Sembra essere diventato un tema di moda ma in realtà, al di là delle accentuazioni terminologiche, stiamo parlando di una dimensione che per il messaggio cristiano è costitutivo. ‘Fraternità’ è un aspetto così rilevante che in un contesto individualistico come il nostro, si è sentita l’esigenza di rimarcarlo per il timore di perdere di vista un elemento essenziale che, se venisse meno, potrebbe far cadere il tutto. A livello ideale è sempre stato un valore e trova le sue sorgenti di ispirazione nel vangelo stesso. Dice Gesù: “uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (cfr. Mt 23,8). La dimensione della fraternità è la riscoperta di una fondamentale uguaglianza che trova forza nell’essere tutti figli dello stesso Padre, Dio del cielo e della terra. Tutto ciò è anche espressione della dignità di ognuno al di là delle differenze personali, delle capacità o possibilità individuali. Già dalle origini della chiesa nascente questo insegnamento rivoluzionario si è tradotto in esperienze comunitarie che trovano un punto di riferimento normativo negli Atti degli Apostoli dove si parla di comunità di cristiani che “avevano un cuor solo e di un anima sola… fra loro tutto era in comune” (cfr. Atti 4,32). Questa intuizione evangelica fattasi esperienza di vita si è tradotta pure in pensiero, progetto politico e sociale. Pensiamo al lemma della rivoluzione francese del 1789 che nella terza parola-slogan ha proprio ‘fraternitè’. Ma avvicinandoci a noi e al nostro cammino di fede, in specie quello che offriamo ai ragazzi della Iniziazione Cristiana, il momento della proposta formativa più matura porta proprio questo nome: fraternità. E’ il periodo catechistico che viene subito dopo i sacramenti della Iniziazione Cristiana (Cresima e Prima Eucaristia) che porta a maturazione i doni di grazia ricevuti dal Signore. Questo tempo catechistico tecnicamente si chiamerebbe ‘mistagogia’. E’ uno spazio di metabolizzazione perché ciò che si è ricevuto diventi energia di vita nuova, scoperta della forza di bene che ci viene dal Signore e dai suoi sacramenti, valorizzazione concreta di questi aiuti spirituali che Gesù Cristo ci regala con grande abbondanza. Ma c’è un dettaglio fondamentale che non ci deve sfuggire: tutto questo ‘funziona’ se facciamo un percorso insieme agli altri, dentro una dinamica di comunità, anche se piccola come può essere un gruppo di catechesi. Ancora una volta la fraternità vissuta è il grembo di una vera esperienza di fede. Altre strade alternative non danno molte garanzie.

La nostra riflessione si arricchisce di ciò che abbiamo ricevuto domenica scorsa nell’incontro di anniversario dell’Unità Pastorale. La riflessione di don Luca Facco (Direttore della Caritas diocesana) ha evidenziato la portata catechistica, pedagogica, ecclesiale e pastorale della carità. Anzitutto la carità non sono cose da fare, impegni da assumere o progetti da realizzare ma è la stessa persona di Gesù. Vivere la carità è annunciare Gesù, testimoniare Gesù morto e risorto, vivo in mezzo a noi. E questo attraverso di noi. C’è una bella preghiera medioevale che dice: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per arrivare agli uomini e alle donne di oggi”. La carità concreta verso l’altro è già una buona notizia, un vangelo vissuto, una catechesi spicciola che insegna la fecondità della fede che si fa appunto amore per il prossimo, aiuto verso il bisognoso, cura e attenzione a chi è nella necessità. La carità è di tutti, non appannaggio di un settore della parrocchia, qualcosa che gestisce Caritas. La carità è il modo di essere di tutta una comunità cristiana, dice il suo volto, il suo stile. Allora fa catechesi, insegna qualcosa di Gesù e del suo vangelo, chi parla di lui e di ciò che ha detto e fatto (catechisti, educatori, accompagnatori), ma anche chi vive gesti concreti di bontà e di solidarietà. Se ci sono più persone che vivono con questa sensibilità si crea un clima umano e cristiano di fraternità, si ricostruisce un ambiente favorevole che ci fa respirare e praticare i valori insegnati da Gesù in modo naturale e quasi spontaneo. Viene alla mente il clima che sapeva instaurare Madre Teresa di Calcutta con i suoi gesti di carità, come riusciva a abbattere le barriere culturali, sociali e religiose più alte che separavano le persone e i gruppi. Dobbiamo riconoscere che il tempo che stiamo vivendo non è favorevole, sembra raffreddare ulteriormente la voglia di incontrare e lo slancio di aiutare. Ma la vocazione della comunità cristiana (tutta) è proprio questa: continuare ad essere quell’ambiente vitale fatto di persone che rendono plausibile e credibile il vangelo di Gesù, perché incarnato in parole ed opere, in gesti di accoglienza e ascolto, in prossimità di sostegno e aiuto, in scelte preferenziali verso i più deboli e vulnerabili (gli scarti della nostra società, che abbiamo anche tra noi). La nostra vita (caritatevole), personale e comunitaria, sarà una catechesi.

Stiamo approfondendo le varie sfaccettature di una catechesi realmente iniziatica, cioè capace di introdurci nel mistero di Cristo, della sua persona e del suo messaggio che si sintetizza nel suo vangelo. Non è un caso che nel percorso di catechesi offerto ai bambini e ragazzi trova un momento cruciale nella consegna dei santi vangeli: dopo un periodo congruo di introduzione per apprendere i fondamentali della vita cristiana, almeno nella loro essenza e in modo adeguato all’età e alla capacità recettiva dei destinatari, i bambini ricevono in dono il libro dei vangeli che li vuole aiutare a entrare in un cammino al seguito di Gesù. Diventano così suoi ‘discepoli’, disposti ad imparare il segreto di una vita bella, sull’esempio che ci dà il Signore attraverso le sue parole, i suoi gesti e soprattutto il dono totale di sé nella Pasqua di passione, morte e resurrezione. Guarda caso questo grande mistero di amore lo viviamo ogni volta partecipiamo all’Eucaristia, assieme a tutta la comunità cristiana. Ma il Vangelo-Parola trova la sua forza nel Vangelo-Vita e qui il luogo più bello ed efficace della catechesi è l’ambiente famigliare. La famiglia è la ‘palestra’ di ciò che si apprende nella catechesi offerta in parrocchia, spazio e tempo nel quale mettiamo in pratica l’insegnamento di Gesù e sperimentiamo la bontà e la bellezza del suo messaggio se vissuto. Ovviamente tutto questo non passa attraverso lunghi discorsi o grandi prediche, piuttosto con i piccoli gesti e le scelte concrete quotidiane che vengono compiute insieme. Per esempio se prima di mangiare si ringrazia il Signore comprendiamo che è il buon Dio a darci ‘il pane quotidiano’. Nel periodo Covid una famiglia mi ha confidato che si sono abituati a spegnere ogni tanto la Tv e aprire il vangelo leggendolo, condividendo qualcosa insieme e concludendo con una piccola preghiera. Se in questo mese missionario si decide in famiglia di dare qualcosa per le missioni, magari mettendo ognuno, piccoli e grandi, parte del proprio, darebbe una grande efficacia alla proposta che il don fa in chiesa per aiutare le persone più povere nel mondo, bisognose di un sostegno. IL vangelo vissuto in famiglia educa gradualmente le nuove generazioni attraverso una testimonianza spicciola dei più grandi che parlano più con le opere che con le parole. Questa catechesi famigliare è ciò che rende autentico ed efficace tutto il resto.

L'inizio solenne e speciale del cammino dell’Iniziazione Cristiana di quest’anno per i bambini/ragazzi accompagnati dai loro genitori diventa l’occasione per approfondire la nostra riflessione sul senso e la possibile efficacia del percorso che stiamo realizzando insieme. Un elemento immancabile di un vero processo di crescita è sicuramente la dimensione relazionale e comunitaria, ‘condita’ con momenti esperienziali di gioco e attività. E’ quella che noi chiamiamo la “catechesi ludica”, una delle ruote perché la macchina della iniziazione possa muoversi e correre in modo fluido. Sempre più chiaramente le conoscenze psico-pedagogiche confermano che un vero apprendimento passa attraverso due fondamentali canali: la vista e l’esperienza concreta.
Questo è vero per tutti ma in modo del tutto speciale per i più giovani. Ormai si è figli della Tv (del computer, cellulare…): si ascolta (solo) guardando e si impara (solo) sperimentando. Queste acquisizioni sono entrate appieno nella proposta catechistica che realizziamo costantemente. Allo stesso tempo riteniamo che sia opportuno offrire occasioni specifiche in questo senso e senza aspettare eventi eccezionali come possono essere il grest o un campo-scuola estivo. La scelta catechistica di quest’anno contempla momenti precisi per vivere anche questa dimensione e gli ambienti del patronato sono il contesto ideale per realizzare il nostro progetto. Quello che chiediamo è semplicemente fiducia sia da parte dei bambini e ragazzi oltre che dei loro genitori. Il nostro obiettivo è creare le condizioni perché chi fa il percorso di catechesi ne colga la bellezza e si senta coinvolto da protagonista, diventi per lui un momento bello e atteso, nel quale il linguaggio catechistico iniziatico fatto di parole, gesti, immagini, attività, esperienze, incontri, testimonianze, favorisca un vero e proprio cammino di fede che cresce con gli anni. Naturalmente le altre dimensioni della proposta di catechesi come i contenuti da comunicare e le celebrazioni da vivere saranno parte integrante del cammino. Ci stiamo rendendo conto che il periodo-Covid invece di affievolire le nostre motivazioni ha affinato le nostre strategie. Niente male per un nuovo inizio.

Di domenica in domenica continuiamo il nostro cammino e questo è precisamente il senso della vita cristiana che ci porta a fare passi verso Cristo in tappe di avvicinamento che favoriscono il nostro incontro con Lui. Qualcuno potrebbe dire: ma come è possibile questo, dal momento che Gesù è vissuto 2000 anni fa? Ecco il punto. Gesù non è morto ma è vivo, Cristo è risorto e la sua presenza va oltre i limiti del tempo e dello spazio. Avere fede è credere in questa realtà che diventa per noi non solo possibilità effettiva ma perfino dono, regalo inestimabile per noi. Fondamentalmente abbiamo due canali preferenziali per poter accedere a una esperienza di incontro con Lui: la preghiera personale e la liturgia comunitaria che trova nella Messa e in particolare nell’Eucaristia domenicale al suo vertice.
La preghiera personale è esercizio di spiritualità, percorso di ricerca, nella parte più intima di noi stessi che, se visitata, ci permette di incontraci non solo con la nostra profonda verità, ma anche con la verità di Dio che abita in noi dal nostro battesimo. Gli occhi del cuore si allenano un poco alla volta e il collirio della preghiera ci dà luce gradualmente per riuscire a cogliere e accogliere la presenza del Signore nella nostra vita. Se poi ci diamo una mano anche in famiglia, tra genitori e figli, questo processo iniziatico diventa ancora più fluido ed efficace. Un esempio formidabile è la vita di Carlo Acutis, morto a soli 15 anni di leucemia: beatificato il 10 ottobre ad Assisi ha fatto della sua vita un capolavoro nel quale i colori più belli che ha usato sono stati la preghiera, il Rosario, l’Eucaristia, la sua “autostrada” verso il cielo, come amava definirla lui.
Il secondo canale di incontro con il Signore vivo, ancora più grande e più bello, è la Liturgia specialmente quella celebrata in modo festoso la domenica. Come dice il vangelo di questa domenica siamo tutti chiamati come invitati speciali a un banchetto. L’incontro con il Signore è come andare a nozze, espressione massima di gioia e di festa. Tutto parla della sua misteriosa presenza, lo Sposo che ci ama e ha dato perfino la vita per noi (“non c’è amore più grande di chi dà la vita…” (Gv 15,13)). L’incontro con Lui, assieme a tanti fratelli e sorelle è all’insegna della riconoscenza nel sperimentare la sua bontà e la sua benevolenza nei nostri confronti. Questo è il motivo della festa cristiana che diventa canto, amicizia, accoglienza, incontro fraterno, desiderio rinnovato di bene, forza di testimonianza e impegno concreto di carità. Tutto scaturisce dall’incontro con il Signore nella Liturgia che è “fonte e culmine della vita cristiana” come dice la “Sacrosanctum Concilium”, il documento del Concilio Vaticano II che parla della Sacra Liturgia. (SC 10). Continuiamo allora ad alimentare la nostra fede cristiana, perché rimanga viva e feconda di frutti con i grandi canali di grazia con i quali il Signore ci viene incontro, quali sono la preghiera e la liturgia.

Continuiamo il nostro percorso riflessivo in una progressione che ci dovrebbe portare a una più profonda e cristiana comprensione del significato e della forza di grazia dei sacramenti. Stiamo assistendo a un graduale e inesorabile logoramento di questi grandi doni, sicuramente fondamentali per la nostra fede ma bisognosi di un vissuto vitale perché siano adeguatamente compresi e vissuti. Per dirla in altro modo, ci poniamo insieme alcuni interrogativi. Quanti di noi sentono l’esigenza vitale di andare a celebrare l’Eucaristia almeno una volta alla settimana e non come precetto o obbligo religioso da espletare bensì come necessità interiore di incontro con il Signore della nostra vita? Quale posto sta assumendo il sacramento della Riconciliazione all’interno di quel cammino di fede personale che chiede una costante conversione, come ci ribadisce infinite volte il vangelo di Gesù? Come viene vissuto il sacramento della Cresima dai ragazzi e dai loro genitori o, detto ancora meglio, che ruolo gioca la presenza dello Spirito Santo, che in fondo è lo Spirito di Gesù in noi, datoci in dono, nelle nostre scelte quotidiane, nella nostra vocazione e missione di battezzati? In cosa ci serve la Confermazione per fare più bella, più libera, più gioiosa la nostra vita? Sentiamo che il Signore sta chiamando tutti, singoli, famiglie e comunità cristiane a fare il punto. Tutti i sacramenti ci legano in modo particolare a Gesù e al suo corpo vivente che è la Chiesa. Ogni sacramento ci inserisce nella Pasqua di Cristo e approfondisce il nostro rapporto con Lui: una relazione di amicizia (comunione), di misericordia (riconciliazione), di novità di vita e conversione (battesimo), di dono di sé verso l’altro/a (matrimonio) e verso tutti (Ordine e vita consacrata). Siamo invitati a una riscoperta dell’unità profonda tra i doni sacramentali e il cammino di fede, la formazione e la celebrazione, tra la riflessione e la vita, la festa e il lavoro quotidiano, i progetti e la fragilità. Percepiamo sempre più chiaramente che il cristianesimo nel nostro mondo occidentale e anche in Italia e a Villafranca, è chiamato a un giro di boa, in termini di verità e freschezza, di profondità e vitalità. I sacramenti sono energia spirituale a nostra disposizione (grazia) e perché ciò avvenga hanno bisogno di un prima, di un durante, di un dopo che va preparato, accolto e continuato con frutti di vita. E’ l’augurio che facciamo a chi riceverà i sacramenti in quest’anno ma anche a tutti coloro che sono chiamati a viverli nella loro quotidiana potenzialità di bene.

Come il vento di questi giorni spazza via le nubi o le possibili foschie lasciando un cielo più terso e più vero perché libero da tanto inquinamento, così è stato anche il periodo Covid per i nostri cammini di fede, specialmente quelli pubblici e comunitari. E nemmeno il cammino di catechesi, che modernamente ora si chiama Iniziazione Cristiana, è stato esente da questo soffio forte che ha scoperchiato tante cose e resi più visibili convinzioni e motivazioni, ma anche, vogliamo essere sinceri, ambiguità e incertezze. Per ripartire con il piede giusto non possiamo non tenerne conto e assumere ciò che abbiamo scoperto con rinnovata consapevolezza. Cosa abbiamo acquisito? 1. Anzitutto che l’Iniziazione Cristiana è un’esperienza primariamente famigliare. Non solo perché sono coinvolti i genitori in alcuni incontri in parrocchia ma perché il cammino di fede dei figli, a partire già dal sacramento del battesimo, trova in famiglia occasioni, momenti, spazi in cui la fede si alimenta, si approfondisce, si prega, si vive. “L’angolo bello” del tempo quaresimale e pasquale è stato un modo per allenarci a questo. Sarebbe bello continuarlo, anche in altre forme. 2. Per non ridurre l’Iniziazione Cristiana a pura dottrina o comunicazione di semplici nozioni, anche se condite con qualche gioco simpatico, ma perché sia effettivamente un momento iniziatico, cioè favorisca l’incontro vivo con Gesù, ha bisogno di una esperienza liturgica, in cui si celebra la vita. Questo chiede darsi occasioni concrete di celebrazione con il gruppo nella comunità. Il “top” è la Eucaristia domenicale ma non si escludono altri momenti e forme. 3. Nel percorso quello che è più importante non sono le cose da fare ma le relazioni da vivere. Il Signore ‘passa’, si fa vedere, si manifesta attraverso questo canale preferenziale. E’ l’esperienza gioiosa dell’incontro che rivela la presenza nascosta e vicina del Signore mentre si narra ai fratelli (ragazzi e genitori) e si ascolta (il vissuto di tutti) quello che abbiamo scoperto del vangelo e quanto sia di aiuto la fede per la nostra vita.
Vale la pena ridurre l’Iniziazione Cristiana a un percorso di sopravvivenza? Sentirci intruppati in un cammino che riteniamo alla fin fine poco utile? Farlo nostro perché così fan tutti? Viverlo con sofferenza perché non siamo convinti che realmente serva per la nostra vita? O non varrebbe la pena farlo diventare un camino di ripartenza reale per la nostra decisione di fede? Un’occasione per piccoli e grandi di ritrovare una risorsa che diventi luce e forza per le nostre scelte quotidiane?

Dopo la pausa estiva e la forzata ‘quarantena’ generale a motivo del Covid 19 sentiamo la necessità di una ripartenza a tutti i livelli. Anche la vita della comunità cristiana e il cammino della fede sente bisogno di nuovo ossigeno. Allo stesso tempo ci rendiamo conto che ‘non può più essere come prima’. Io applico questa espressione al fatto che il periodo acuto della pandemia, con il “lookdown” che ha investito tutto e tutti, è stato un momento di verità: di noi stessi, della nostra fragilità, della nostra società e della sua strutturazione, delle convinzioni profonde prevalenti, ma anche delle paure emergenti, del ruolo della fede nella nostra vita e del rapporto vitale con Dio nelle situazioni e nelle scelte fondamentali dell’esistenza. Da qui dobbiamo ripartire. L’occasione quindi non solo di ricominciare e basta, ma una necessaria riflessione per fare il punto. Cosa ci ha detto ciò che è capitato? E’ stato semplicemente un incidente di percorso? Sta dicendo qualcosa ai nostri stili di vita? E Dio centra con tutto questo? Gli avvenimenti che accadono possono essere veicoli di un messaggio letto alla luce della fede? In fondo il testo biblico, Antico o Nuovo Testamento che sia, accende luci sulla vita delle persone e dei popoli proprio in questo modo. Come comunità parrocchiale non possiamo non fermarci e interrogarci per partire con il piede giusto. Lo faremo a livello di Consiglio Pastorale ma invito tutti i gruppi a fare una riflessione su come costruire in modo nuovo, adeguato ai tempi, i nostri percorsi di formazione e di preghiera, le nostre attività di incontro e di servizio. Quello che è chiaro è che vanno rispolverate le motivazioni di fondo e gli obiettivi del nostro essere comunità credente in questo tempo. Abbiamo la sensazione che questo passaggio di riflessione sia fatto anche nelle nostre famiglie. Oltre alle fatiche e le incertezze del lavoro e della situazione economica, oltre le paure delle relazioni o delle ripartenze scolastiche (e non solo) dei figli, resta quell’intuizione riscoperta durante il periodo acuto del Covid che certi valori fatti di presenza e dialogo, di amore e di aiuto, di fede e di preghiera restano fondamenti essenziali per la vita quotidiana che meritano assoluta priorità. Ci domandiamo se sono tornati ad essere convinzioni acquisite. Ci auguriamo un cammino nuovo, per tutti, pieno di fiducia e speranza.

L'ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera». Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata, e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non ha dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta anche nella morte prematura di molti poveri, nei conflitti generati dalla mancanza di risorse e in tanti altri problemi che non trovano spazio sufficiente nelle agende del mondo.
49. Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro, a volte favorita dalla frammentazione delle nostre città, aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri. (Laudato Si’, 48-49)

Se teniamo conto del fatto che anche l’essere umano è una creatura di questo mondo, che ha diritto a vivere e ad essere felice, e inoltre ha una speciale dignità, non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone. Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura. Tra le componenti sociali del cambiamento globale si includono gli effetti occupazionali di alcune innovazioni tecnologiche, l’esclusione sociale, la disuguaglianza nella disponibilità e nel consumo dell’energia e di altri servizi, la frammentazione sociale, l’aumento della violenza e il sorgere di nuove forme di aggressività sociale, il narcotraffico e il consumo crescente di droghe fra i più giovani, la perdita di identità. Sono segni, tra gli altri, che mostrano come la crescita degli ultimi due secoli non ha significato in tutti i suoi aspetti un vero progresso integrale e un miglioramento della qualità della vita. Alcuni di questi segni sono allo stesso tempo sintomi di un vero degrado sociale, di una silenziosa rottura dei legami di integrazione e di comunione sociale. A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale. Nello stesso tempo, le relazioni reali con gli altri tendono ad essere sostituite da un tipo di comunicazione mediata da internet. Ciò permette di selezionare o eliminare le relazioni secondo il nostro arbitrio, e così si genera spesso un nuovo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura. I mezzi attuali permettono che comunichiamo tra noi e che condividiamo conoscenze e affetti. Tuttavia, a volte anche ci impediscono di prendere contatto diretto con l’angoscia, con il tremore, con la gioia dell’altro e con la complessità della sua esperienza personale. (Laudato Si’, 43-47)

Anche le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato. La perdita di foreste e boschi implica allo stesso tempo la perdita di specie che potrebbero costituire nel futuro risorse estremamente importanti, non solo per l’alimentazione, ma anche per la cura di malattie e per molteplici servizi. Le diverse specie contengono geni che possono essere risorse-chiave per rispondere in futuro a qualche necessità umana o per risolvere qualche problema ambientale. 33. Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali “risorse” sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse. Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere, perse per sempre. La stragrande maggioranza si estingue per ragioni che hanno a che fare con qualche attività umana. Per causa nostra, migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza né potranno comunicarci il proprio messaggio. Non ne abbiamo il diritto. 34. Probabilmente ci turba venire a conoscenza dell’estinzione di un mammifero o di un volatile, per la loro maggiore visibilità. Ma per il buon funzionamento degli ecosistemi sono necessari anche i funghi, le alghe, i vermi, i piccoli insetti, i rettili e l’innumerevole varietà di microorganismi. Alcune specie poco numerose, che di solito passano inosservate, giocano un ruolo critico fondamentale per stabilizzare l’equilibrio di un luogo. E’ vero che l’essere umano deve intervenire quando un geosistema entra in uno stadio critico, ma oggi il livello di intervento umano in una realtà così complessa come la natura è tale, che i costanti disastri causati dall’essere umano provocano un suo nuovo intervento, in modo che l’attività umana diventa onnipresente, con tutti i rischi che questo comporta. Si viene a creare un circolo vizioso in cui l’intervento dell’essere umano per risolvere una difficoltà molte volte aggrava ulteriormente la situazione. Per esempio, molti uccelli e insetti che si estinguono a motivo dei pesticidi tossici creati dalla tecnologia, sono utili alla stessa agricoltura, e la loro scomparsa dovrà essere compensata con un altro intervento tecnologico che probabilmente porterà nuovi effetti nocivi. Sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano. Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contemporaneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti. In questo modo, sembra che ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un’altra creata da noi. (Laudato Si’, 32-34)

Altra questione riguarda l’esaurimento delle risorse naturali. Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società, dove l’abitudine di sprecare e buttare via raggiunge livelli inauditi. Già si sono superati certi limiti massimi di sfruttamento del pianeta, senza che sia stato risolto il problema della povertà.
28. L’acqua potabile e pulita rappresenta una questione di primaria importanza, perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici. Le fonti di acqua dolce riforniscono i settori sanitari, agropastorali e industriali. La disponibilità di acqua è rimasta relativamente costante per lungo tempo, ma ora in molti luoghi la domanda supera l’offerta sostenibile, con gravi conseguenze a breve e lungo termine. Grandi città, dipendenti da importanti riserve idriche, soffrono periodi di carenza della risorsa, che nei momenti critici non viene amministrata sempre con una adeguata gestione e con imparzialità. La povertà di acqua pubblica si ha specialmente in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza.
29. Un problema particolarmente serio è quello della qualità dell’acqua disponibile per i poveri, che provoca molte morti ogni giorno. Fra i poveri sono frequenti le malattie legate all’acqua, incluse quelle causate da microorganismi e da sostanze chimiche. La dissenteria e il colera, dovuti a servizi igienici e riserve di acqua inadeguati, sono un fattore significativo di sofferenza e di mortalità infantile. Le falde acquifere in molti luoghi sono minacciate dall’inquinamento che producono alcune attività estrattive, agricole e industriali, soprattutto in Paesi dove mancano una regolamentazione e dei controlli sufficienti. Non pensiamo solamente ai rifiuti delle fabbriche. I detergenti e i prodotti chimici che la popolazione utilizza in molti luoghi del mondo continuano a riversarsi in fiumi, laghi e mari.
30. Mentre la qualità dell’acqua disponibile peggiora costantemente, in alcuni luoghi avanza la tendenza a privatizzare questa risorsa scarsa, trasformata in merce soggetta alle leggi del mercato. In realtà, l’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani. Questo mondo ha un grave debito sociale verso i poveri che non hanno accesso all’acqua potabile, perché ciò significa negare ad essi il diritto alla vita radicato nella loro inalienabile dignità. Questo debito si salda in parte con maggiori contributi economici per fornire acqua pulita e servizi di depurazione tra le popolazioni più povere. Però si riscontra uno spreco di acqua non solo nei Paesi sviluppati, ma anche in quelli in via di sviluppo che possiedono grandi riserve. Ciò evidenzia che il problema dell’acqua è in parte una questione educativa e culturale, perché non vi è consapevolezza della gravità di tali comportamenti in un contesto di grande inequità.
31. Una maggiore scarsità di acqua provocherà l’aumento del costo degli alimenti e di vari prodotti che dipendono dal suo uso. Alcuni studi hanno segnalato il rischio di subire un’acuta scarsità di acqua entro pochi decenni se non si agisce con urgenza. Gli impatti ambientali potrebbero colpire miliardi di persone, e d’altra parte è prevedibile che il controllo dell’acqua da parte di grandi imprese mondiali si trasformi in una delle principali fonti di conflitto di questo secolo.
(Laudato Si’, 27-31)