All’inizio di questo tempo ‘forte’ per il nostro cammino di fede condividiamo uno stralcio del Messaggio che Papa Francesco ci ha rivolto per la Quaresima di quest’anno:
Cari fratelli e sorelle, la Quaresima è un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli. Soprattutto però è un “tempo di grazia” (2 Cor 6,2). Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato: “Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19). Lui non è indifferente a noi. Ognuno di noi gli sta a cuore, ci conosce per nome, ci cura e ci cerca quando lo lasciamo. Ciascuno di noi gli interessa; il suo amore gli impedisce di essere indifferente a quello che ci accade. Però succede che quando noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri (cosa che Dio Padre non fa mai), non ci interessano i loro problemi, le loro sofferenze e le ingiustizie che subiscono… allora il nostro cuore cade nell’indifferenza: mentre io sto relativamente bene e comodo, mi dimentico di quelli che non stanno bene. Questa attitudine egoistica, di indifferenza, ha preso oggi una dimensione mondiale, a tal punto che possiamo parlare di una globalizzazione dell’indifferenza. Si tratta di un disagio che, come cristiani, dobbiamo affrontare.
Quando il popolo di Dio si converte al suo amore, trova le risposte a quelle domande che continuamente la storia gli pone. Una delle sfide più urgenti sulla quale voglio soffermarmi in questo Messaggio è quella della globalizzazione dell’indifferenza. L’indifferenza verso il prossimo e verso Dio è una reale tentazione anche per noi cristiani. Abbiamo perciò bisogno di sentire in ogni Quaresima il grido dei profeti che alzano la voce e ci svegliano. Dio non è indifferente al mondo, ma lo ama fino a dare il suo Figlio per la salvezza di ogni uomo. Nell’incarnazione, nella vita terrena, nella morte e risurrezione del Figlio di Dio, si apre definitivamente la porta tra Dio e uomo, tra cielo e terra. E la Chiesa è come la mano che tiene aperta questa porta mediante la proclamazione della Parola, la celebrazione dei Sacramenti, la testimonianza della fede che si rende efficace nella carità (cfr. Gal 5,6). Tuttavia, il mondo tende a chiudersi in se stesso e a chiudere quella porta attraverso la quale Dio entra nel mondo e il mondo in Lui. Così la mano, che è la Chiesa, non deve mai sorprendersi se viene respinta, schiacciata e ferita. Il popolo di Dio ha perciò bisogno di rinnovamento, per non diventare indifferente e per non chiudersi in se stesso.
 
(Francesco)
La pandemia ci ha fatto sperimentare in maniera inattesa e drammatica la limitazione delle libertà personali e comunitarie, portandoci a riflettere sul senso profondo della libertà in rapporto alla vita di tutti: bambini e anziani, giovani e adulti, nascituri e persone in fin di vita. Nelle settimane di forzato lockdown quante privazioni abbiamo sofferto, specie in termini di rapporti sociali! Nel contempo, quanta reciprocità abbiamo respirato, a riprova che la tutela della salute richiede l’impegno e la partecipazione di ciascuno; quanta cultura della prossimità, quanta vita donata per far fronte comune all’emergenza! Qual è il senso della libertà? Qual è il suo significato sociale, politico e religioso? Si è liberi in partenza o lo si diventa con scelte che costruiscono legami liberi
e responsabili tra persone? Con la libertà che Dio ci ha donato, quale società vogliamo costruire? Sono domande che in certe stagioni della vita interpellano ognuno di noi, mentre torna alla mente il messaggio chiaro del Vangelo: “Se rimanete fedeli alla mia
parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,31-32). I discepoli di Gesù sanno che la libertà si può perdere, fino a trasformarsi in catene: “Cristo ci ha liberati – afferma san Paolo – perché restassimo liberi; state saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” (Gal 5,1).
Una libertà a servizio della vita
La Giornata per la Vita 2021 vuol essere un’occasione preziosa per sensibilizzare tutti al valore dell’autentica libertà, nella prospettiva di un suo esercizio a servizio della vita: la libertà non è il fine, ma lo “strumento” per raggiungere il bene proprio e degli altri, un bene strettamente interconnesso.
A ben pensarci, la vera questione umana non è la libertà, ma l’uso di essa. La libertà può distruggere se stessa: si può perdere! Una cultura pervasa di diritti individuali assolutizzati rende ciechi e deforma la percezione della realtà, genera egoismi e derive abortive ed eutanasiche, interventi indiscriminati sul corpo umano, sui rapporti sociali e sull’ambiente. Del resto, la libertà del singolo che si ripiega su di sé diventa chiusura e violenza nei confronti dell’altro. Un uso individualistico della libertà porta, infatti, a
strumentalizzare e a rompere le relazioni, distrugge la “casa comune”, rende insostenibile la vita, costruisce case in cui non c’è spazio per la vita nascente, moltiplica solitudini in dimore abitate sempre più da animali ma non da persone. Papa Francesco ci ricorda che l’amore è la vera libertà perché distacca dal possesso, ricostruisce le relazioni, sa accogliere e valorizzare il prossimo, trasforma in dono gioioso ogni fatica e rende capaci di comunione
(cfr. Udienza 12 settembre 2018)
Responsabilità e felicità
Il binomio “libertà e vita” è inscindibile. Costituisce un’alleanza feconda e lieta, che Dio ha impresso nell’animo umano per consentirgli di essere davvero felice. Senza il dono della libertà l’umanità non sarebbe se stessa, né potrebbe dirsi autenticamente legata a Colui che l’ha creata; senza il dono della vita non avremmo la possibilità di lasciare una traccia di bellezza in questo mondo, di cambiare l’esistente, di migliorare la situazione in cui si nasce e cresce. L’asse che unisce la libertà e la vita è la responsabilità. Essa è la misura, anzi il laboratorio che fonde insieme le virtù della giustizia e della prudenza, della fortezza e della temperanza. La responsabilità è disponibilità all’altro e alla speranza, è apertura all’Altro e alla felicità. Responsabilità significa andare oltre la propria libertà per accogliere nel proprio orizzonte la vita di altre persone. Senza responsabilità, libertà e vita sono destinate a entrare in conflitto tra loro; rimangono, comunque, incapaci di esprimersi pienamente.
Dire “sì” alla vita è il compimento di una libertà che può cambiare la storia. Ogni uomo merita di nascere e di esistere. Ogni essere umano possiede, fin dal concepimento, un potenziale di bene e di bello che aspetta di essere espresso e trasformato in atto concreto; un potenziale unico e irripetibile, non cedibile. Solo considerando la “persona” come “fine ultimo” sarà possibile rigenerare l’orizzonte sociale ed economico, politico e culturale, antropologico, educativo e mediale. L’esercizio pieno della libertà richiede la Verità: se desideriamo servire la vita con vera libertà occorre che i cristiani e tutti gli uomini di buona volontà s’impegnino a conoscere e far conoscere la Verità che sola ci rende liberi veramente. Così potremo accogliere con gioia “ogni vita umana, unica e irripetibile, che vale per se stessa, costituisce un valore inestimabile (Papa Francesco, 25 marzo 2020, a 25 anni dall’Evangelium vitae). Gli uomini e le donne veramente liberi fanno proprio l’invito del Magistero: “Rispetta, difendi, ama e servi la vita, ogni vita, ogni vita umana! Solo su questa strada troverai giustizia, sviluppo, libertà, pace e felicità!”.

 
(Messaggio per la Vita della Conferenza Episcopale Italiana, 7 Febbraio 2021)
 
 
Tradizionalmente tutto il mese di gennaio, inaugurato con la giornata mondiale della pace del primo del mese, è dedicato alla riflessione a questo grande e urgente tema che dal lontano 1968 i papi, San Paolo VI ‘in primis’ e poi tutti gli altri, ci hanno proposto per la nostra coscienza e impegno. Quest’anno la cura dell’altro è il nuovo nome della pace. Ogni anno il messaggio della pace proposto è ancorato nella storia. Quest’anno il messaggio, in riferimento alla crisi pandemica, delinea una ‘spiritualità della cura’. In nome della pace siamo chiamati a una relazione profondamente rinnovata con Dio e con l’altro. E questo è qualcosa che riguarda tutti. La pace si fa ‘dal basso’ e con il contributo di ciascuno, non è il frutto esclusivo delle cancellerie diplomatiche e delle negoziazioni tra governi, anche perchè non coincide semplicemente con l’assenza della guerra. Come dice papa Francesco nell’Enciclica ‘Fratelli tutti’: “I processi effettivi di una pace duratura sono anzitutto trasformazioni artigianali operate dai popoli, in cui ogni persona può essere un fermento efficace con il suo stile di vita quotidiana.
Le grandi trasformazioni non si costruiscono alla scrivania o nello studio. In realtà, ognuno svolge un ruolo fondamentale, in un unico progetto creativo, per scrivere una nuova pagina piena di speranza, piena di pace, piena di riconciliazione (N. 232). Il titolo della Giornata della Pace scelta dal papa va in questo senso: ‘La cultura della cura come percorso di pace’. L’invito non è semplicemente quello di ‘curare’ in senso sanitario ma piuttosto di ‘prendersi cura’. Una vera e propria cultura della cura, cioè una mentalità che diventa atteggiamento, ‘spiritualità’, stile, scelta: “Un impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione a interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, al
rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via previlegiata per l costruzione della pace” (Messaggio della pace, 2021). Comprendiamo allora che “la pace più che un vocabolo è un vocabolario”, come amava ripetere don Tonino Bello. E’ una sfida sociale ma anche educativa, perché spesso la ‘guerra’, il conflitto abitano tuttora la nostra mentalità e ‘dominano’ le nostre parole e le nostre relazioni. Ci ‘prenderemo cura’ anche di questo.
La cura mediante la solidarietà.
La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti». La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.
* La cura e la salvaguardia del creato.
L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani». «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo».
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».

(Dal Messaggio nella Giornata della Pace, 1 gennaio 2021, di Papa Francesco)
 
 
La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura:
* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona. «Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento». Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio».
* La cura del bene comune. Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente». Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»,
perché «nessuno si salva da solo» e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione.
(Dal Messaggio nella Giornata della Pace, 1 gennaio 2021, di Papa Francesco)
La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi » (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).
Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. [...] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi». Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.».
(Dal Messaggio nella Giornata della Pace, 1 gennaio 2021, di Papa Francesco)
 
 
Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni
di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragile. Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione. Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.
La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia».

(Dal Messaggio nella Giornata della Pace, 1 gennaio 2021, di Papa Francesco)
 
 

La vera grande sfida è rimettere in circolo la fiducia, incoraggiare una fede elementare sul valore e le potenzialità di ogni persona, anche se attraversata da problemi, disagi e insicurezze. La fiducia crea e ricrea ulteriore fiducia in una circolarità feconda e virtuosa. La carità si esprime nel dare e meritare fiducia non perché efficienti, ma in quanto credibili. Con questi atteggiamenti la parrocchia osa proporre a tutti i parrocchiani e residenti nel territorio scelte coraggiose basate sulla fiducia.
Alimentare la preghiera e l’ascolto della Parola per un nuovo alfabeto umano. L’ascolto, la gentilezza, il non giudicare e l’apertura verso gli altri sono doni che vengono dallo Spirito del Risorto. Ci viene richiesto un nuovo alfabeto umano, un reale apprendistato fatto di fraternità, parole e gesti di gratitudine, perdono, misericordia cordiale e correzione fraterna, senza animosità ed esasperazioni. Crediamo nell’opera dello Spirito Santo da invocare continuamente perché ci apra gli occhi, ci ispiri parole e azioni e ci mantenga solidali con gli altri.
Essere “ascoltatori” e “sentinelle attente”. Prima ancora del fare, siamo chiamati ad ascoltare, cogliere, osservare e percepire i vissuti e i bisogni presenti nelle persone, tra la gente e dentro le nostre comunità, a cominciare dalle persone che, magari per la prima volta, si sono trovate in difficoltà. Andranno individuati i modi rispettosi che aiutino le persone a confidare i propri disagi, provando a immaginare con loro risposte adeguate e magari inedite.
Aver cura e prendersi cura. Attraverso segni e parole concrete di vicinanza reciproca vogliamo imparare ad aver cura di noi stessi, delle nostre relazioni e delle persone che ci abitano vicino. La prima forma di carità è sempre tra le persone che si aiutano reciprocamente e insieme si prendono cura del proprio territorio.
Distinguere e inventare. Va distinto quanto è prioritario ed essenziale rispetto alle necessità e alle risorse. Vanno anche introdotti elementi inediti perché nuove sono le condizioni di oggi, che ci chiedono ancora più intuizione e generosità rispetto a quanto si era abituati precedentemente.

"La carità nel tempo della fragilità"

Una prima grande modalità di esercitare la carità può consistere nel dedicarci reciprocamente un ascolto accogliente e gratuito. Siamo ancora “dentro” il tempo della pandemia che suscita in ciascuno di noi domande e riflessioni, sentimenti ed emozioni, inquietudini e speranze, intuizioni e piste di cambiamento. La pandemia ci ha costretto a confrontarci con le esperienze più drammatiche della vita: la sofferenza, il dolore, la solitudine, l’incertezza del futuro e la morte. La comunità può proporsi come luogo di condivisione, rielaborazione e ricerca di senso. Il donare e ricevere le nostre narrazioni diventa un gesto di carità: offriamo agli altri una parte importante di noi e ci decentriamo partendo dal punto di vista degli altri. Ci ospitiamo vicendevolmente, nelle storie e nei racconti, convinti che solo insieme possiamo desiderare e costruire l’orizzonte verso cui muoverci. La Chiesa, continuamente generata dalla Parola e dall’Eucaristia, si offre a tutti nella dimensione della comunione: insieme siamo la Chiesa a servizio delle persone e del nyostro territorio. L’ascolto ci permetterà anche di non ripristinare meccanicamente le impostazioni di prima; di evitare definizioni frettolose su questo tempo, presumendo di averlo già compreso pienamente; di avviare dei processi di maturazione e di ripensamento ecclesiale. Proprio il desiderio di un profondo ripensamento ecclesiale, nei mesi scorsi aveva aperto il discernimento sull’opportunità di un Sinodo diocesano, trova in questo tempo da non subire, un terreno ricco di domande e provocazioni. Come cristiani sappiamo che c’è un tempo cronologico, kronos, segnato dal calendario e dall’orologio e un tempo che potremmo definire spirituale, il kairos, la trasformazione del tempo cronologico in “occasione”, “opportunità” e “grazia”. Senza programmarlo, ci siamo trovati in un tempo sospeso che richiede un profondo ripensamento. In questo momento essere fedeli alla storia ci porta dentro le domande che il Sinodo sottintendeva: quali speranze coltiviamo? Quale volto di Chiesa desideriamo? Quale parola buona e inaudita annunciamo? Ricentrandoci sul Battesimo questo tempo ci permette di gustare l’assenza e di nutrire l’attesa, in modo da farlo diventare generativo e fecondo.
“La carità nel tempo della fragilità”.

C'è un tratto che ci contraddistingue come parrocchie, che ci viene riconosciuto anche dalle realtà civili: la capillarità delle relazioni e dei legami fraterni, l’essere reciprocamente prossimi. In questo intreccio reale e vivente dove ognuno è volto amato, nome preciso e non indistinto, persona riconosciuta - possiamo far brillare la forza e la bellezza della Risurrezione, l’evento che rinnova e trasforma il mondo. Le comunità del Risorto, pertanto, rappresentano il cuore del presente orizzonte pastorale, in collegamento ideale con le comunità descritte negli Atti degli apostoli. Gli eventi della storia, in particolare il coronavirus con le sue conseguenze, e il Risorto - come succede ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) - ci rimettono in viaggio, con fiducia e speranza. La novità della Risurrezione rinnova e trasforma il mondo anche attraverso parrocchie che continuamente intrecciano e coniugano l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia – sorgente di ogni dono - e il servizio premuroso ai fratelli. Lo ascoltiamo, con gratitudine e sorpresa, ancora una volta dal testo degli Atti:
«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti 2,42-45).
Siamo anche consapevoli di un’ulteriore fragilità: non abbiamo e non avremo risposte e sostegni efficaci e definitivi, in grado di risolvere ogni disagio e domanda di aiuto. Possiamo però esercitare una qualità che ci è tipica e in cui siamo esperti: la capillare prossimità e la gratuità delle relazioni.
"La carità nel tempo della fragilità"

Avevamo iniziato lo scorso anno pastorale Nella gioia del Battesimo con il desiderio di sostare presso il fonte battesimale: il Signore ci ha preso sul serio perché noi potessimo prendere sul serio il Battesimo, rendendo evidente il Vangelo non solo nella partecipazione alla vita parrocchiale, ma anche nella laica testimonianza cristiana nei luoghi della vita e riscoprendo la preghiera personale o in famiglia. La testimonianza di tante persone in questi mesi ha tradotto la «rara umanità» e reso credibile il Vangelo della vicinanza. L’attuale situazione di fatica e di incertezza, che fa emergere ancora più fortemente le vecchie povertà e ne evidenzia di nuove, richiede ulteriore slancio e generosità. Non vanno, infatti, trascurate le povertà già conosciute – precarietà economica, dipendenze, malattie, abusi e disuguaglianze - alle quali si vanno aggiungendo una profonda crisi occupazionale, un vero distanziamento sociale da reddito, la mancanza di risorse pubbliche, la crescente marginalità sociale, la povertà educativa e il danno ambientale. Preoccupa adesso, in modo particolare la mancanza di lavoro, la violenza relazionale esplosa in alcune famiglie, la solitudine degli anziani, l’arretramento scolastico e la perdita di socializzazione di una fascia non piccola di bambini, ragazzi e adolescenti. Bisogna, inoltre, vigilare sulla crescente percezione dell’altro inteso come “nemico”. In questo senso come credenti possiamo formarci e dare il nostro contributo in ordine alla responsabilità della parola, perché il nostro linguaggio non sia segnato da ostilità, violenza e sospetto, ma misurato, gentile e capace di tenerezza. Inoltre, se da sempre stiamo all’erta per paura di essere derubati di qualcosa, ora ci fa paura anche la sola vicinanza dell’altro. La prudenza sanitaria rischia di ammalare la bellezza e il valore dell’altro, accanto a noi. Indubbiamente però questo tempo ci affratella nella comune fragilità, superando anche una definizione statica di “povero” e “ricco”: oggi siamo tutti potenzialmente poveri, tutti esposti, al pericolo dell’insicurezza sociale ed economica. La fragilità può portarci in dono la consapevolezza che nessuno si salva da solo e che siamo tutti necessariamente interconnessi: «Siamo tutti sulla stessa barca». “La carità nel tempo della fragilità”.

Da questa settimana, nella nostra riflessione di fondo, ci affidiamo al testo diocesano pensato per questo anno pastorale: “La carità nel tempo della fragilità”. Ci accompagnerà sicuramente in Avvento, almeno fino a Natale, con il suggerimento di iniziative personali, famigliari e comunitarie, per dare ‘corpo’ alle nostre parole di attenzione e di cura verso chi è nella fatica e nel bisogno.

Questo testo trova la sua origine nel tempo della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze. Rappresenta una prospettiva pastorale, quasi un orizzonte da intuire e realizzare insieme. In modo trasversale il virus ci ha rivelato la fragilità come segno distintivo della condizione umana che invoca prossimità e vicinanza: la carità, dono del Signore. Questa prospettiva, che segnerà l’anno pastorale 2020-2021, mette in evidenza il volto dell’intera comunità cristiana e non vorrebbe primariamente introdurre nuovi compiti e iniziative. Viene suggerita, soprattutto, una modalità, uno stile permanente di essere comunità cristiana, che poi prende forma e si concretizza in alcune scelte e proposte. Il coinvolgimento dell’intera parrocchia permette di non pensarci per “settori” separati l’uno dall’altro e per “delega”, affidando le responsabilità di tutti i battezzati solo ad alcuni. Tale orizzonte pastorale, che riprende alcune indicazioni contenute nel testo Le comunità cristiane del Risorto, ha bisogno della creatività e generosità sia di pensieri che di prassi di ogni battezzato. In tutte le parrocchie c’è un tesoro di motivazioni e di spiritualità, un potenziale di intelligenza e di disponibilità fattiva da “trafficare” per sviluppare strade inedite e inimmaginabili. Un compito particolare assumono, ancora di più in questo momento, gli Organismi di comunione, chiamati a curare un’ampia comunicazione e la traduzione in loco di queste proposte, investendo in fiducia e nella partecipazione di molti. Di fatto ciascuno di noi può ricevere e ognuno può dare; ognuno può trovarsi nel bisogno e ognuno può offrire le proprie risorse. «È divino non soltanto amare dando agli altri, ma è divino avere la capacità di ricevere dall’altro». «Nessuno è così povero da non aver niente da dare e nessuno è così ricco da non aver niente da ricevere».