Il primo settembre la Chiesa Cattolica celebra la giornata mondiale di preghiera per la cura del creato.

Condividiamo alcune riflessioni del santo Padre in occasione di questo appuntamento che ci invita ad “avere misericordia verso la nostra casa comune”.
La ricorrenza intende offrire «ai singoli credenti ed alle comunità la preziosa opportunità di rinnovare la personale adesione alla propria vo- cazione di custodi del creato, elevando a Dio il ringraziamento per l’opera meravigliosa che Egli ha affidato alla nostra cura, invocando il suo aiuto per la protezione del creato e la sua misericordia per i peccati commessi contro il mondo in cui viviamo». Con questo Messaggio – ci dice il papa- rinnovo il dialogo con ogni persona che abita questo pianeta riguardo alle sofferenze che affliggono i poveri e la devastazione dell’ambiente. Dio ci ha fatto dono di un giardino rigoglioso, ma lo stiamo trasformando in una distesa inquinata di «macerie, deserti e sporcizia» (Enc. Laudato
si’, 161).

Non possiamo arrenderci o essere indifferenti alla perdita della biodiversità e alla distruzione degli ecosistemi, spesso provocate dai nostri comportamenti irresponsabili ed egoistici.
«Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio.
Non ne abbiamo il diritto». Il pianeta continua a riscaldarsi, in parte a causa dell’attività umana: il 2015 è stato l’anno più caldo mai registrato e probabilmente il 2016 lo sarà ancora di più.
Questo provoca siccità, inondazioni, incendi ed eventi meteorologici estremi sempre più gravi. I cambiamenti climatici contribuiscono anche alla straziante crisi dei migranti forzati.
I poveri del mondo, che pure sono i meno responsabili dei cambiamenti climatici, sono i più vulnerabili e già ne subiscono gli effetti.

Come l’ecologia integrale mette in evidenza, gli esseri umani sono profondamente legati gli uni agli altri e al creato nella sua interezza.
Quando maltrattiamo la natura, maltrattiamo anche gli esseri umani. Allo stesso tempo, ogni creatura ha il proprio valore intrinseco che deve essere rispettato.

Ascoltiamo «tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri» e cerchiamo di comprendere attentamente come poter assicurare una risposta adeguata e tempestiva.

Ci avete fatto credere che le guerre non ci sarebbero più state», mi ha detto un sedicenne qualche giorno fa.
«Ci avete ingannati».

L’accusa era diretta agli adulti e subito ho replicato: «Perché accusi noi? Che ci possiamo fare?». Ma quelle parole hanno costretto me a una onesta riflessione.
Dall’agosto 2012 Aleppo è in guerra. Quattro anni giusti. Una pressione che ha trasformato la città ‘patrimonio dell’umanità’ dell’Unesco, in una gabbia infernale.
Dagli inizi di Giugno 2016 è cominciata a mancare seriamente l’acqua ed è di una decina di giorni fa la notizia che le riserve sarebbero durate soltanto qualche giorno. In una guerra che si è tradotta dal fuoco – delle uccisioni fatte con le armi – all’acqua – del blocco delle stazioni di pompaggio, l’emergenza sta diventando l’esecuzione di una condanna a morte. C’è chi ha deciso che «Aleppo deve morire».
La scarsità delle risorse idriche è sempre l’ultimatum in una guerra. Un urlo di minaccia e di vergogna che giunge sino a noi dalle immagini tivù e dagli articoli di alcuni giornali, cui sta facendo seguito – ahimè! – una sostanziale passività.
Solo chi si trovi sotto le bombe o chi abbia a cuore davvero quella povera gente cerca di rompere l’indifferenza con accorati appelli. Volontari di associazioni umanitarie, religiose e religiosi rimasti fedelmente ad Aleppo, l’arcivescovo greco-cattolico Jean-Clément Jeanbart, Save Aleppo e molti altri.

Ma dai più l’inerzia, mentre il tempo si è fatto breve: pochi giorni per salvare Aleppo.
All’inizio di questo lungo conflitto più soluzioni erano ancora possibili, molte vie d’uscita ancora praticabili. La prima era quella diplomatica, in qualche modo battuta anche da papa Francesco quando – nel settembre 2013 – inviò una lettera a Putin (che in quell’anno presiedeva il G20) auspicando una soluzione politica e pacifica alla crisi siriana.

Un gesto accompagnato dalla veglia di preghiera convocata in Piazza San Pietro il 7 settembre 2013 e dall’invito al digiuno solidale rivolto a credenti e non credenti.
Chi c’era quella notte avrà impresso nell’anima il sigillo della supplica silenziosa che andava a formare un coro struggente per la pace in Siria. Diplomazia, preghiera e digiuno furono efficaci e la guerra non venne ‘dichiarata’ ufficialmente dai Paesi del G20.
Ma la si lasciò fare, anche nutrendola di soldi e armi. Popolata da arabi, armeni, turchi, curdi, circassi, trecentomila i cristiani di dieci confessioni che ne facevano la terza città cristiana del Medio Oriente e, insieme, capitale della cultura islamica, Aleppo è – come scrive Riccardi – un vero miracolo di «pace e convivenza».
Antica capitale del Regno Hittita, luogo di inestimabile valore archeologico, altresì la città più grande della Siria (prima di questa guerra), la Milano e la New York siriana: perché mai si lascia che tutto questo venga distrutto?

Rivolgiamo la querela ai governanti delle nazioni, a chi si occupa di politica e del bene comune e resta a guardare, o si gira dall’altra parte, mentre vite e valori inestimabili muoiono o vengono distrutti; la rivolgiamo a chi ha espresso un giudizio storico sull’assurdità di ogni guerra, a chi ha rigettato e promesso che certe brutalità non sarebbero mai più accadute.
Questa stupita interpellanza è verso le istituzioni come l’Onu, che si mostrano lente a reagire e con le mani legate dinanzi a situazioni siffatte.
E ancora verso tutti noi, cittadini europei e cittadini americani, ma anche siriani, russi, turchi.
Noi europei che negli anni Novanta del secolo scorso proclamammo a gran voce: «Mai più Sarajevo». E che oggi, di fronte a quella che già viene chiamata la «nuova Sarajevo», restiamo muti e senza protestare di fronte al fantasma che ritorna, ai vecchi cadaveri dell’orrore che camminano di nuovo indisturbati sul tappeto dei nostri schermi televisivi.

La denuncia è verso gli intellettuali: dov’è un giudizio, una ‘resistenza’ almeno teorica a tanto disprezzo riportato contro ogni dignità umana, prima ancora che contro ogni diritto civile?
Non si può accettare che non si sia riusciti a costruire nulla di nuovo sotto il sole.
Che si debba ancora veder morire i civili di sete, i bambini di ogni tipo di violenza, i malati, di bombe sugli ospedali.
Perché non sappiamo fermare simili massacri? Perché l’Europa che si è costituita come un «baluardo di pace» dopo gli orrori del Novecento, si mostra ancora impotente?
Quella volta Giuditta –come racconta la Bibbia- vinse perché amava il suo popolo, lo considerava parte di sé.
La testa di Oloferne, il generale assiro che assediava Betulia, va intesa come metafora per dire che l’idea stessa della guerra fu ‘decapitata’.
E la vittoria fu della Vita.

Osiamo sperarlo anche per Aleppo, nonostante tutto!

Papa Francesco ci racconta il suo viaggio apostolico in Polonia.
Raccogliamo alcuni spunti. Alcuni di noi eravamo presenti.
L’occasione del Viaggio è stata la Giornata Mondiale della Gioventù, a 25 anni da quella storica celebrata a Chęstochova poco dopo la caduta della “cortina di ferro”.

In questi 25 anni è cambiata la Polonia, è cambiata l’Europa ed è cambiato il mondo, e questa GMG è diventata un segno profetico per la Polonia, per l’Europa e per il mondo.
La nuova generazione di giovani, eredi e continuatori del pellegrinaggio iniziato da san Giovanni Paolo II, hanno dato la risposta alla sfida dell’oggi, hanno dato il segno di speranza, e questo segno si chiama fraternità.

Perché, proprio in questo mondo in guerra, ci vuole fraternità, ci vuole vicinanza, ci vuole dialogo, ci vuole amicizia. E questo è il segno della speranza: quando c’è fraternità.
I giovani ancora una volta hanno risposto all’appello: sono venuti da tutto il mondo, una festa di colori, di volti diversi, di lingue, di storie diverse.
Io non so come fanno: parlano lingue diverse, ma riescono a capirsi! E perché? Perché hanno questa volontà di andare insieme, di fare ponti, di fraternità.
Sono venuti anche con le loro ferite, con i loro interrogativi, ma soprattutto con la gioia di incontrarsi; e ancora una volta hanno formato un mosaico di fraternità.

Un’immagine emblematica delle Giornate Mondiali della Gioventù è la distesa multicolore di bandiere sventolate
dai giovani: in effetti, alla GMG, le bandiere delle nazioni diventano più belle, per così dire “si purificano”, e anche bandiere di nazioni in conflitto tra loro sventolano vicine.
E questo è bello! I giovani del mondo hanno accolto il messaggio della Misericordia, per portarlo dappertutto nelle opere spirituali e corporali.
Ringrazio tutti i giovani che sono venuti a Cracovia! E ringrazio quelli che si sono uniti a noi da ogni parte della Terra! Il dono che avete ricevuto diventi risposta quotidiana alla chiamata del Signore.

La Sagra dei Ferai un momento atteso da tutti e preparato da tanti.
E’ una comunità che si mette in movimento per creare uno spazio e un tempo di incontro, di amicizia, di accoglienza e condivisione, di servizio gratuito.
Sempre più si sente l’esigenza di occasioni come questa, quasi oasi rigenerante in un contesto dall’aria pesante e dalle relazioni frettolose e a volte faticose.
Si sente la voglia di rapporti interpersonali che siano semplici e sinceri, non dettati dall’interesse o dalla competizione, come spesso ci costringe il mondo di oggi.

Allora riscopriamo la sagra paesana come un’occasione che va al di là di un buon piatto, che tra l’altro non mancherà. Essa risponde a esigenze profonde di autenticità e di semplicità che forse ricordiamo con nostalgia e che in passato era più facile vivere tra noi.
Anche quest’anno vogliamo ricostruire quel clima magico che porta con sé la nostra festa patronale, dove ce ne per tutti i gusti: per chi desidera condividere una cena in compagnia; per chi ama fare quattro salti in modo sano e giovane; per chi vuole passare qualche ora con amici o ritrovare qualcuno che da tempo non si vede; per chi cerca di sfidare la fortuna tentando di vincere i migliori premi della nostra pesca di beneficenza.

Continuano delle scelte di fondo che danno un tocco di novità  all’edizione 2016 dell’ Antica Sagra dei Ferai.
Anzitutto l’attenzione ai giovani, forti della prima esperienza vissuta l’anno scorso, con una proposta ancora più mirata e attraente. E la ormai classica mostra fotografica che in quest’anno giubilare non poteva non essere centrata sulla misericordia.
A Villafranca abbiamo l’orgoglio di una Via Crucis monumentale di primissimo livello artistico presso il Santuario della Madonna delle Grazie che è, tra l’altro, all’origine della nostra sagra paesana.
Esporremo le foto delle varie opere artistiche che costituiscono questo percorso religioso che forse non tutti conoscono. 

Come vedete anche quest’anno c’è più di un motivo per non mancare a questo appuntamento di festa, cuore della nostra estate villafranchese. Vi aspettiamo!

La gioia dell’amore che si vive nelle famiglie è anche il giubilo della Chiesa. Come hanno indicato i Padri sinodali, malgrado i numerosi segni di crisi del matrimonio, «il desiderio di famiglia resta vivo, in specie fra i giovani, e motiva la Chiesa».
Come risposta a questa aspirazione «l’annuncio cristiano che riguarda la famiglia è davvero una buona notizia». Il cammino sinodale ha permesso di porre sul tappeto la situazione delle famiglie nel mondo attuale, di allargare il nostro sguardo e di ravvivare la nostra consapevolezza sull’importanza del matrimonio e della famiglia.

Al tempo stesso, la complessità delle tematiche proposte ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione dei pastori e dei teologi, se è fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza.
I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche.
In ogni modo, devo dire che il cammino sinodale ha portato in sé una grande bellezza e ha offerto molta luce.

Ringrazio per i tanti contributi che mi hanno aiutato a considerare i problemi delle famiglie del mondo in tutta la loro ampiezza. L’insieme degli interventi dei Padri, che ho ascoltato con costante attenzione, mi è parso un prezioso poliedro, costituito da molte legittime preoccupazioni e da domande oneste e sincere.
Perciò ho ritenuto opportuno redigere una Esortazione Apostolica postsinodale che raccolga contributi dei due recenti Sinodi sulla famiglia, unendo altre considerazioni che possano orientare la riflessione, il dialogo e la prassi pastorale, e al tempo stesso arrechino coraggio, stimolo e aiuto alle famiglie nel loro impegno e nelle loro difficoltà.
Questa Esortazione acquista un significato speciale nel contesto di questo Anno Giubilare della Misericordia. In primo luogo, perché la intendo come una proposta per le famiglie cristiane, che le stimoli a stimare i doni del matrimonio e della famiglia, e a mantenere un amore forte e pieno di valori quali la generosità, l’impegno, la fedeltà e la pazienza.

In secondo luogo, perché si propone di incoraggiare tutti ad essere segni di misericordia e di vicinanza lì dove la vita familiare non si realizza perfettamente o non si svolge con pace e gioia.

Con questo numero apriamo ufficialmente il periodo estivo della comunità e ci auguriamo che sia un tempo ricco umanamente e di crescita nei valori dell’incontro e dell’aggregazione. In realtà le attività della parrocchia non diminuiscono ma cambiano di fisionomia.
Il Grest dei ragazzi, i tornei sportivi di calcio e beach volley, i Campi estivi, il momento della Sagra sono tutte proposte che vogliono offrire occasioni di svago e di sana crescita.
C’è bisogno di spazi comunitari in cui ognuno può dare qualcosa in termini di capacità e di servizio e allo stesso tempo di sperimentare accoglienza e condivisione. In un contesto di crescente individualismo e di spietata concorrenza far prevalere atteggiamenti di gratuità e momenti vissuti insieme diventa esperienza umanizzante che ci disintossica dalla frenesia della corsa quotidiana e dalla logica di competizione che avvelena i rapporti tra persone.

La parrocchia si pone come crocevia dell’estate per offrire a tutti, senza distinzioni, spazi di incontro e di amicizia, di ascolto e di dialogo. Anche il patronato rinnovato, pensato secondo nuovi criteri di accoglienza e di risposta alle esigenze di tutte le età, si pone come il fulcro delle attività di una comunità viva, accogliente, aperta, in uscita costante verso tutte le realtà del nostro territorio. Non lo neghiamo: il nostro progetto è ambizioso ma siamo certi che con la collaborazione di ognuno riusciremo a far sentire il nostro ambiente ‘casa di tutti’.
La tendenza di dispersione tipica dell’estate può trovare una presenza di contro tendenza negli ambienti parrocchiali che continuano a offrire per tutto questo periodo momenti di attività e di gioco per chi non può permettersi vacanze o altre esperienze particolari.

Viviamo allora l’estate insieme. La parrocchia continua a pensare e proporre iniziative per il bene di tutti.
Vogliamo sentirci non solo beneficiari di tutto ciò ma anche protagonisti attivi. Buona estate.

Un Anno Santo straordinario per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi.
In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita. La Chiesa sente in maniera forte l’urgenza di annunciare la misericordia di Dio.
La sua vita è autentica e credibile quando fa della misericordia il suo annuncio convinto. Essa sa che il suo primo compito, soprattutto in un momento come il nostro colmo di grandi speranze e forti contraddizioni, è quello di introdurre tutti nel grande mistero della misericordia di Dio, contemplando il volto di Cristo.
La Chiesa è chiamata per prima ad essere testimone veritiera della misericordia professandola e vivendola come il centro della Rivelazione di Gesù Cristo. Dal cuore della Trinità, dall’intimo più profondo del mistero di Dio, sgorga e scorre senza sosta il grande fiume della misericordia.
Questa fonte non potrà mai esaurirsi, per quanti siano quelli che vi si accostano. Ogni volta che ognuno ne avrà bisogno, potrà accedere ad essa, perché la misericordia di Dio è senza fine.
Tanto è imperscrutabile la profondità del mistero che racchiude, tanto è inesauribile la ricchezza che da essa proviene. In questo Anno Giubilare la Chiesa si faccia eco della Parola di Dio che risuona forte e convincente come una parola e un gesto di perdono, di sostegno, di aiuto, di amore.
Non si stanchi mai di offrire misericordia e sia sempre paziente nel confortare e perdonare. La Chiesa si faccia voce di ogni uomo e ogni donna e ripeta con fiducia e senza sosta: « Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre » (Sal 25,6).
Concludiamo il cammino riflessivo insieme a Papa Francesco sul tema della Misericordia e lo facciamo alla vigilia della Festa della Comunità.
Quasi a dire che terminata la riflessione il compito continua nella vita e uno dei sensi forti della comunità cristiana è proprio quello di essere ambiente vitale nel quale si vive questa particolare esperienza di amore che ha nome ‘misericordia’, fatta di cura dell’altro e di attenzione verso ogni situazione ferita e di bisogno.
Sentiamo che in questo non possiamo andare in vacanza.

La misericordia possiede una valenza che va oltre i confini della Chiesa. Essa ci relaziona all’Ebraismo e all’Islam, che la considerano uno degli attributi più qualificanti di Dio.
Israele per primo ha ricevuto questa rivelazione, che permane nella storia come inizio di una ricchezza incommensurabile da offrire all’intera umanità.
Come abbiamo visto, le pagine dell’Antico Testamento sono intrise di misericordia, perché narrano le opere che il Signore ha compiuto a favore del suo popolo nei momenti più difficili della sua storia. L’Islam, da parte sua, tra i nomi attribuiti al Creatore pone quello di Misericordioso e Clemente.
Questa invocazione è spesso sulle labbra dei fedeli musulmani, che si sentono accompagnati e sostenuti dalla misericordia nella loro quotidiana debolezza. Anch’essi credono che nessuno può limitare la misericordia divina perché le sue porte sono sempre aperte.
Questo Anno Giubilare vissuto nella misericordia possa favorire l’incontro con queste religioni e con le altre nobili tradizioni religiose; ci renda più aperti al dialogo per meglio conoscerci e comprenderci; elimini ogni forma di chiusura e di disprezzo ed espella ogni forma di violenza e di discriminazione.
Il pensiero ora si volge alla Madre della Misericordia. La dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio.
La Madre del Crocifisso Risorto è entrata nel santuario della misericordia divina perché ha partecipato intimamente al mistero del suo amore. Il suo canto di lode, sulla soglia della casa di Elisabetta, fu dedicato alla misericordia che si estende « di generazione in generazione » (Lc 1,50).
Anche noi eravamo presenti in quelle parole profetiche della Vergine Maria. Questo ci sarà di conforto e di sostegno mentre attraverseremo la Porta Santa per sperimentare i frutti della misericordia divina.
Presso la croce, Maria insieme a Giovanni, il discepolo dell’amore, è testimone delle parole di perdono che escono dalle labbra di Gesù. Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno.
Rivolgiamo a lei la preghiera antica e sempre nuova della Salve Regina, perché non si stanchi mai di rivolgere a noi i suoi occhi misericordiosi e ci renda degni di contemplare il volto della misericordia, suo Figlio Gesù.
(dalla Bolla “Misericordiae Vultus” di Papa Francesco)

Il Giubileo porta con sé anche il riferimento all’indulgenza. Nell’Anno Santo della Misericordia essa acquista un rilievo par-ticolare. Il perdono di Dio per i nostri peccati non conosce confini.
Nella morte e risurrezione di Gesù Cristo, Dio rende evidente questo suo amore che giunge fino a distruggere il peccato degli uo-mini. Lasciarsi riconciliare con Dio è possibile attraverso il mistero pasquale e la mediazione della Chiesa.
Dio quindi è sempre disponibile al perdono e non si stanca mai di offrirlo in maniera sempre nuova e inaspettata. Noi tutti, tuttavia, facciamo esperienza del peccato.
Sappiamo di essere chiamati alla perfezione (cfr Mt 5,48), ma sentiamo forte il peso del peccato. Mentre percepiamo la potenza della grazia che ci tra-sforma, sperimentiamo anche la forza del peccato che ci condiziona.
Nonostante il per-dono, nella nostra vita portiamo le contraddizioni che sono la conseguenza dei nostri peccati.
Nel sacramento della Riconciliazione Dio perdona i peccati, che sono davvero cancellati; eppure, l’impronta negativa che i peccati hanno lasciato nei nostri comporta-menti e nei nostri pensieri rimane. La misericordia di Dio però è più forte anche di questo.
Essa diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato, abili-tandolo ad agire con carità, a crescere nell’amore piuttosto che ricadere nel peccato.
La Chiesa vive la comunione dei Santi. Nell’Eucaristia questa comunione, che è dono di Dio, si attua come unione spirituale che lega noi credenti con i Santi e i Beati il cui numero è incalcolabile (cfr Ap 7,4).
La loro santità viene in aiuto alla nostra fragilità, e così la Madre Chiesa è capace con la sua preghiera e la sua vita di venire incontro alla debo-lezza di alcuni con la santità di altri.
Vivere dunque l’indulgenza nell’Anno Santo significa accostarsi alla misericordia del Padre con la certezza che il suo perdono si estende su tutta la vita del credente.
Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione di Cristo, perché il perdono sia esteso fino alle estreme conseguenze a cui giunge l’amore di Dio.
Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa.
(dalla Bolla “Misericordiae Vultus” di Papa Francesco)

La misericordia non è contraria alla giustizia ma esprime il comportamento di Dio verso il peccatore, offrendogli un’ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere.
L’esperienza del profeta Osea ci viene in aiuto per mostrarci il superamento della giustizia nella direzione della misericordia. L’epoca di questo profeta è tra le più drammatiche della storia del popolo ebraico.
Il Regno è vicino alla distruzione; il popolo non è rimasto fedele all’alleanza, si è allontanato da Dio e ha perso la fede dei Padri. Secondo una logica umana, è giusto che Dio pensi di rifiutare il popolo infedele: non ha osservato il patto stipulato e quindi merita la dovuta pena, cioè l’esilio.
Le parole del profeta lo attestano: « Non ritornerà al paese d’Egitto, ma Assur sarà il suo re, perché non hanno voluto convertirsi » (Os 11,5).
Eppure, dopo questa reazione che si richiama alla giustizia, il profeta modifica radicalmente il suo linguaggio e rivela il vero volto di Dio: « Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Èfraim, perché sono Dio e non uomo; » (11,8-9).
Sant’Agostino infatti dice: « È più facile che Dio trattenga l’ira più che la misericordia ». È proprio così. L’ira di Dio dura un istante, mentre la sua misericordia dura in eterno. Se Dio si fermasse alla giustizia cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge.
La giustizia da sola non basta, per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono.
Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia.
Dobbiamo prestare molta attenzione a quanto scrive Paolo per non cadere nello stesso errore che l’Apostolo rimproverava ai Giudei suoi contemporanei: « Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la propria, non si sono sottomessi alla giustizia di Dio.
Ora, il termine della Legge è Cristo, perché la giustizia sia data a chiunque crede » (Rm 10,3-4). Questa giustizia di Dio è la misericordia concessa a tutti come grazia in forza della morte e risurrezione di Gesù Cristo.
La Croce di Cristo, dunque, è il giudizio di Dio su tutti noi e sul mondo, perché ci offre la certezza dell’amore e della vita nuova.

Non sarà inutile richiamare al rapporto tra giustizia e misericordia.
Non sono due aspetti in contrasto tra di loro, ma due dimensioni di un’unica realtà che raggiunge il suo apice nella pienezza dell’amore.
La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto.
Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice. La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon israelita conforme ai comandamenti dati da Dio.
Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a cadere nel legalismo. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio.
Da parte sua, Gesù parla più volte dell’importanza della fede, piuttosto che dell’osservanza della legge. È in questo senso che dobbiamo comprendere le sue parole trovandosi a tavola con Matteo e altri pubblicani e peccatori: « Andate e imparate che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici.
Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Mt 9,13). Davanti alla visione di una giustizia come mera osservanza della legge, che giudica dividendo le persone in giusti e peccatori, Gesù punta a mostrare il grande dono della misericordia che ricerca i peccatori per offrire loro il perdono e la salvezza.
Si comprende perché, a causa di questa sua visione così liberatrice e fonte di rinnovamento, Gesù sia stato rifiutato dai farisei e dai dottori della legge.
Questi per essere fedeli alla legge ponevano solo pesi sulle spalle delle persone, vanificando però la misericordia del Padre.
Il richiamo all’osservanza della legge non può ostacolare l’attenzione per le necessità che toccano la dignità delle persone.
Il richiamo che Gesù fa ad Osea – « voglio l’amore e non il sacrificio » (6,6) – è molto significativo. Gesù afferma che la regola di vita dei suoi discepoli dovrà essere quella che prevede il primato della misericordia, come Lui stesso testimonia, condividendo il pasto con i peccatori.
La misericordia viene rivelata come dimensione fondamentale della missione di Gesù. Essa è una vera sfida dinanzi ai suoi interlocutori che si fermavano al rispetto formale della legge. Gesù va oltre la legge; la sua condivisione con quelli che la legge considerava peccatori fa comprendere fin dove arriva la sua misericordia.

Interrompiamo per questa settimana il nostro cammino con il Papa Francesco, guidati dalla Bolla dell’Anno Giubilare per sostare un attimo alla locanda di Emmaus.
Uso questa espressione evangelica che fa riferimento all'esperienza dei due discepoli che camminano ‘scappando’ sconsolati da Gerusalemme e si imbattono in uno sconosciuto che comincia a fare strada con loro.
Solo dopo, allo spezzare il pane, si accorgeranno che era Gesù. E’ l’esperienza che continua possibile anche per noi, per i bambini e le bambine di Prima Comunione, i loro genitori, la comunità cristiana tutta. L’Eucaristia domenicale di fatto è lo spazio e il tempo nel quale ci diamo l’opportunità di incontrarci con il Risorto.
A volte non ce ne rendiamo nemmeno conto della sua presenza; altre volte siamo così appesantiti dalla vita che nemmeno abbiamo voglia di stare con Lui; in altre occasioni preferiamo altre amicizie e altre compagnie.
Ma Gesù continua ad accostarsi nei percorsi della nostra vita e, delicatamente, chiede permesso perché gli apriamo la porta del cuore.
Vorremmo veramente che questi 44 bambini di Comunione vivessero un giorno indimenticabile, a tal punto da far nascere il desiderio di riviverlo, magari ogni domenica, ogni volta che il Signore ci dà il suo appuntamento.
La Comunione non è  solo festa dei piccoli, è festa anche dei genitori e delle loro famiglie, è festa della comunità parrocchiale che trova nutrimento e forza nel pane di Gesù.
Sentiamo superato  un modo precettistico di partecipare alla Messa (vado perché tocca…; altrimenti Dio mi punisce…; mi sento apposto in coscienza…; mi obbligano ad andare…) e stiamo riscoprendo la bellezza dell’incontro con Gesù vivo, esigenza vitale per la nostra fede e per una vita buona.
Riscopriamo allora tutti l’importanza dell’Eucaristia, del dire grazie, insieme, ogni settimana, al Signore, di alimentarci con il pane di vita che è solo dono di Dio a chi lo chiede con fiducia.
Questi bambini capiranno e vivranno tutto questo solo se la grande famiglia della chiesa vivrà così, respireranno il profumo dell’amicizia di Gesù e la necessità vitale del pane della sua vicinanza e del suo amore.
Cresciamo tutti nella "comunione".