La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perchévha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità.
Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie».
Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi.
La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione.
Attraverso tutte le sue attività, la parrocchia incoraggia e forma i suoi membri perché siano agenti dell’evangelizzazione.
È comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario.
Però dobbiamo riconoscere che l’appello alla revisione e al rinnovamento delle parrocchie non ha ancora dato sufficienti frutti perché siano ancora più vicine alla gente, e siano ambiti di comunione viva e di partecipazione, e si orientino completamente verso la missione.
Le altre istituzioni ecclesiali, comunità di base e piccole comunità, movimenti e altre forme di associazione, sono una ricchezza della Chiesa che lo Spirito suscita per evangelizzare tutti gli ambienti e settori.
Molte volte apportano un nuovo fervore evangelizzatore e un a capacità di dialogo con il mondo che rinnovano la Chiesa.
Ma è molto salutare che non perdano il contatto con questa realtà tanto ricca della parrocchia del luogo, e che si integrino con piacere nella pastorale organica della Chiesa particolare.
Questa integrazione eviterà che rimangano solo con una parte del Vangelo e della Chiesa, o che si trasformino in nomadi senza radici.

Sottolineo che ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti.
Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno.
Ora non ci serve una «semplice amministrazione» ma uno «stato permanente di missione».
Paolo VI invitò ad ampliare l’appello al rinnovamento, per esprimere con forza che non si rivolgeva solo ai singoli individui, ma alla Chiesa intera.
Ricordiamo questo testo memorabile che non ha perso la sua forza interpellante: «La Chiesa deve approfondire la coscienza di se stessa, meditare sul mistero che le è proprio, confrontare la sua immagine ideale, quale Cristo vide, volle ed amò, come sua Sposa santa ed immacolata (Ef 5,27), e il volto reale, quale oggi la Chiesa presenta […] Deriva perciò un bisogno generoso e quasi impaziente di rinnovamento, di emendamento cioè dei difetti, che quella coscienza, quasi un esame interiore allo specchio del modello che Cristo di sé ci lasciò, denuncia e rigetta».
Il Concilio Vaticano II ha presentato la conversione ecclesiale come l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo.
La Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua riforma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno».
Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica.
Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo.
Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione.
La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.

La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.
“Primerear – prendere l’iniziativa”: vogliate scusarmi per questo neologismo.
La comunità evangelizzatrice sperimenta che il Signore ha preso l’iniziativa, l’ha preceduta nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), e per questo essa sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi.
Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva.
Osiamo un po’ di più di prendere l’iniziativa!
Come conseguenza, la Chiesa sa “coinvolgersi”.
Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli.
Il Signore si coinvolge e coinvolge i suoi, mettendosi in ginocchio davanti agli altri per lavarli. Ma subito dopo dice ai discepoli: «Sarete beati se farete questo» (Gv 13,17).
La comunità evangelizzatrice si mette mediante opere e gesti nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze, si abbassa fino all’umiliazione se è necessario, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore” e queste ascoltano la loro voce.
Quindi, la comunità evangelizzatrice si dispone ad “accompagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere.
Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica.
L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttificare”.
La comunità evangelizzatrice è sempre attenta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda.
Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania.
Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste.
Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti.
Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice.
Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”.
Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione.
L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene.
La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi.

L‘evangelizzazione obbedisce al mandato missionario di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20).
In questi versetti si presenta il momento in cui il Risorto invia i suoi a predicare il Vangelo in ogni tempo e in ogni luogo, in modo che la fede in Lui si diffonda in ogni angolo della terra. Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti.
Abramo accettò la chiamata a partire verso una terra nuova (cfr Gen 12,1-3).
Mosè ascoltò la chiamata di Dio: «Va’, io ti mando» (Es 3,10) e fece uscire il popolo verso la terra promessa (cfr Es 3,17).
Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria.
Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.
La gioia del Vangelo che riempie la vita della comunità dei discepoli è una gioia missionaria.
La sperimentano i settantadue discepoli, che tornano dalla missione pieni di gioia (cfr Lc 10,17).
La vive Gesù, che esulta di gioia nello Spirito Santo e loda il Padre perché la sua rivelazione raggiunge i poveri e i più piccoli (cfr Lc 10,21).
La sentono pieni di ammirazione i primi che si convertono nell’ascoltare la predicazione degli Apostoli «ciascuno nella propria lingua» (At 2,6) a Pentecoste.
Questa gioia è un segno che il Vangelo è stato annunciato e sta dando frutto. Ma ha sempre la dinamica dell’esodo e del dono, dell’uscire da sé, del camminare e del seminare sempre di nuovo, sempre oltre.
Il Signore dice: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!» (Mc 1,38).
Quando la semente è stata seminata in un luogo, non si trattiene più là per spiegare meglio o per fare segni ulteriori, bensì lo Spirito lo conduce a partire verso altri villaggi. Fedele al modello del Maestro, è vitale che oggi la Chiesa esca ad annunciare il Vangelo a tutti, in tutti i luoghi, in tutte le occasioni, senza indugio, senza repulsioni e senza paura. La gioia del Vangelo è per tutto il popolo, non può escludere nessuno.

Nel Sinodo dei Vescovi del 2012 si è ricordato che la nuova evangelizzazione chiama tutti e si realizza fondamentalmente in tre ambiti.
In primo luogo l’ambito della pastorale ordinaria, «animata dal fuoco dello Spirito, per incendiare i cuori dei fedeli che regolarmente frequentano la Comunità e che si riuniscono nel giorno del Signore per nutrirsi della sua Parola e del Pane di vita eterna».
Vanno inclusi in quest’ambito anche i fedeli che conservano una fede cattolica intensa e sincera, esprimendola in diversi modi, benché non partecipino frequentemente al culto.
Questa pastorale si orienta alla crescita dei credenti, in modo che rispondano sempre meglio e con tutta la loro vita all’amore di Dio.
In secondo luogo, ricordiamo l’ambito delle «persone battezzate che però non vivono le esigenze del Battesimo», non hanno un’appartenenza cordiale alla Chiesa e non sperimentano più la consolazione della fede.
La Chiesa, come madre sempre attenta, si impegna perché essi vivano una conversione che restituisca loro la gioia della fede e il desiderio di impegnarsi con il Vangelo.
Infine, rimarchiamo che l’evangelizzazione è essenzialmente connessa con la proclamazione del Vangelo a coloro che non conoscono Gesù Cristo o lo hanno sempre rifiutato.
Molti di loro cercano Dio segretamente, mossi dalla nostalgia del suo volto, anche in paesi di antica tradizione cristiana.
Tutti hanno il diritto di ricevere il Vangelo.
I cristiani hanno il dovere di annunciarlo senza escludere nessuno, non come chi impone un nuovo obbligo, bensì come chi condivide una gioia, segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile.
La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione». Giovanni Paolo II ci ha invitato a riconoscere che «bisogna, tuttavia, non perdere la tensione per l’annunzio» a coloro che stanno lontani da Cristo, «perché questo è il compito primo della Chiesa».
L’attività missionaria «rappresenta, ancor oggi, la massima sfida per la Chiesa».
In questa linea, i Vescovi latinoamericani hanno affermato che «non possiamo più rimanere tranquilli, in attesa passiva, dentro le nostre chiese» e che è necessario passare «da una pastorale di semplice conservazione a una pastorale decisamente missionaria».
Questo compito continua ad essere la fonte delle maggiori gioie per la Chiesa: «Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione»

La proposta è vivere ad un livello superiore, però non con minore intensità: «La vita si rafforza donandola e s’indebolisce nell’isolamento e nell’agio.
Di fatto, coloro che sfruttano di più le possibilità della vita sono quelli che lasciano la riva sicura e si appassionano alla missione di comunicare la vita agli altri».
Quando la Chiesa chiama all’impegno evangelizzatore, non fa altro che indicare ai cristiani il vero dinamismo della realizzazione personale: «Qui scopriamo un’altra legge profonda della realtà: la vita cresce e matura nella misura in cui la doniamo per la vita degli altri.
La missione, alla fin fine, è questo». Di conseguenza, un evangelizzatore non dovrebbe avere costantemente una faccia da funerale.
Recuperiamo e accresciamo il fervore, «la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime […] Possa il mondo del nostro tempo –che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza – ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradii fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo».
Un annuncio rinnovato offre ai credenti, anche ai tiepidi o non praticanti, una nuova gioia nella fede e una fecondità evangelizzatrice.
In realtà, il suo centro e la sua essenza è sempre lo stesso: il Dio che ha manifestato il suo immenso amore in Cristo morto e risorto.
Egli rende i suoi fedeli sempre nuovi, quantunque siano anziani, riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31).
Cristo è il «Vangelo eterno» (Ap 14,6), ed è «lo stesso ieri e oggi e per sempre» (Eb 13,8), ma la sua ricchezza e la sua bellezza sono inesauribili.
Egli è sempre giovane e fonte costante di novità.
La Chiesa non cessa di stupirsi per «la profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio» (Rm 11,33).
Come affermava sant’Ireneo: «[Cristo], nella sua venuta, ha portato con sé ogni novità».
Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai.
Gesù Cristo può anche rompere gli schemi noiosi nei quali pretendiamo di imprigionarlo e ci sorprende con la sua costante creatività divina.
Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale.
In realtà, ogni autentica azione evangelizzatrice è sempre “nuova”. (EG 10-11)

Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia.
Bastano alcuni esempi: nel suo canto Maria proclama: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore» (Lc 1,47).
Gesù stesso «esultò di gioia nello Spirito Santo» (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11).
Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità «prendevano cibo con letizia» (2,46).
Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia? Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua.
Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure.
Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto.
Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie.
La tentazione appare frequentemente sotto forma di scuse e recriminazioni, come se dovessero esserci innumerevoli condizioni perché sia possibile la gioia.
Questo accade perché «la società tecnologica ha potuto moltiplicare le occasioni di piacere, ma essa difficilmente riesce a procurare la gioia».
Posso dire che le gioie più belle e spontanee che ho visto nel corso della mia vita sono quelle di persone molto povere che hanno poco a cui aggrapparsi.
Ricordo anche la gioia genuina di coloro che, anche in mezzo a grandi impegni professionali, hanno saputo conservare un cuore credente, generoso e semplice.
In varie maniere, queste gioie attingono alla fonte dell’amore sempre più grande di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo.
Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva».
Solo grazie a quest’incontro con l’amore di Dio, che si tramuta in felice amicizia, siamo riscattati dalla nostra coscienza isolata e dall’autoreferenzialità.
Giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero.
Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice.
Perché, se qualcuno ha accolto questo amore che gli ridona il senso della vita, come può contenere il desiderio di comunicarlo agli altri?

L'esortazione apostolica edita da Papa Francesco alla fine del 2013 è tornata alla ribalta perchè il santo padre al La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù.
Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento.
Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.
Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.
Quando la vita interiore si chiude nei propri interessi non vi è più spazio per gli altri, non entrano più i poveri, non si ascolta più la voce di Dio, non si gode più della dolce gioia del suo amore, non palpita l’entusiasmo di fare il bene.
Anche i credenti corrono questo rischio, certo e permanente. Molti vi cadono e si trasformano in persone risentite, scontente, senza vita.
Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto.
Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta.
Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché «nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore».
Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte.
Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te.
Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici».
Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia.
Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra.
Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile.
Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia.
Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada.
Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti! (Evangelii Gaudium, 1-3)

La esortazione apostolica edita da Papa Francesco alla fine del 2013 è tornata alla ribalta perchè il santo padre al Convegno della Chiesa italiana di Firenze dell’anno scorso l’ha riproposta come testo di riferimento per la Chiesa dei prossimi anni.
Così si esprimeva: “Permettetemi solo di lasciarvi un’indicazione: in ogni comunità, in ogni parrocchia e istituzione, in ogni Diocesi, cercate di avviare, in modo sinodale, un approfondimento della Evangelii Gaudium (La gioia del vangelo), per trarre da essa criteri pratici e per attuare le sue disposizioni”.
Oltre ad essere ripreso questo invito negli orientamenti pastorali della diocesi di Padova di quest’anno, noi, come Unità Pastorale, ci troviamo di fronte ad un evento di grande rilevanza che ci spinge sullo stesso cammino.
Mi riferisco concretamente alla grande missione che realizzeremo nelle nostre 4 parrocchie l’anno prossimo ma che in questo anno pastorale è necessario preparare.
Sembrano essere tanti allora gli stimoli convergenti che ci portano a mettere a fuoco questo testo programmatico del magistero di papa Francesco e che potrà essere oggetto di riflessione e di ispirazione per le scelte pastorali dei prossimi anni.
Tutti gli operatori pastorali delle nostre comunità saranno invitati a compiere un percorso formativo per realizzare insieme degli approfondimenti tematici in vista di un rinnovamento e di una qualificazione delle loro azioni pastorali.
Sarà sicuramente un cammino fecondo che farà crescere unità e creatività, capacità di condividere linguaggi comuni e strategie più efficaci nell’annuncio del vangelo, in una parola, una chiesa più missionaria.
Anche l’editoriale del nostro 7 Giorni ospiterà stralci significativi, magari con qualche commento, di questo documento che ci guiderà nei prossimi anni.
Chiediamo, all’inizio di un nuovo anno pastorale, con tute le sue attività, l’intercessione della Vergine Maria e dei nostri santi patroni.

Il prossimo anno pastorale si apre con un invito che viene dalla liturgia.
Nella celebrazione eucaristica, dopo aver presentato i doni del pane e del vino, prima dell’orazione sulle offerte, c’è anche la formula: «Pregate fratelli e sorelle perché il sacrificio della Chiesa, in questa sosta che la rinfranca lungo il suo cammino verso la patria, sia gradito a Dio Padre Onnipotente».
È questo l’invito per il prossimo anno pastorale 2016-2017: sostare senza introdurre elementi nuovi, ma godendo dei doni, delle ricchezze, delle perle preziose che stiamo sperimentando in questi anni di profondi cambiamenti pastorali per la nostra Diocesi.
È una sosta che vuole rinfrancare, che vuole rendere forti i passaggi che si stanno attuando (l’Iniziazione cristiana, che rinnova profondamente il nostro essere evangelizzati e l’evangelizzare) e consolidare quelli ancora nella loro fase embrionale (in particolare lo sguardo sul territorio).
Ma il termine “sosta” non va inteso come atteggiamento di passività o inerzia.
Rappresenta, invece, l’indicazione di un tempo opportuno – un kairós – in cui incoraggiare, rincuorare, rassicurare, immettere ulteriore fiducia, guardare in avanti con speranza.
Vorremmo, poi, insistere e soffermarci, come da più parti è stato suggerito, sul metodo con cui accogliere e rilanciare le intuizioni e i cambiamenti di questo tempo.
Le proposte stesse delle pagine che seguono sono presentate secondo il metodo del “discernimento comunitario”, che è il metodo pastorale scelto dalla nostra Diocesi.
In questo termine “sosta” e nel verbo “sostare” intravvediamo anche la capacità di saper stare: so-stare. Come a dire: “so stare dentro questi processi generativi; mi fermo con stupore e gratitudine dentro questi cambiamenti; contemplo e rinnovo il mio modo di essere e di abitare il tempo”.
Ci si ispira all’Evangelii Gaudium laddove papa Francesco, segnalando i quattro principi «che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» si sofferma sul primato del tempo sullo spazio.
Per ribadire che ciò che conta è innescare processi, dinamismi vitali che necessariamente hanno bisogno di tempi lunghi e che i risultati, i frutti, le realizzazioni compiute non sono immediate.
«Si tratta di privilegiare azioni che generano nuovi dinamismi» e attendere «la bontà del grano che si manifesta con il tempo».

Il primo settembre la Chiesa Cattolica celebra la giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.

Condividiamo alcune riflessioni del santo Padre in occasione di questo appuntamento che ci invita ad “avere misericordia verso la nostra casa comune”.
La ricorrenza intende offrire «ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vo- cazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l’opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo». Con questo Messaggio – ci dice il papa- rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato
si’, 161).

Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici.
«Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio.
Non ne abbiamo il diritto». Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività umana: il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà ancora di più.
Questo provoca siccità, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati.
I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e già ne subiscono gli effetti.

Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza.
Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani. Allo stesso tempo, ogni creatura ha il proprio valore intrinseco che deve essere rispettato.

Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.

Ci avete fatto credere che le guerre non ci sarebbero più state», mi ha detto un sedicenne qualche giorno fa.
«Ci avete ingannati».

L’accusa era diretta agli adulti e subito ho replicato: «Perché accusi noi? Che ci possiamo fare?». Ma quelle parole hanno costretto me a una onesta riflessione.
Dall’agosto 2012 Aleppo è in guerra. Quattro anni giusti. Una pressione che ha trasformato la città ‘patrimonio dell’umanità’ dell’Unesco, in una gabbia infernale.
Dagli inizi di Giugno 2016 è cominciata a mancare seriamente l’acqua ed è di una decina di giorni fa la notizia che le riserve sarebbero durate soltanto qualche giorno. In una guerra che si è tradotta dal fuoco – delle uccisioni fatte con le armi – all’acqua – del blocco delle stazioni di pompaggio, l’emergenza sta diventando l’esecuzione di una condanna a morte. C’è chi ha deciso che «Aleppo deve morire».
La scarsità delle risorse idriche è sempre l’ultimatum in una guerra. Un urlo di minaccia e di vergogna che giunge sino a noi dalle immagini tivù e dagli articoli di alcuni giornali, cui sta facendo seguito – ahimè! – una sostanziale passività.
Solo chi si trovi sotto le bombe o chi abbia a cuore davvero quella povera gente cerca di rompere l’indifferenza con accorati appelli. Volontari di associazioni umanitarie, religiose e religiosi rimasti fedelmente ad Aleppo, l’arcivescovo greco-cattolico Jean-Clément Jeanbart, Save Aleppo e molti altri.

Ma dai più l’inerzia, mentre il tempo si è fatto breve: pochi giorni per salvare Aleppo.
All’inizio di questo lungo conflitto più soluzioni erano ancora possibili, molte vie d’uscita ancora praticabili. La prima era quella diplomatica, in qualche modo battuta anche da papa Francesco quando – nel settembre 2013 – inviò una lettera a Putin (che in quell’anno presiedeva il G20) auspicando una soluzione politica e pacifica alla crisi siriana.

Un gesto accompagnato dalla veglia di preghiera convocata in Piazza San Pietro il 7 settembre 2013 e dall’invito al digiuno solidale rivolto a credenti e non credenti.
Chi c’era quella notte avrà impresso nell’anima il sigillo della supplica silenziosa che andava a formare un coro struggente per la pace in Siria. Diplomazia, preghiera e digiuno furono efficaci e la guerra non venne ‘dichiarata’ ufficialmente dai Paesi del G20.
Ma la si lasciò fare, anche nutrendola di soldi e armi. Popolata da arabi, armeni, turchi, curdi, circassi, trecentomila i cristiani di dieci confessioni che ne facevano la terza città cristiana del Medio Oriente e, insieme, capitale della cultura islamica, Aleppo è – come scrive Riccardi – un vero miracolo di «pace e convivenza».
Antica capitale del Regno Hittita, luogo di inestimabile valore archeologico, altresì la città più grande della Siria (prima di questa guerra), la Milano e la New York siriana: perché mai si lascia che tutto questo venga distrutto?

Rivolgiamo la querela ai governanti delle nazioni, a chi si occupa di politica e del bene comune e resta a guardare, o si gira dall’altra parte, mentre vite e valori inestimabili muoiono o vengono distrutti; la rivolgiamo a chi ha espresso un giudizio storico sull’assurdità di ogni guerra, a chi ha rigettato e promesso che certe brutalità non sarebbero mai più accadute.
Questa stupita interpellanza è verso le istituzioni come l’Onu, che si mostrano lente a reagire e con le mani legate dinanzi a situazioni siffatte.
E ancora verso tutti noi, cittadini europei e cittadini americani, ma anche siriani, russi, turchi.
Noi europei che negli anni Novanta del secolo scorso proclamammo a gran voce: «Mai più Sarajevo». E che oggi, di fronte a quella che già viene chiamata la «nuova Sarajevo», restiamo muti e senza protestare di fronte al fantasma che ritorna, ai vecchi cadaveri dell’orrore che camminano di nuovo indisturbati sul tappeto dei nostri schermi televisivi.

La denuncia è verso gli intellettuali: dov’è un giudizio, una ‘resistenza’ almeno teorica a tanto disprezzo riportato contro ogni dignità umana, prima ancora che contro ogni diritto civile?
Non si può accettare che non si sia riusciti a costruire nulla di nuovo sotto il sole.
Che si debba ancora veder morire i civili di sete, i bambini di ogni tipo di violenza, i malati, di bombe sugli ospedali.
Perché non sappiamo fermare simili massacri? Perché l’Europa che si è costituita come un «baluardo di pace» dopo gli orrori del Novecento, si mostra ancora impotente?
Quella volta Giuditta –come racconta la Bibbia- vinse perché amava il suo popolo, lo considerava parte di sé.
La testa di Oloferne, il generale assiro che assediava Betulia, va intesa come metafora per dire che l’idea stessa della guerra fu ‘decapitata’.
E la vittoria fu della Vita.

Osiamo sperarlo anche per Aleppo, nonostante tutto!