Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso. Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via. Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura. Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media». È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature». Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro.

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà. Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani. Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili. Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri».

In un mese tradizionalmente accompagnato da un impegno particolare verso il dono inestimabile della pace, ci lasciamo guidare nella nostra riflessione, anche in vista della festa che celebreremo a fine mese, dal Messaggio che Papa Francesco ha diretto a tutti gli uomini di buona volontà, dal titolo: “Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura”. Lo presenteremo in tre tappe.
Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace. In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.
Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale », senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

Ci lasciamo alle spalle il tempo natalizio che abbiamo appena vissuto ma sentiamo che non può non lasciare traccia in noi tutto ciò che abbiamo celebrato. Non possiamo incartare questi giorni condivisi in famiglia, con gli amici, nella comunità come se fosse un bel presepe che ora mettiamo via in soffitta con un po’ di nostalgia e forse anche con un pizzico di rammarico. La bellezza della festa dell’Epifania è proprio questa: una celebrazione che apre, non che chiude; in barba al famoso detto “tutte le feste porta via”. C’è una luce che ci è stata donata e questa non va spenta, c’è una stella che ci vuole accompagnare nell’orizzonte di questo nuovo anno e che può continuare a guidare il nostro cammino. E’ vero, questi giorni natalizi sono stati per molti un misto di gioia e di paura, di apertura e di timore, di slanci e di freni, di incontri e di chiusure forzate. Sento la necessità di esprimere, a nome di tutte le forze vive della parrocchia di Villafranca, un desiderio di vicinanza, di accompagnamento, di manifestare la volontà di condividere le gioie e le fatiche di questi giorni. Che nessuno di noi si senta solo, che nessuna famiglia in difficoltà resti chiusa nel suo problema, che nessuna persona in disagio sia priva di un cuore che ascolta, comprende ed è disposto a fare passi insieme.
Riscopriamo il valore e la bellezza della nostra comunità! Aiutiamoci insieme a uscire dal tunnel dei problemi e viviamo questa fraternità spicciola fatta di semplici cose e di piccoli gesti. In fondo tutto ciò può diventare pillola di un vangelo vissuto, “della porta accanto”, di uno stile feriale che non fa rumore, come Cristo a Natale, ma che è effettivo, incarna le parole rivestite di amore sincero e di solidarietà autentica. Allora mi viene a dire: Ripartiamo! Ripartiamo assieme! Abbiamo bisogno di comunità, per scaldare il freddo della solitudine o della chiusura; abbiamo bisogno di pregare con altri fratelli, in casa o in chiesa, di celebrare la vita, di chiedere la pace, di domandare salute, di aprire nuovi spazi di incontro al di là delle paure e dei sospetti. Sentiamo che i percorsi ordinari che vengono proposti acquistano in questo particolare periodo, un valore aggiunto di forza e di utilità, di efficacia e di sostegno. Abbiamo la necessità tutti di essere aiutati a leggere con occhi nuovi la realtà presente che il Signore ci permette di vivere. Diamoci tutti una mano.

L' animazione della comunità al senso della carità è uno dei compiti più importanti affidati alle Caritas parrocchiali e agli operatori dei Centri di Ascolto Vicariali. Nel momento delicato che stiamo vivendo, anche a causa delle conseguenze della pandemia, il tempo dell’Avvento torna a presentarci una grande opportunità per svolgere questo importante compito. Tutti in questo frangente ci sentiamo più fragili ed esposti, tutti abbiamo fatto l’esperienza della vulnerabilità, tutti siamo più sensibili alle tante forme di povertà sia materiali che relazionali. Questo tempo ci ha insegnato che possiamo salvarci solo insieme e che è necessario alzare lo sguardo e camminare «verso un “noi” sempre più grande». E qui lo sguardo si fa misericordioso in modo particolare per chi attraversa o vive situazioni di fragilità ed emarginazione. Pensiamo agli anziani di fronte al dramma della solitudine, alle famiglie spezzate, ai ragazzi esclusi dall’educazione per mancanza di mezzi economici o di riferimenti educativi validi, alle famiglie in cui si vive il dramma della mancanza del lavoro, alle persone immigrate o rifugiate che stentano ad inserirsi nella nostra società per la mancanza di un reddito sufficiente o di relazioni informali di supporto calde e fraterne, alle persone intrappolate nelle maglie delle dipendenze.
La carità è il modo di amare di Dio, gratuito, disinteressato, senza misura; è la passione per l’umano, l’amore per l’altro, l’interesse per ognuno, il desiderio di conoscere chi incontriamo, al di là di ogni chiusura individualistica, impaurita o indifferente che sia. Tutto questo è un modo per la costruzione del “noi”.
Verso un “noi” sempre più grande. Declinare l’Avvento con questo slogan significa orientare ogni aspetto della vita comunitaria, familiare e personale per allargare il senso del “noi”, di sentirsi cioè parte e responsabili di una fraternità che dal micro al macro tende a includere tutti. Tale cammino è acceso dalla venuta stessa del Signore che giungendo radunerà tutti i dispersi, tutti i popoli alla sua presenza: la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia”(Is 11,10). E l’umanità tutta realizzerà il sogno di diventare la sua famiglia, una fraternità universale.

Non vogliamo entrare nella polemica terminologica che è sorta in questi giorni riguardo la parola ‘Natale’ nella nostra vecchia Europa, ormai incerta nella sua identità fra radici cristiane dimenticate (che linfa vitale ci resta?) e un laicismo strisciante che sbandiera tolleranza verso il pensiero altro a tal punto di aver pudore di esprimersi con termini che fanno parte della nostra cultura e della nostra storia, Natale appunto. Noi non ci perdiamo in dibattiti ma semplicemente, in questi giorni, vogliamo vivere il Natale. Dipenderà ovviamente da ognuno di noi e dalle scelte che faremo in famiglia ma possiamo aiutarci anche con altri stimoli. Per esempio compiendo un gesto di carità che si fa sostegno concreto verso famiglie in difficoltà. Le ceste che troveremo entrando nelle nostre chiese saranno un segno, un invito, un incoraggiamento ad alzare lo sguardo, ad aprire gli occhi e mettere in azione il cuore. Quest’anno inoltre vorremmo rivolgere lo sguardo con più attenzione verso il presepio. Letteralmente vuol dire mangiatoia, luogo dove ci si alimenta per dare forza alla vita. Sottolineatura che si concilia molto bene con l’etimologia ebraica di Betlemme: ‘casa del pane’. Tutto converge per farci intuire che in Gesù troviamo veramente il pane della vita, la sua presenza che viene, riempie e alimenta la nostra esistenza umana. Saremo invitati a compiere un gesto: preparare il presepio a casa nostra (in parrocchia lo faremo in più luoghi: chiesa, santuario, via crucis, patronato, scuola dell’infanzia) o almeno un angolo bello dove porre la Natività (Gesù, Giuseppe e Maria). Già lo anticipiamo: domenica 19 dicembre in tutte le Messe ci sarà un momento di benedizione di Gesù bambino. Saremo invitati a portarlo in chiesa e alla conclusione della celebrazione benediremo le immagini che poi deporremo nel nostro presepio di casa. Ciò che compiremo non sarà semplicemente un gesto di tradizione o di devozione, piuttosto daremo un profondo significato spirituale. Esprimeremo il desiderio che il Signore Gesù abiti sempre più nel presepio del nostro cuore, nei gesti della nostra vita, nelle fede delle nostre scelte. Il riferimento luminoso al centro dell’Avvento resta ancora Maria con il suo sì di accoglienza e di disponibilità. La incontreremo a metà settimana per stare un po’ con lei e condividere confidenzialmente fatiche e propositi, sofferenze e impegni, ma soprattutto passi di fede, di speranza, di carità, che parlino concretamente del vero Natale, al di là delle polemiche delle parole

Il tempo di Avvento e Natale vede la Chiesa andare incontro al Signore che viene: egli è la “carità” del Padre, la tenerezza che egli dona all’umanità rendendola capace di allargare i confini del cuore all’amore più autentico, “verso un “noi” sempre più grande”, come ha scritto papa Francesco nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato di quest’anno. Vivere l’Avvento e il Natale, significa allora celebrare la carità di Dio che viene in mezzo a noi, accogliendola nell’ascolto che si fa oggi testimonianza e apertura sincera verso tutti: “il tempo presente… ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia”. Vivere la fede in modo universale, crediamo possa esprimersi nei peridi forti dell’Avvento e del Natale del nuovo anno liturgico, celebrando con cura e gioia il Signore nella Liturgia domenicale, coltivando la preghiera quotidiana in famiglia, aprendo il cuore alle povertà del territorio e partecipando agli “spazi di ascolto”, come luogo concreto di incontro con tutti che ci introduce al cammino sinodale della nostra Diocesi e della Chiesa intera. A tal proposito condividiamo alcune sottolineature che riteniamo possano aiutarci in questo tempo. La parola chiave sarà ACCOGLIENZA che vivremo nella liturgia ma anche nella vita di ogni giorno. Anzitutto vorremmo sperimentare questa ospitalità da parte di Dio e dei fratelli nell’assemblea liturgica (in particolare domenicale), spazio previlegiato di incontro con il Signore e i fratelli e sorelle nella fede. Lo slogan sarà: Accolti per accogliere. Questa attenzione vorremmo farla diventare atteggiamento e stile nella vita concreta con tante scelte di carità da vivere con chi incontriamo ogni giorno, anzitutto in famiglia, compiendo gesti di bontà, condividendo momenti di preghiera (ricordate l’angolo bello che potremmo riattivare in questo tempo per attendere vigilanti l’arrivo del Signore che sempre viene tra noi, anche quando preghiamo). Infine in un tempo in cui tutti ci sentiamo più vulnerabili e fragili, tessere reti di solidarietà ci aiuta a far fronte a tante forme di povertà oggi presenti sia materiali (per esempio l’iniziativa del banco alimentare a cui alcuni ragazzi e genitori della catechesi hanno aderito) che relazionali. Abbiamo imparato dagli ultimi avvenimenti che possiamo salvarci solo insieme. In questo tempo ‘forte’ cercheremo di darci una mano come il Signore fa con noi.

Le feste patronali di Santa Cecilia quest’anno di fatto coincidono con la mia presenza (e quella di don Ottavio) tra voi. All’inizio non me n’ero quasi accorto ma c’è stato più di qualcuno che me l’ha ricordato (a proposito di anniversari da celebrare!). Dieci anni nei quali abbiamo camminato insieme, facendo passi di chiesa. Il rimbalzo dentro di me di questa consapevolezza mi ha portato a riflettere sul senso di questo tempo condiviso e di ciò che ho imparato, donando e ricevendo.
Anzitutto sono cresciuto nella fede, rafforzando la mia convinzione di credente e della grandiosa risorsa che ha il messaggio cristiano per la vita delle persone, mature o giovani che siano. Tanti i momenti e le occasioni, ma soprattutto i passaggi dell’inizio e della fine, in occasione del sacramento del battesimo di chi si è affacciato alla vita e la celebrazione delle esequie, affidando all’amore più grande l’esistenza delle persone care. Inoltre qualche incontro feriale con persone di squisita umanità e di grande fede nel Signore, pur nella malattia, nella vecchiaia o nella difficoltà. In secondo luogo molti mi hanno insegnato la fedeltà, che, come diceva qualcuno, è l’amore nel tempo. Esempi semplici ma concreti, non slogan proclamati o atteggiamenti da prime donne, piuttosto scelte quotidiane, espressioni reali di amore alla comunità e ai fratelli. Come dice l’adagio: “è facile cominciare ma la vera sfida è perseverare”. Al di là delle situazioni favorevoli e gratificanti, delle situazioni più disagevoli e impegnative, la disponibilità a continuare in un servizio, in un compito,
fosse anche solo in una semplice presenza, diventa ‘segno’ di testimonianza che costruisce ed edifica.
Infine, in questi dieci anni ho rafforzato la convinzione dell’importanza vitale della comunità. E’ il distintivo del nostro essere chiesa cattolica, il modo ‘specifico’ in cui viviamo la nostra esperienza cristiana: è il ‘noi’ credente che ci fa sentire parte della famiglia di Dio, in cui il Signore ci è Padre e la chiesa ci è madre. Lo sguardo ai numeri potrebbe far nascere preoccupazione ma sentiamo che siamo chiamati piuttosto a vivere l’autenticità del vangelo che con la sua forza attrattiva tiene acceso il cuore del corpo ecclesiale.
Che l’intercessione di Santa Cecilia che ho imparato ad invocare e ad amare, accompagni e benedica questa porzione di chiesa che è la nostra parrocchia di Villafranca: continui ad attingere al grande patrimonio della fede, viva come comunità evangelica. In questi giorni il grazie è reciproco, tra noi, ma prima ancora al Signore.

Una bella coincidenza quella di questa domenica: Giornata di ringraziamento per i frutti della terra e Giornata mondiale dei poveri. Da una parte si riconosce l’abbondanza provvidente del Padre che offre alimento per la vita dei suoi figli e dall’altra la corresponsabilità di tutti nel vivere gesti di condivisione che generano fratellanza fra le persone. “I poveri li avrete sempre tra voi” (Mc 14,7) è un’espressione di Gesù, pochi giorni prima degli eventi della passione morte e resurrezione. Davanti ai discepoli scandalizzati perché una donna aveva sprecato una somma ingente versando profumo del vaso di alabastro sul capo di Gesù, questi afferma che il primo povero è Lui e in qualche modo li rappresenta tutti. Papa Francesco, scegliendo questa espressione come riferimento della 5^ Giornata mondiale dei poveri, provoca i credenti a tenere fisso lo sguardo su Gesù, per scoprire che in Lui e nelle sue parole si ritrova il senso vero della povertà ma soprattutto la capacità di riconoscerli. La presenza dei poveri in mezzo a noi è costante e non deve indurre a un’abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgerci in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone ‘esterne’ alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere sofferenze, disagi, emarginazione, aiutandoli a recuperare la loro dignità perduta e favorendo un’inclusione sociale. La condivisione genera fratellanza. L’elemosina è occasionale, la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse di una vera giustizia. I credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono ‘sacramento’ di Cristo, segno reale e concreto della presenza di Lui che “si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà” (cfr. 2 Cor, 8,9). Anche noi compiremo un gesto liturgico che vuole avere la valenza di ‘segno’. I frutti della terra donati al Signore come ringraziamento nelle Messe di questa domenica, diventeranno un regalo moltiplicato perché condivisi con tutti coloro che sono in difficoltà economica. In realtà questo gesto è concretizzazione di un’attenzione costante che Caritas, espressione di tutta la nostra comunità, sta offrendo alle persone e famiglie che sono in disagio. E’ l’occasione per ricordare che ogni nostro piccolo contributo è sempre bene accetto ed espressione squisita di fraternità.

E' una felice coincidenza che questa domenica cada il 7 di novembre, giorno in cui tutta la diocesi fa festa del ricordo del primo grande vescovo della nostra chiesa di Padova, San Prosdocimo. Diventa per noi l’occasione di celebrare in modo ancora più solenne gli inizi della fede nelle nostre terre venete nel III e IV secolo ad opera di intrepidi annunciatori del vangelo. Il ricordo del passato non vuole mai essere puramente celebrativo ma stimolo e incoraggiamento per vivere la fede cristiana nel nostro tempo, patrimonio prezioso che ci è stato dato in dono e che noi siamo chiamati a condividere, certi che la luce della fede sia una risorsa vitale per le situazioni che vive ogni uomo in ogni momento storico. Il fatto che la nostra chiesa di Padova stia iniziando a celebrare un sinodo esprime proprio questa consapevolezza: l’eredità spirituale racchiusa nel messaggio cristiano va riaccolta oggi in modo rinnovato e va condivisa con i fratelli e le sorelle della comunità credente, nelle nostre parrocchie e gruppi; ma anche con chi viaggia in lunghezze d’onda diverse da quelle della chiesa e dei valori ispirati al cristianesimo. Andare alle radici dell’albero della nostra fede ci da luce nuova e una forza che infonde il coraggio per interpretare il presente e continuare a offrire a tutti la perla preziosa del vangelo. Condividiamo alcuni dati sulla figura di San Prosdocimo.
Prosdocimo, verosimilmente primo vescovo della Chiesa padovana (sec. III –IV), è rappresentato in una “imago clipeata” di marmo (inizi del sec. VI), riscoperta durante la ricognizione della sua salma nell’omonimo oratorio a santa Giustina (1957). Non vi è dubbio che
l’iscrizione del sec. VI ivi scolpita (Sanctus Prosdocimus Episcopus et Confessor) attesta una salda devozione antecedente, confermata del resto dalla sua vasta diffusione anche fuori del territorio padovano prima del Mille (come a Este e a Verona) e successivamente (come a Vicenza, Treviso, Asolo, Altino, Feltre, Belluno, Trento, Concordia, ecc.). Del resto, la vitalità del suo culto è attestata da documenti archivistici dell’869 (Verona) e del 970 (Padova), anno nel quale i Benedettini furono chiamati a custodire la basilica cimiteriale di santa Giustina “extra moenia”. L’iconografia lo rappresenta con il pastorale e l’ampolla dell’acqua battesimale in mano: simboli della sua missione pastorale in città e diocesi. L’antica liturgia ne celebra la fedeltà al vangelo e all’insegnamento degli Apostoli.

Fino a qualche tempo fa la Festa di tutti i Santi era ritenuta una solennità, oggigiorno rischia di passare tra le festività minori. Come mai? Sicuramente le sensibilità cambiano e anche il sentire religioso ha le sue evoluzioni (involutive?). Siamo qui a registrarle per aiutarci a capire cosa sta succedendo e cercare di porci di fronte a queste nuove situazioni nel modo più opportuno. Siamo di fronte anzitutto a un passaggio epocale: da una visione ‘religiosa’ della realtà a una visione pragmatica ed edonistica. Nell’immaginario prevalente, ancora più evidente nel mondo giovanile, il prossimo weekend non è all’insegna della festa di tutti i Santi, ma casomai del ‘mondo’ di Halloween o di un ‘ponte’ significativo che permetta qualche giorno di vacanza in più. Stiamo indicando un cambio importante di sguardo e di atteggiamento. Una seconda considerazione la facciamo nel versante ecclesiale per evidenziare il senso del celebrare tutti i Santi. Il ricordo degli spiriti beati che vivono già nella comunione con Dio nella gloria del cielo ha due sfaccettature entrambe belle da sottolineare. La prima: la dimensione ultima a cui aspirare è una vita in pienezza, un destino di felicità, una comunione realizzata, una fraternità effettiva, una giustizia compiuta, una pace raggiunta. La Festa di tutti i Santi ci riporta a una visione ideale, ci permette di non dimenticare la meta, nascosta e rivelata, allo stesso tempo, già dal battesimo. In un tempo nel quale ci si rassegna a una esistenza da piccolo cabotaggio, che fatica ad alimentare il sogno, a guardare con fiducia alle grandi realizzazioni personali e comunitarie. Una seconda considerazione sottolinea l’importanza anche dei Santi senza nome. Un fare festa in cui non si lascia fuori nessuno, in cui ognuno è coinvolto, chiamato a vivere la stessa pienezza evangelica, parziale e in cammino sulla terra, ma che diverrà esperienza di beatitudine piena in cielo. Che importante e bello continuare ad annunciare questi ideali grandi che rendono grande la vita, preziosa, anche quando è in fatica o oppressa da tante preoccupazioni a motivo di problemi o difficoltà. Ridestiamo in noi la consapevolezza della vocazione cristiana chiamata alla santità vera tradotta nel bene quotidiano. Comunichiamola alle nuove generazioni dominate dal disincanto. Viviamo questi giorni con i nostri figli condividendo la convinzione che questa festa ci riguarda.

Il tema della Giornata Missionaria Mondiale di quest’anno, «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato» (At 4,20), è un invito a ciascuno di noi a “farci carico” e a far conoscere ciò che portiamo nel cuore. Questa missione è ed è sempre stata l’identità della Chiesa: «essa esiste per evangelizzare» (S. Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 14). La nostra vita di fede si indebolisce, perde profezia e capacità di stupore e gratitudine nell’isolamento personale o chiudendosi in piccoli gruppi; per sua stessa dinamica esige una crescente apertura capace di raggiungere e abbracciare tutti. I primi cristiani, lungi dal cedere alla tentazione di chiudersi in un’élite, furono attratti dal Signore e dalla vita nuova che Egli offriva ad andare tra le genti e testimoniare quello che avevano visto e ascoltato: il Regno di Dio è vicino. Lo fecero con la generosità, la gratitudine e la nobiltà proprie di coloro che seminano sapendo che altri mangeranno il frutto del loro impegno e del loro sacrificio. Perciò mi piace pensare che «anche i più deboli, limitati e feriti possono essere [missionari] a modo loro, perché bisogna sempre permettere che il bene venga comunicato, anche se coesiste con molte fragilità» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 239). Nella Giornata Missionaria Mondiale, che si celebra ogni anno nella penultima domenica di ottobre, ricordiamo con gratitudine tutte le persone che, con la loro testimonianza di vita, ci aiutano a rinnovare il nostro impegno battesimale di essere apostoli generosi e gioiosi del Vangelo.
Ricordiamo specialmente quanti sono stati capaci di mettersi in cammino, lasciare terra e famiglia affinché il Vangelo possa raggiungere senza indugi e senza paure gli angoli di popoli e città dove tante vite si trovano assetate di benedizione. Contemplare la loro testimonianza missionaria ci sprona ad essere coraggiosi e a pregare con insistenza «il Signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2); infatti siamo consapevoli che la vocazione alla missione non è una cosa del passato o un ricordo romantico di altri tempi. Oggi, Gesù ha bisogno di cuori che siano capaci di vivere la vocazione come una vera storia d’amore, che li faccia andare alle periferie del mondo e diventare messaggeri e strumenti di compassione. Ed è una chiamata che Egli rivolge a tutti, seppure non nello stesso modo. Ricordiamo che ci sono periferie che si trovano vicino a noi, nel centro di una città, o nella propria famiglia. Vivere la missione è avventurarsi a coltivare gli stessi sentimenti di Cristo Gesù e credere con Lui che chi mi sta accanto è pure mio fratello e mia sorella. Che il suo amore di compassione risvegli anche il nostro cuore e ci renda tutti discepoli missionari.