione antecedente, confermata del resto dalla sua vasta diffusione anche fuori del territorio padovano prima del Mille (come a Este e a Verona) e successivamente (come a Vicenza, Treviso, Asolo, Altino, Feltre, Belluno, Trento, Concordia, ecc.). Del resto, la vitalità del suo culto è attestata da documenti archivistici dell’869 (Verona) e del 970 (Padova), anno nel quale i Benedettini furono chiamati a custodire la basilica cimiteriale di santa Giustina “extra moenia”. L’iconografia lo rappresenta con il pastorale e l’ampolla dell’acqua battesimale in mano: simboli della sua missione pastorale in città e diocesi. L’antica liturgia ne celebra la fedeltà al vangelo e all’insegnamento degli Apostoli.

Fino a qualche tempo fa la Festa di tutti i Santi era ritenuta una solennità, oggigiorno rischia di passare tra le festività minori. Come mai? Sicuramente le sensibilità cambiano e anche il sentire religioso ha le sue evoluzioni (involutive?). Siamo qui a registrarle per aiutarci a capire cosa sta succedendo e cercare di porci di fronte a queste nuove situazioni nel modo più opportuno. Siamo di fronte anzitutto a un passaggio epocale: da una visione ‘religiosa’ della realtà a una visione pragmatica ed edonistica. Nell’immaginario prevalente, ancora più evidente nel mondo giovanile, il prossimo weekend non è all’insegna della festa di tutti i Santi, ma casomai del ‘mondo’ di Halloween o di un ‘ponte’ significativo che permetta qualche giorno di vacanza in più. Stiamo indicando un cambio importante di sguardo e di atteggiamento. Una seconda considerazione la facciamo nel versante ecclesiale per evidenziare il senso del celebrare tutti i Santi. Il ricordo degli spiriti beati che vivono già nella comunione con Dio nella gloria del cielo ha due sfaccettature entrambe belle da sottolineare. La prima: la dimensione ultima a cui aspirare è una vita in pienezza, un destino di felicità, una comunione realizzata, una fraternità effettiva, una giustizia compiuta, una pace raggiunta. La Festa di tutti i Santi ci riporta a una visione ideale, ci permette di non dimenticare la meta, nascosta e rivelata, allo stesso tempo, già dal battesimo. In un tempo nel quale ci si rassegna a una esistenza da piccolo cabotaggio, che fatica ad alimentare il sogno, a guardare con fiducia alle grandi realizzazioni personali e comunitarie. Una seconda considerazione sottolinea l’importanza anche dei Santi senza nome. Un fare festa in cui non si lascia fuori nessuno, in cui ognuno è coinvolto, chiamato a vivere la stessa pienezza evangelica, parziale e in cammino sulla terra, ma che diverrà esperienza di beatitudine piena in cielo. Che importante e bello continuare ad annunciare questi ideali grandi che rendono grande la vita, preziosa, anche quando è in fatica o oppressa da tante preoccupazioni a motivo di problemi o difficoltà. Ridestiamo in noi la consapevolezza della vocazione cristiana chiamata alla santità vera tradotta nel bene quotidiano. Comunichiamola alle nuove generazioni dominate dal disincanto. Viviamo questi giorni con i nostri figli condividendo la convinzione che questa festa ci riguarda.

Il tema della Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno, «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), è un invito a ciascuno di noi a “farci carico” e a far conoscere ciò che portiamo nel cuore. Questa missione è ed è sempre stata l’identità della Chiesa: «essa esiste per evangelizzare» (S. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). La nostra vita di fede si indebolisce, perde profezia e capacità di stupore e gratitudine nell’isolamento personale o chiudendosi in piccoli gruppi; per sua stessa dinamica esige una crescente apertura capace di raggiungere e abbracciare tutti. I primi cristiani, lungi dal cedere alla tentazione di chiudersi in un’élite, furono attratti dal Signore e dalla vita nuova che Egli offriva ad andare tra le genti e testimoniare quello che avevano visto e ascoltato: il Regno di Dio è vicino. Lo fecero con la generosità, la gratitudine e la nobiltà proprie di coloro che seminano sapendo che altri mangeranno il frutto del loro impegno e del loro sacrificio. Perciò mi piace pensare che «anche i più deboli, limitati e feriti possono essere [missionari] a modo loro, perché bisogna sempre permettere che il bene venga comunicato, anche se coesiste con molte fragilità» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 239). Nella Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra ogni anno nella penultima domenica di ottobre, ricordiamo con gratitudine tutte le persone che, con la loro testimonianza di vita, ci aiutano a rinnovare il nostro impegno battesimale di essere apostoli generosi e gioiosi del Vangelo.
Ricordiamo specialmente quanti sono stati capaci di mettersi in cammino, lasciare terra e famiglia affinché il Vangelo possa raggiungere senza indugi e senza paure gli angoli di popoli e città dove tante vite si trovano assetate di benedizione. Contemplare la loro testimonianza missionaria ci sprona ad essere coraggiosi e a pregare con insistenza «il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2); infatti siamo consapevoli che la vocazione alla missione non è una cosa del passato o un ricordo romantico di altri tempi. Oggi, Gesù ha bisogno di cuori che siano capaci di vivere la vocazione come una vera storia d’amore, che li faccia andare alle periferie del mondo e diventare messaggeri e strumenti di compassione. Ed è una chiamata che Egli rivolge a tutti, seppure non nello stesso modo. Ricordiamo che ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. Vivere la missione è avventurarsi a coltivare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù e credere con Lui che chi mi sta accanto è pure mio fratello e mia sorella. Che il suo amore di compassione risvegli anche il nostro cuore e ci renda tutti discepoli missionari.

In questo tempo di pandemia, davanti alla tentazione di mascherare e giustificare l’indifferenza e l’apatia in nome del sano distanziamento sociale, è urgente la missione della compassione capace di fare della necessaria distanza un luogo di incontro, di cura e di promozione. «Quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), la misericordia che ci è stata usata, si trasforma nel punto di riferimento e di credibilità che ci permette di recuperare la passione condivisa per creare «una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni» (Enc. Fratelli tutti, 36). È la sua Parola che quotidianamente ci redime e ci salva dalle scuse che portano a chiuderci nel più vile degli scetticismi: “tanto è lo stesso, nulla cambierà”. E di fronte alla domanda: “a che scopo mi devo privare delle mie sicurezze, comodità e piaceri se non posso vedere nessun risultato importante?”, la risposta resta sempre la stessa: «Gesù Cristo ha trionfato sul peccato e sulla morte ed è ricolmo di potenza. Gesù Cristo vive veramente» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 275) e vuole anche noi vivi, fraterni e capaci di ospitare e condividere questa speranza. Nel contesto attuale c’è bisogno urgente di missionari di speranza che, unti dal Signore, siano capaci di ricordare profeticamente che nessuno si salva da solo.
Come gli Apostoli e i primi cristiani, anche noi diciamo con tutte le nostre forze: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20). Tutto ciò che abbiamo ricevuto, tutto ciò che il Signore ci ha via via elargito, ce lo ha donato perché lo mettiamo in gioco e lo doniamo gratuitamente agli altri. Come gli Apostoli che hanno visto, ascoltato e toccato la salvezza di Gesù (cfr 1 Gv 1,1-4), così noi oggi possiamo toccare la carne sofferente e gloriosa di Cristo nella storia di ogni giorno e trovare il coraggio di condividere con tutti un destino di speranza, quella nota indubitabile che nasce dal saperci accompagnati dal Signore. Come cristiani non possiamo tenere il Signore per noi stessi: la missione evangelizzatrice della Chiesa esprime la sua valenza integrale e pubblica nella trasformazione del mondo e nella custodia del creato.

I primi cristiani incominciarono la loro vita di fede in un ambiente ostile e arduo. Storie di emarginazione e di prigionia si intrecciavano con resistenze interne ed esterne, che sembravano contraddire e perfino negare ciò che avevano visto e ascoltato; ma questo, anziché  essere una difficoltà o un ostacolo che li avrebbe potuti portare a ripiegarsi o chiudersi in sé stessi, li spinse a trasformare ogni inconveniente, contrarietà e difficoltà in opportunità per la missione. I limiti e gli impedimenti diventarono anch’essi luogo privilegiato per ungere tutto e tutti con lo Spirito del Signore. Niente e nessuno poteva rimanere estraneo all’annuncio liberatore. Abbiamo la testimonianza viva di tutto questo negli Atti degli Apostoli, libro che i discepoli missionari tengono sempre a portata di mano. È il libro che narra come il profumo del Vangelo si diffuse al suo passaggio suscitando la gioia che solo lo Spirito ci può donare. Gli Atti ci insegnano a vivere le prove stringendoci a Cristo, per maturare la «convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti» e la certezza che «chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5)» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 279).
Così anche noi: nemmeno l’attuale momento storico è facile. La situazione della pandemia ha evidenziato e amplificato il dolore, la solitudine, la povertà e le ingiustizie di cui già tanti soffrivano e ha smascherato le nostre false sicurezze e le frammentazioni e polarizzazioni che silenziosamente ci lacerano. I più fragili e vulnerabili hanno sperimentato ancora di più la propria vulnerabilità e fragilità. Abbiamo vissuto lo scoraggiamento, il disincanto, la fatica; e perfino l’amarezza conformista, che toglie la speranza, ha potuto impossessarsi dei nostri sguardi. Noi, però, «non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù» (2 Cor 4,5). Per questo sentiamo risuonare nelle nostre comunità e nelle nostre famiglie la Parola di vita che riecheggia nei nostri cuori e ci dice: «Non è qui, è risorto» (Lc 24,6); Parola di speranza che rompe ogni determinismo e, a coloro che si lasciano toccare, dona la libertà e l’audacia necessarie per alzarsi in piedi e cercare con creatività tutti i modi possibili di vivere la compassione, “sacramentale” della vicinanza di Dio a noi che non abbandona nessuno ai bordi della strada. In questo tempo di pandemia, davanti alla tentazione di mascherare e giustificare l’indifferenza e l’apatia in nome del sano distanziamento sociale, è urgente la missione della compassione capace di fare della necessaria distanza un luogo di incontro, di cura e di promozione.

Cari fratelli e sorelle, quando sperimentiamo la forza dell’amore di Dio, quando riconosciamo la sua presenza di Padre nella nostra vita personale e comunitaria, non possiamo fare a meno di annunciare e condividere ciò che abbiamo visto e ascoltato. La relazione di Gesù con i suoi discepoli, la sua umanità che ci si rivela nel mistero dell’Incarnazione, nel suo Vangelo e nella sua Pasqua ci mostrano fino a che punto Dio ama la nostra umanità e fa proprie le nostre gioie e le nostre sofferenze, i nostri desideri e le nostre angosce (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22). Tutto in Cristo ci ricorda che il mondo in cui viviamo e il suo bisogno di redenzione non gli sono estranei e ci chiama anche a sentirci parte attiva di questa missione: «Andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli» (Mt 22,9). Nessuno è estraneo, nessuno può sentirsi estraneo o lontano rispetto a questo amore di compassione.
L’esperienza degli Apostoli. La storia dell’evangelizzazione comincia con una ricerca appassionata del Signore che chiama e vuole stabilire con ogni persona, lì dove si trova, un dialogo di amicizia (cfr Gv 15,12-17). Gli Apostoli sono i primi a riferirci questo, ricordando perfino il giorno e l’ora in cui lo incontrarono: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). L’amicizia con il Signore, vederlo curare i malati, mangiare con i peccatori, nutrire gli affamati, avvicinarsi agli esclusi, toccare gli impuri, identificarsi con i bisognosi, invitare alle beatitudini, insegnare in maniera nuova e piena di autorità, lascia un’impronta indelebile, capace di suscitare stupore e una gioia espansiva e gratuita che non si può contenere. Come diceva il profeta Geremia, questa esperienza è il fuoco ardente della sua presenza attiva nel nostro cuore che ci spinge alla missione, benché a volte comporti sacrifici e incomprensioni (cfr 20,7-9).
Con Gesù abbiamo visto, ascoltato e toccato che le cose possono essere diverse. Lui ha inaugurato, già oggi, i tempi futuri ricordandoci una caratteristica essenziale del nostro essere umani, tante volte dimenticata: «siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore» (Enc. Fratelli tutti, 68). Tempi nuovi che suscitano una fede in grado di dare impulso a iniziative e plasmare comunità, a partire da uomini e donne che imparano a farsi carico della fragilità propria e degli altri, promuovendo la fraternità e l’amicizia sociale (cfr ibid., 67). La comunità ecclesiale mostra la sua bellezza ogni volta che ricorda con gratitudine che il Signore ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4,19). La «predilezione amorosa del Signore ci sorprende. Solo così può fiorire il miracolo della gratuità, del dono gratuito di sé. Anche il fervore missionario non si può mai ottenere in conseguenza di un ragionamento o un calcolo. Il mettersi “in stato di missione” è un riflesso della gratitudine»

Chi ha scelto generosamente di coprire il ruolo di ‘facilitatore’ nei prossimi incontri parrocchiali di dialogo e di confronto, ha già iniziato un mini percorso formativo diocesano che terminerà ai primi di ottobre. Ora il nostro sguardo vuole mettere a fuoco proprio questi momenti di ascolto parrocchiale: in cosa consistono? Quando inizieranno? Chi vi potrà partecipare? Di cosa si parlerà? Qualcosa abbiamo già anticipato nei numeri precedenti ma è giunta l’ora di precisare i dettagli, anche perché tutti noi siamo dei potenziali invitati a questa esperienza sinodale, senza esclusione. Per dirla in altro modo: vi può partecipare un cattolico fervente e praticante ma puree una persona che vive ai margini della vita ecclesiale. L’importante è che l’eventuale adesione corrisponda a un desiderio sincero e costruttivo di ascolto e di dialogo. Avremo tempo di dare la nostra disponibilità entro domenica 17 ottobre attraverso la compilazione di una scheda che dovrebbe arrivare in tutte le case con il foglietto parrocchiale o che troveremo all’ingresso della chiesa. Una volta compilata verrà consegnata ai sacerdoti in sacrestia o messa nella buca delle lettere. Gli incontri (3 o 4) si terranno da novembre a gennaio in luoghi e momenti che si definiranno insieme, cercando di favorire le esigenze di tutti i partecipanti, oltre che dei facilitatori. La cosa importante sarà vivere questi incontri in un clima famigliare e fraterno, con una apertura personale che sa mettersi in ascolto di tutti, anche di letture della realtà sociale ed ecclesiale diverse dalle nostre.
L’obiettivo è offrire materiale di partenza per il Sinodo diocesano che vorrebbe realmente mettersi ‘in ascolto’ del mondo di oggi e della base della chiesa che vive le situazioni nuove e cambianti della società e delle nostre comunità cristiane. Ciò che emergerà dai vari gruppi di dialogo verrà presentato al Consiglio Pastorale Parrocchiale e che a sua volta metterà nelle mani della diocesi. La Commissione preparatoria diocesana sarà chiamata, a partire dai nostri contributi, ad elaborare i temi e i contenuti precisi del Sinodo. In questo frangente storico sentiamo tutti una chiamata a mettere il nostro piccolo apporto per rispondere alla missione cristiana che è di ciascun battezzato. Quella che ci viene offerta in quest’anno sinodale è un’ulteriore opportunità.

Con le scuole che iniziano e con le attività parrocchiali che si rimettono in movimento entriamo gradualmente in un nuovo cammino di chiesa che ha, quest’anno, all’orizzonte la preparazione al Sinodo diocesano. In questo editoriale illustriamo un altro aspetto importante che ci riguarda tutti. Individuati i ‘facilitatori’, cioè quelle persone che aiutano a gestire alcuni momenti di ascolto che andremo a realizzare i prossimi mesi, apriamo ora l’invito a chi vorrebbe far parte, in modo spontaneo, a questi gruppi di dialogo. L’intuizione fondamentale è quella di metterci in ascolto della realtà, sia sociale che ecclesiale che stiamo vivendo e che sta velocemente cambiando. Questo primo ascolto intende mettere a fioco i “punti di rottura” e i “germogli” che vediamo nella vita delle persone e delle comunità. Cosa intendiamo? ‘Punti di rottura’ si possono intendere gli aspetti problematici del quotidiano, tutto ciò che crea stanchezza e fatica, elementi di frattura e di novità che ‘rompe’ con il passato o il già conosciuto. ‘Germogli’ sarebbero quelli aspetti di bene presenti nella vita delle persone e delle nostre comunità, slanci e desideri che stanno germogliando, elementi generativi portatori di speranza, di fiducia e di novità. Il mettersi in ascolto gli uni degli altri diventa allora occasione per uno sguardo più profondo su ciò che siamo vivendo, crescendo in una capacità di lettura critica e positiva. L’obiettivo nel rintracciare i ‘punti di rottura’ e i ‘germogli’ non sarà unicamente quello di registrare l’esistente ma anche di aprire a un sogno e a una visione di Chiesa per un rinnovamento vero e profondo delle nostre comunità cristiane. Desideriamo che questo primo ascolto sia narrativo (un raccontare con semplicità il proprio vissuto umano e sociale, il proprio sentire ecclesiale) e kerigmatico (condividere la propria esperienza di fede, con i propri dubbi e perplessità, con i propri slanci e desideri di ricerca spirituale, riconoscendo che nel dialogo fraterno si fa esperienza del Signore Gesù, riconoscendolo presente e vivo dentro la propria vita.
Auspichiamo che in questo nuovo anno pastorale il Sinodo diocesano non diventi un impegno ulteriore da aggiungere a tanti altri, ma sia avvertito e vissuto come un’opportunità per ripartire insieme, avviando e promuovendo processi di cambiamento.