La proposta è vivere ad un livello superiore, però non con minore intensità: «La vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio.
Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri».
Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale: «Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri.
La missione, alla fin fine, è questo». Di conseguenza, un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.
Recuperiamo e accresciamo il fervore, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo».
Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice.
In realtà, il suo centro e la sua essenza è sempre lo stesso: il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto.
Egli rende i suoi fedeli sempre nuovi, quantunque siano anziani, riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31).
Cristo è il «Vangelo eterno» (Ap 14,6), ed è «lo stesso ieri e oggi e per sempre» (Eb 13,8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili.
Egli è sempre giovane e fonte costante di novità.
La Chiesa non cessa di stupirsi per «la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio» (Rm 11,33).
Come affermava sant’Ireneo: «[Cristo], nella sua venuta, ha portato con sé ogni novità».
Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai.
Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina.
Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale.
In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre “nuova”. (EG 10-11)

Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia.
Bastano alcuni esempi: nel suo canto Maria proclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,47).
Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46).
Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua.
Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure.
Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto.
Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie.
La tentazione appare frequentemente sotto forma di scuse e recriminazioni, come se dovessero esserci innumerevoli condizioni perché sia possibile la gioia.
Questo accade perché «la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia».
Posso dire che le gioie più belle e spontanee che ho visto nel corso della mia vita sono quelle di persone molto povere che hanno poco a cui aggrapparsi.
Ricordo anche la gioia genuina di coloro che, anche in mezzo a grandi impegni professionali, hanno saputo conservare un cuore credente, generoso e semplice.
In varie maniere, queste gioie attingono alla fonte dell’amore sempre più grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo.
Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva».
Solo grazie a quest’incontro con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità.
Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero.
Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice.
Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?

L'esortazione apostolica edita da Papa Francesco alla fine del 2013 è tornata alla ribalta perchè il santo padre al La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù.
Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento.
Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.
Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.
Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene.
Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita.
Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.
Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta.
Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore».
Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte.
Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te.
Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici».
Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.
Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra.
Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile.
Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia.
Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada.
Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti! (Evangelii Gaudium, 1-3)

La esortazione apostolica edita da Papa Francesco alla fine del 2013 è tornata alla ribalta perchè il santo padre al Convegno della Chiesa italiana di Firenze dell’anno scorso l’ha riproposta come testo di riferimento per la Chiesa dei prossimi anni.
Così si esprimeva: “Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium (La gioia del vangelo), per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”.
Oltre ad essere ripreso questo invito negli orientamenti pastorali della diocesi di Padova di quest’anno, noi, come Unità Pastorale, ci troviamo di fronte ad un evento di grande rilevanza che ci spinge sullo stesso cammino.
Mi riferisco concretamente alla grande missione che realizzeremo nelle nostre 4 parrocchie l’anno prossimo ma che in questo anno pastorale è necessario preparare.
Sembrano essere tanti allora gli stimoli convergenti che ci portano a mettere a fuoco questo testo programmatico del magistero di papa Francesco e che potrà essere oggetto di riflessione e di ispirazione per le scelte pastorali dei prossimi anni.
Tutti gli operatori pastorali delle nostre comunità saranno invitati a compiere un percorso formativo per realizzare insieme degli approfondimenti tematici in vista di un rinnovamento e di una qualificazione delle loro azioni pastorali.
Sarà sicuramente un cammino fecondo che farà crescere unità e creatività, capacità di condividere linguaggi comuni e strategie più efficaci nell’annuncio del vangelo, in una parola, una chiesa più missionaria.
Anche l’editoriale del nostro 7 Giorni ospiterà stralci significativi, magari con qualche commento, di questo documento che ci guiderà nei prossimi anni.
Chiediamo, all’inizio di un nuovo anno pastorale, con tute le sue attività, l’intercessione della Vergine Maria e dei nostri santi patroni.

Il prossimo anno pastorale si apre con un invito che viene dalla liturgia.
Nella celebrazione eucaristica, dopo aver presentato i doni del pane e del vino, prima dell’orazione sulle offerte, c’è anche la formula: «Pregate fratelli e sorelle perché il sacrificio della Chiesa, in questa sosta che la rinfranca lungo il suo cammino verso la patria, sia gradito a Dio Padre Onnipotente».
È questo l’invito per il prossimo anno pastorale 2016-2017: sostare senza introdurre elementi nuovi, ma godendo dei doni, delle ricchezze, delle perle preziose che stiamo sperimentando in questi anni di profondi cambiamenti pastorali per la nostra Diocesi.
È una sosta che vuole rinfrancare, che vuole rendere forti i passaggi che si stanno attuando (l’Iniziazione cristiana, che rinnova profondamente il nostro essere evangelizzati e l’evangelizzare) e consolidare quelli ancora nella loro fase embrionale (in particolare lo sguardo sul territorio).
Ma il termine “sosta” non va inteso come atteggiamento di passività o inerzia.
Rappresenta, invece, l’indicazione di un tempo opportuno – un kairós – in cui incoraggiare, rincuorare, rassicurare, immettere ulteriore fiducia, guardare in avanti con speranza.
Vorremmo, poi, insistere e soffermarci, come da più parti è stato suggerito, sul metodo con cui accogliere e rilanciare le intuizioni e i cambiamenti di questo tempo.
Le proposte stesse delle pagine che seguono sono presentate secondo il metodo del “discernimento comunitario”, che è il metodo pastorale scelto dalla nostra Diocesi.
In questo termine “sosta” e nel verbo “sostare” intravvediamo anche la capacità di saper stare: so-stare. Come a dire: “so stare dentro questi processi generativi; mi fermo con stupore e gratitudine dentro questi cambiamenti; contemplo e rinnovo il mio modo di essere e di abitare il tempo”.
Ci si ispira all’Evangelii Gaudium laddove papa Francesco, segnalando i quattro principi «che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» si sofferma sul primato del tempo sullo spazio.
Per ribadire che ciò che conta è innescare processi, dinamismi vitali che necessariamente hanno bisogno di tempi lunghi e che i risultati, i frutti, le realizzazioni compiute non sono immediate.
«Si tratta di privilegiare azioni che generano nuovi dinamismi» e attendere «la bontà del grano che si manifesta con il tempo».

Il primo settembre la Chiesa Cattolica celebra la giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.

Condividiamo alcune riflessioni del santo Padre in occasione di questo appuntamento che ci invita ad “avere misericordia verso la nostra casa comune”.
La ricorrenza intende offrire «ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vo- cazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l’opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo». Con questo Messaggio – ci dice il papa- rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato
si’, 161).

Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici.
«Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio.
Non ne abbiamo il diritto». Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività umana: il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà ancora di più.
Questo provoca siccità, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati.
I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e già ne subiscono gli effetti.

Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza.
Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani. Allo stesso tempo, ogni creatura ha il proprio valore intrinseco che deve essere rispettato.

Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.

Ci avete fatto credere che le guerre non ci sarebbero più state», mi ha detto un sedicenne qualche giorno fa.
«Ci avete ingannati».

L’accusa era diretta agli adulti e subito ho replicato: «Perché accusi noi? Che ci possiamo fare?». Ma quelle parole hanno costretto me a una onesta riflessione.
Dall’agosto 2012 Aleppo è in guerra. Quattro anni giusti. Una pressione che ha trasformato la città ‘patrimonio dell’umanità’ dell’Unesco, in una gabbia infernale.
Dagli inizi di Giugno 2016 è cominciata a mancare seriamente l’acqua ed è di una decina di giorni fa la notizia che le riserve sarebbero durate soltanto qualche giorno. In una guerra che si è tradotta dal fuoco – delle uccisioni fatte con le armi – all’acqua – del blocco delle stazioni di pompaggio, l’emergenza sta diventando l’esecuzione di una condanna a morte. C’è chi ha deciso che «Aleppo deve morire».
La scarsità delle risorse idriche è sempre l’ultimatum in una guerra. Un urlo di minaccia e di vergogna che giunge sino a noi dalle immagini tivù e dagli articoli di alcuni giornali, cui sta facendo seguito – ahimè! – una sostanziale passività.
Solo chi si trovi sotto le bombe o chi abbia a cuore davvero quella povera gente cerca di rompere l’indifferenza con accorati appelli. Volontari di associazioni umanitarie, religiose e religiosi rimasti fedelmente ad Aleppo, l’arcivescovo greco-cattolico Jean-Clément Jeanbart, Save Aleppo e molti altri.

Ma dai più l’inerzia, mentre il tempo si è fatto breve: pochi giorni per salvare Aleppo.
All’inizio di questo lungo conflitto più soluzioni erano ancora possibili, molte vie d’uscita ancora praticabili. La prima era quella diplomatica, in qualche modo battuta anche da papa Francesco quando – nel settembre 2013 – inviò una lettera a Putin (che in quell’anno presiedeva il G20) auspicando una soluzione politica e pacifica alla crisi siriana.

Un gesto accompagnato dalla veglia di preghiera convocata in Piazza San Pietro il 7 settembre 2013 e dall’invito al digiuno solidale rivolto a credenti e non credenti.
Chi c’era quella notte avrà impresso nell’anima il sigillo della supplica silenziosa che andava a formare un coro struggente per la pace in Siria. Diplomazia, preghiera e digiuno furono efficaci e la guerra non venne ‘dichiarata’ ufficialmente dai Paesi del G20.
Ma la si lasciò fare, anche nutrendola di soldi e armi. Popolata da arabi, armeni, turchi, curdi, circassi, trecentomila i cristiani di dieci confessioni che ne facevano la terza città cristiana del Medio Oriente e, insieme, capitale della cultura islamica, Aleppo è – come scrive Riccardi – un vero miracolo di «pace e convivenza».
Antica capitale del Regno Hittita, luogo di inestimabile valore archeologico, altresì la città più grande della Siria (prima di questa guerra), la Milano e la New York siriana: perché mai si lascia che tutto questo venga distrutto?

Rivolgiamo la querela ai governanti delle nazioni, a chi si occupa di politica e del bene comune e resta a guardare, o si gira dall’altra parte, mentre vite e valori inestimabili muoiono o vengono distrutti; la rivolgiamo a chi ha espresso un giudizio storico sull’assurdità di ogni guerra, a chi ha rigettato e promesso che certe brutalità non sarebbero mai più accadute.
Questa stupita interpellanza è verso le istituzioni come l’Onu, che si mostrano lente a reagire e con le mani legate dinanzi a situazioni siffatte.
E ancora verso tutti noi, cittadini europei e cittadini americani, ma anche siriani, russi, turchi.
Noi europei che negli anni Novanta del secolo scorso proclamammo a gran voce: «Mai più Sarajevo». E che oggi, di fronte a quella che già viene chiamata la «nuova Sarajevo», restiamo muti e senza protestare di fronte al fantasma che ritorna, ai vecchi cadaveri dell’orrore che camminano di nuovo indisturbati sul tappeto dei nostri schermi televisivi.

La denuncia è verso gli intellettuali: dov’è un giudizio, una ‘resistenza’ almeno teorica a tanto disprezzo riportato contro ogni dignità umana, prima ancora che contro ogni diritto civile?
Non si può accettare che non si sia riusciti a costruire nulla di nuovo sotto il sole.
Che si debba ancora veder morire i civili di sete, i bambini di ogni tipo di violenza, i malati, di bombe sugli ospedali.
Perché non sappiamo fermare simili massacri? Perché l’Europa che si è costituita come un «baluardo di pace» dopo gli orrori del Novecento, si mostra ancora impotente?
Quella volta Giuditta –come racconta la Bibbia- vinse perché amava il suo popolo, lo considerava parte di sé.
La testa di Oloferne, il generale assiro che assediava Betulia, va intesa come metafora per dire che l’idea stessa della guerra fu ‘decapitata’.
E la vittoria fu della Vita.

Osiamo sperarlo anche per Aleppo, nonostante tutto!

Papa Francesco ci racconta il suo viaggio apostolico in Polonia.
Raccogliamo alcuni spunti. Alcuni di noi eravamo presenti.
L’occasione del Viaggio è stata la Giornata Mondiale della Gioventù, a 25 anni da quella storica celebrata a Chęstochova poco dopo la caduta della “cortina di ferro”.

In questi 25 anni è cambiata la Polonia, è cambiata l’Europa ed è cambiato il mondo, e questa GMG è diventata un segno profetico per la Polonia, per l’Europa e per il mondo.
La nuova generazione di giovani, eredi e continuatori del pellegrinaggio iniziato da san Giovanni Paolo II, hanno dato la risposta alla sfida dell’oggi, hanno dato il segno di speranza, e questo segno si chiama fraternità.

Perché, proprio in questo mondo in guerra, ci vuole fraternità, ci vuole vicinanza, ci vuole dialogo, ci vuole amicizia. E questo è il segno della speranza: quando c’è fraternità.
I giovani ancora una volta hanno risposto all’appello: sono venuti da tutto il mondo, una festa di colori, di volti diversi, di lingue, di storie diverse.
Io non so come fanno: parlano lingue diverse, ma riescono a capirsi! E perché? Perché hanno questa volontà di andare insieme, di fare ponti, di fraternità.
Sono venuti anche con le loro ferite, con i loro interrogativi, ma soprattutto con la gioia di incontrarsi; e ancora una volta hanno formato un mosaico di fraternità.

Un’immagine emblematica delle Giornate Mondiali della Gioventù è la distesa multicolore di bandiere sventolate
dai giovani: in effetti, alla GMG, le bandiere delle nazioni diventano più belle, per così dire “si purificano”, e anche bandiere di nazioni in conflitto tra loro sventolano vicine.
E questo è bello! I giovani del mondo hanno accolto il messaggio della Misericordia, per portarlo dappertutto nelle opere spirituali e corporali.
Ringrazio tutti i giovani che sono venuti a Cracovia! E ringrazio quelli che si sono uniti a noi da ogni parte della Terra! Il dono che avete ricevuto diventi risposta quotidiana alla chiamata del Signore.

La Sagra dei Ferai un momento atteso da tutti e preparato da tanti.
E’ una comunità che si mette in movimento per creare uno spazio e un tempo di incontro, di amicizia, di accoglienza e condivisione, di servizio gratuito.
Sempre più si sente l’esigenza di occasioni come questa, quasi oasi rigenerante in un contesto dall’aria pesante e dalle relazioni frettolose e a volte faticose.
Si sente la voglia di rapporti interpersonali che siano semplici e sinceri, non dettati dall’interesse o dalla competizione, come spesso ci costringe il mondo di oggi.

Allora riscopriamo la sagra paesana come un’occasione che va al di là di un buon piatto, che tra l’altro non mancherà. Essa risponde a esigenze profonde di autenticità e di semplicità che forse ricordiamo con nostalgia e che in passato era più facile vivere tra noi.
Anche quest’anno vogliamo ricostruire quel clima magico che porta con sé la nostra festa patronale, dove ce ne per tutti i gusti: per chi desidera condividere una cena in compagnia; per chi ama fare quattro salti in modo sano e giovane; per chi vuole passare qualche ora con amici o ritrovare qualcuno che da tempo non si vede; per chi cerca di sfidare la fortuna tentando di vincere i migliori premi della nostra pesca di beneficenza.

Continuano delle scelte di fondo che danno un tocco di novità  all’edizione 2016 dell’ Antica Sagra dei Ferai.
Anzitutto l’attenzione ai giovani, forti della prima esperienza vissuta l’anno scorso, con una proposta ancora più mirata e attraente. E la ormai classica mostra fotografica che in quest’anno giubilare non poteva non essere centrata sulla misericordia.
A Villafranca abbiamo l’orgoglio di una Via Crucis monumentale di primissimo livello artistico presso il Santuario della Madonna delle Grazie che è, tra l’altro, all’origine della nostra sagra paesana.
Esporremo le foto delle varie opere artistiche che costituiscono questo percorso religioso che forse non tutti conoscono. 

Come vedete anche quest’anno c’è più di un motivo per non mancare a questo appuntamento di festa, cuore della nostra estate villafranchese. Vi aspettiamo!

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, «il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa».
Come risposta a questa aspirazione «l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia». Il cammino sinodale ha permesso di porre sul tappeto la situazione delle famiglie nel mondo attuale, di allargare il nostro sguardo e di ravvivare la nostra consapevolezza sull’importanza del matrimonio e della famiglia.

Al tempo stesso, la complessità delle tematiche proposte ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione dei pastori e dei teologi, se è fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza.
I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche.
In ogni modo, devo dire che il cammino sinodale ha portato in sé una grande bellezza e ha offerto molta luce.

Ringrazio per i tanti contributi che mi hanno aiutato a considerare i problemi delle famiglie del mondo in tutta la loro ampiezza. L’insieme degli interventi dei Padri, che ho ascoltato con costante attenzione, mi è parso un prezioso poliedro, costituito da molte legittime preoccupazioni e da domande oneste e sincere.
Perciò ho ritenuto opportuno redigere una Esortazione Apostolica postsinodale che raccolga contributi dei due recenti Sinodi sulla famiglia, unendo altre considerazioni che possano orientare la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale, e al tempo stesso arrechino coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà.
Questa Esortazione acquista un significato speciale nel contesto di questo Anno Giubilare della Misericordia. In primo luogo, perché la intendo come una proposta per le famiglie cristiane, che le stimoli a stimare i doni del matrimonio e della famiglia, e a mantenere un amore forte e pieno di valori quali la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza.

In secondo luogo, perché si propone di incoraggiare tutti ad essere segni di misericordia e di vicinanza lì dove la vita familiare non si realizza perfettamente o non si svolge con pace e gioia.

Con questo numero apriamo ufficialmente il periodo estivo della comunità e ci auguriamo che sia un tempo ricco umanamente e di crescita nei valori dell’incontro e dell’aggregazione. In realtà le attività della parrocchia non diminuiscono ma cambiano di fisionomia.
Il Grest dei ragazzi, i tornei sportivi di calcio e beach volley, i Campi estivi, il momento della Sagra sono tutte proposte che vogliono offrire occasioni di svago e di sana crescita.
C’è bisogno di spazi comunitari in cui ognuno può dare qualcosa in termini di capacità e di servizio e allo stesso tempo di sperimentare accoglienza e condivisione. In un contesto di crescente individualismo e di spietata concorrenza far prevalere atteggiamenti di gratuità e momenti vissuti insieme diventa esperienza umanizzante che ci disintossica dalla frenesia della corsa quotidiana e dalla logica di competizione che avvelena i rapporti tra persone.

La parrocchia si pone come crocevia dell’estate per offrire a tutti, senza distinzioni, spazi di incontro e di amicizia, di ascolto e di dialogo. Anche il patronato rinnovato, pensato secondo nuovi criteri di accoglienza e di risposta alle esigenze di tutte le età, si pone come il fulcro delle attività di una comunità viva, accogliente, aperta, in uscita costante verso tutte le realtà del nostro territorio. Non lo neghiamo: il nostro progetto è ambizioso ma siamo certi che con la collaborazione di ognuno riusciremo a far sentire il nostro ambiente ‘casa di tutti’.
La tendenza di dispersione tipica dell’estate può trovare una presenza di contro tendenza negli ambienti parrocchiali che continuano a offrire per tutto questo periodo momenti di attività e di gioco per chi non può permettersi vacanze o altre esperienze particolari.

Viviamo allora l’estate insieme. La parrocchia continua a pensare e proporre iniziative per il bene di tutti.
Vogliamo sentirci non solo beneficiari di tutto ciò ma anche protagonisti attivi. Buona estate.

Un Anno Santo straordinario per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi.
In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita. La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio.
La sua vita è autentica e credibile quando fa della misericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo.
La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia professandola e vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo. Dal cuore della Trinità, dall’intimo più profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia.
Questa fonte non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano. Ogni volta che ognuno ne avrà bisogno, potrà accedere ad essa, perché la misericordia di Dio è senza fine.
Tanto è imperscrutabile la profondità del mistero che racchiude, tanto è inesauribile la ricchezza che da essa proviene. In questo Anno Giubilare la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e convincente come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore.
Non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: « Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre » (Sal 25,6).
Concludiamo il cammino riflessivo insieme a Papa Francesco sul tema della Misericordia e lo facciamo alla vigilia della Festa della Comunità.
Quasi a dire che terminata la riflessione il compito continua nella vita e uno dei sensi forti della comunità cristiana è proprio quello di essere ambiente vitale nel quale si vive questa particolare esperienza di amore che ha nome ‘misericordia’, fatta di cura dell’altro e di attenzione verso ogni situazione ferita e di bisogno.
Sentiamo che in questo non possiamo andare in vacanza.