La sinodalità, il camminare insieme è una vocazione fondamentale per la Chiesa, e solo in questo orizzonte è possibile scoprire e valorizzare le diverse vocazioni, i carismi e i ministeri. Al tempo stesso, sappiamo che la Chiesa esiste per evangelizzare, uscendo da sé stessa e spargendo il seme del Vangelo nella storia. Infatti, «in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 120). Bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico Popolo di Dio, laici e pastori insieme. Tutta la Chiesa è comunità evangelizzatrice.
La parola “vocazione” non va intesa in senso restrittivo, riferendola solo a coloro che seguono il Signore sulla via di una particolare consacrazione. Tutti siamo chiamati a partecipare della missione di Cristo di riunire l’umanità dispersa e di riconciliarla con Dio. Ciascuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio, per la quale Egli ha avuto un pensiero unico e speciale, e questa scintilla divina, che abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna, siamo chiamati a svilupparla nel corso della nostra vita, contribuendo a far crescere un’umanità animata dall’amore e dall’accoglienza reciproca. Siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza. Insomma, a diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi. In questo senso ampio, non solo i singoli, ma anche i popoli, le comunità e le aggregazioni di vario genere hanno una “vocazione”.
Quando parliamo di “vocazione”, pertanto, si tratta non solo di scegliere questa o quella forma di vita, di votare la propria esistenza a un determinato ministero o di seguire il fascino del carisma di una famiglia religiosa o di un movimento o di una comunità ecclesiale; si tratta di realizzare il sogno di Dio, il grande disegno della fraternità che Gesù aveva nel cuore quando ha pregato il Padre: «Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Ogni vocazione nella Chiesa, e in senso ampio anche nella società, concorre a un obiettivo comune: far risuonare tra gli uomini e le donne quell’armonia dei molti e differenti doni che solo lo Spirito Santo sa realizzare. Sacerdoti, consacrate e consacrati, fedeli laici camminiamo e lavoriamo insieme, per testimoniare che una grande famiglia umana unita nell’amore non è un’utopia, ma è il progetto per il quale Dio ci ha creati. (Papa Francesco)

Domenica 8 maggio 2022, in occasione della 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, la Chiesa ci richiama in modo particolare a intendere la vita come una chiamata di Dio, una risposta grata all’amore di Dio che sempre ci precede. L’Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana per la pastorale delle vocazioni ci stimola a interpretare la vita come vocazione nel senso di un appello a “Fare la storia”, come ad assecondare quella misteriosa azione dello Spirito che tesse le fila della vicenda comunitaria e personale. Non da soli, ma in una fraterna e umana connessione che pandemia e guerra ci risvegliano, siamo chiamati a costruire e disegnare l’esistenza docili allo Spirito. Ci prepariamo ad accogliere il messaggio particolare di Papa Francesco, che nella esortazione post-sinodale Christus Vivit a più riprese ha incoraggiato i giovani: “Lasciate sbocciare i vostri sogni, prendete decisioni”. Invitiamo ogni comunità alla preghiera per le vocazioni. Sono diversi i modi attraverso i quali è possibile servire il Signore e la Chiesa: la via del matrimonio coinvolge ad essere segno dell’amore fedele e fecondo di Cristo; la via della speciale consacrazione fa camminare uomini e donne in un legame di totale ed intima appartenenza al Signore. I giovani attraversano un tempo di grazia per riconoscere, interpretare e scegliere la maniera più affascinante di vivere la propria identità di figli amati da Dio Padre. Nella nostra parrocchia ci daremo delle opportunità di riflessione e preghiera anche comunitarie. Intanto ci invitiamo a unirci con questa preghiera pensa proprio per quest’anno:
Signore, Dio del tempo e della storia, Dio della vita e della bellezza, Dio del sogno e della realtà, ascoltaci, ti preghiamo: insegnaci a tessere e intrecciare trame e ricami d’amore, profondi e veri con te e per te, con gli altri e per gli altri; immergici nell’operosità delle tue mani, nella creatività dei tuoi pensieri, nell’arte amorosa del tuo cuore perché ogni vita annunci bellezza e ogni bellezza parli di te.
Regalaci il coraggio dell’inquietudine, l’intrepido passo dei sognatori, la felice concretezza dei piccoli perché riconoscendo nella storia la tua chiamata viviamo con letizia la nostra vocazione.
Amen.

Ancora riconoscenti per l’esperienza pasquale vissuta, gustata, celebrata e condivisa nella comunità, volgiamo lo sguardo in avanti, sostenuti dalla luce incoraggiante del Signore Risorto.
In realtà, l’incalzare di avvenimenti straordinari sta interrogando seriamente e su più fronti la nostra fede. Ci ritroviamo coinvolti in eventi che sconvolgono l’andamento solito della storia e destabilizzano gli equilibri di benessere materiale, psicologico e spirituale: una crisi economica, le ondate migratorie, una pandemia ed ora una guerra.
E quando ci si trova alla resa dei conti, le domande di senso alzano la mano e interrogano la nostra coscienza. Facciamo appello al nostro sapere, all’esperienza, al buon senso, alle opinioni degli esperti, al parere dei tecnici, al confronto… e anche alla fede.
È in questi momenti che scorgo il mio credere accompagnato da tanti “ma”. Congiunzioni avversative che racchiudono le risposte più spontanee e culturalmente consolidate.
Credo nel Dio della provvidenza ma “meglio una gallina oggi che un uovo domani”, credo nel Dio dell’amore, ma non c’è spazio per tutti; credo nel Risorto, ma la malattia e la morte non hanno senso, credo al Dio della pace, ma la guerra ha le sue leggi.
Nei momenti cruciali, posso sperimentare che credo nel Dio della Vita, ma la mia fede non serve a questa vita. E allora posso lasciarla da parte, oppure posso decidere di usare tutti i “ma” e tradurli da risposte compiute a realtà dubbiose, che accompagnate dall’inquietudine della fede mi permettono di fare verità nei miei pensieri e di orientare alla carità le mie azioni.
Gli avvenimenti straordinari possono, più di ogni altro tempo, essere provvidenza di conversione per trovare anche le risposte della fede alle domande della vita, e possono farci sperimentare la concretezza della nostra fede per noi stessi, nelle relazioni interpersonali e in quelle sociali, politiche ed economiche.
Ecco perché, dopo una quaresima di guerra, che ancora imperversa, vogliamo celebrare assieme il tempo pasquale di quest’anno in compagnia del Dio della pace affinché dispieghi un serio dialogo tra le risposte del mondo e le ragioni della nostra fede.

Stiamo camminando verso la Pasqua, in questo tempo quaresimale lo abbiamo fatto accompagnati dalla fede di Abramo, un uomo che ha sperato contro ogni speranza. Il tempo che stiamo vivendo ci sta obbligando a vedere l’invisibile e credere l’insperabile. Ma se ci pensiamo bene è ciò che noi raccogliamo dalla vicenda di Gesù, e in modo ancora più nitido negli ultimi passi dell’esistenza del Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo. Ogni anno la Pasqua ci rivela qualcosa di nuovo e ci indica atteggiamenti sempre tutti da imparare, per entrare nel mistero di quell’uomo crocifisso che ha ancora molto da insegnarci nell’affrontare l’arte della vita e cogliere il senso della storia umana. La situazione pandemica prima, la guerra ora, potrebbero portarci allo scoraggiamento e a pensare che l’umanità non ce la farà mai a entrare nella logica divina del vangelo della cura e del rispetto;della pratica della riconciliazione e della pace; delle scelte della misericordia e del perdono.Anche noi, un po’ come le donne piangenti al sepolcro o gli apostoli impauriti rinchiusi nel Cenacolo o i due discepoli di Emmaus con il cuore sconsolato e lo sguardo rassegnato a tal punto di non essere capaci di riconoscere chi hanno accanto, entriamo nel mistero pasquale che celebriamo in questi giorni, mistero di morte e di resurrezione. Mistero di morte. E’ un evento che ci scuote e ci interpella, che ci strappa fuori dalla nostra consueta abitudine ad adattarci ad ogni situazione, sconfinando nella insensibilità e indifferenza. E’ come la morte di una persona cara, che ti fa morire dentro; come una vittima della violenza che suscita compassione e fa scoppiare il pianto; come il sangue innocente e inerme che scatena rabbia e risveglia l’orrore per la cattiveria umana che fa diventare “l’uomo lupo per un altro uomo”, capace dei gesti folli e disumani. Non possiamo glissare troppo facilmente l’incontro con quel crocifisso che ci parla dei troppi crocifissi della storia, anche di oggi. Non possiamo non sostare davanti a quell’uomo della croce, per entrare in quel mistero di male e di amore, di silenzio e di rivelazione, di debolezza e di forza che inonda il nostro cuore e che ci apre lo sguardo sulla vita delle persone e del mondo. Il venerdì santo non è un passaggio sbagliato, un vicolo cieco da cui si deve tornare indietro, è piuttosto la strada della salvezza, la scelta libera di Dio che diventa passione per l’uomo, decisione risoluta di combattere il male con il bene, di vivere il dolore con amore, di combattere la cattiveria e la stupidità umana con la tenerezza del perdono. Questa è la Via Crucis di Cristo, questa è la Via Lucis per noi. Questa è la strada della vita, da intraprendere, da fare nostra. Il magistero universale di Gesù si rende manifesto sopra quel legno:“tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv, 19,7). Il mistero della resurrezione parte da lì e sprigiona la sua luce proprio nell’ora più buia della storia. L’umanità non era mai caduta così in basso. L’incomprensione radicale e il rifiuto ottuso della salvezza portata da Dio, in Gesù, non impedisce la possibilità di redenzione, di rinascita dalle macerie del proprio peccato. Questo è l’annuncio esplosivo della Pasqua di Resurrezione. Questa è la forza propulsiva che inonda ancora una volta la nostra vita e la storia di oggi per dirci con fermezza: non arrenderti al male! Non cedere alla violenza! Non credere alla vendetta! Non alimentare l’odio! Non uccidere le persone con le pietre del giudizio e della condanna! Risorgi con gesti di amore! Rinasci con scelte di riconciliazione! Sii artigiano di pace! Riparti con abbracci di perdono! Sentiamo che il mistero pasquale di Cristo che patisce, muore e risorge, continua ad essere il cammino ineguagliabile ma assolutamente necessario da percorrere da tutti e ognuno, non c’è altra strada da fare se non quella indicata da Lui.In questi giorni santi il Signore ci darà sicuramente una forza rinnovata per percorrerla.
Buoni passi pasquali a tutta la comunità cristiana di Villafranca.

Don Giuseppe e collaboratori

Il tuo pianto, o Madre, smuova i nostri cuori induriti. Le lacrime che per noi hai versato facciano rifiorire questa valle che il nostro odio ha prosciugato. E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera cidisponga alla pace. Le tue mani materne accarezzino quanti soffrono e fuggono sotto il peso delle bombe. Il tuo abbraccio materno consoli quanti sono costretti a lasciare le loro case e il loro Paese. Il tuo Cuore addolorato ci muova a compassione e ci sospinga ad aprire le porte e a prenderci cura dell’umanità ferita e scartata.
Santa Madre di Dio, mentre stavi sotto la croce, Gesù, vedendo il discepolo accanto a te, ti ha detto: «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26): così ti ha affidato ciascuno di noi. Poi al discepolo, a ognuno di noi, ha detto: «Ecco tua madre» (v. 27). Madre, desideriamo adesso accoglierti nella nostra vita e nella nostra storia. In quest’ora l’umanità, sfinita e stravolta, sta sotto la croce con te. E ha bisogno di affidarsi a te, di consacrarsi a Cristo attraverso di te. Il popolo ucraino e il popolo russo, che ti venerano con amore, ricorrono a te, mentre il tuo Cuore palpita per loro e per tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria.
Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina. Accogli questo nostro atto che compiamo con fiducia e amore, fa’ che cessi la guerra, provvedi al mondo la pace. Il sì scaturito dal tuo Cuore aprì le porte della storia al Principe della pace; confidiamo che ancora, per mezzo del tuo Cuore, la pace verrà. A te dunque consacriamo l’avvenire dell’intera famiglia umana, le necessità e le attese dei popoli, le angosce e le speranze del mondo.
Attraverso di te si riversi sulla Terra la divina Misericordia e il dolce battito della pace torni a scandire le nostre giornate. Donna del sì, su cui è disceso lo Spirito Santo, riporta tra noi l’armonia di Dio. Disseta l’aridità del nostro cuore, tu che “sei di speranza fontana vivace”. Hai tessuto l’umanità a Gesù, fa’ di noi degli artigiani di comunione. Hai camminato sulle nostre strade, guidaci sui sentieri della pace. Amen.

(Consacrazione a Maria)

O Maria, Madre di Dio e Madre nostra, noi, in quest’ora di tribolazione, ricorriamo a te. Tu sei Madre, ci ami e ci conosci: niente ti è nascosto di quanto abbiamo a cuore. Madre di misericordia, tante volte abbiamo sperimentato la tua provvidente tenerezza, la tua presenza che riporta la pace, perché tu sempre ci guidi a Gesù, Principe della pace. Ma noi abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani. Ci siamo ammalati di avidità, ci siamo rinchiusi in interessi nazionalisti, ci siamo lasciati inaridire dall’indifferenza e paralizzare dall’egoismo. Abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi, dimenticandoci che siamo custodi del nostro prossimo e della stessa casa comune. Abbiamo dilaniato con la guerra il giardino della Terra, abbiamo ferito con il peccato il cuore del Padre nostro, che ci vuole fratelli e sorelle. Siamo diventati indifferenti a tutti e a tutto, fuorché a noi stessi. E con vergogna diciamo: perdonaci, Signore!
Ricorriamo dunque a te, bussiamo alla porta del tuo Cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. In quest’ora buia vieni a soccorrerci e consolarci. Ripeti a ciascuno di noi: “Non sono forse qui io, che sono tua Madre?” Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo. Riponiamo la nostra fiducia in te. Siamo certi che tu, specialmente nel momento della prova, non disprezzi le nostre suppliche e vieni in nostro aiuto. Abbiamo urgente bisogno del tuo intervento materno. Accogli dunque, o Madre, questa nostra supplica.
Tu, stella del mare, non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra.
Tu, arca della nuova alleanza, ispira progetti e vie di riconciliazione.
Tu, “terra del Cielo”, riporta la concordia di Dio nel mondo.
Estingui l’odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono.
Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare.
Regina del Rosario, ridesta in noi il bisogno di pregare e di amare.
Regina della famiglia umana, mostra ai popoli la via della fraternità.
Regina della pace, ottieni al mondo la pace.
 
 
Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi. Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”. È difficile sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Una predica, quella del giovedì santo, priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il lavarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnere l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
(Tonino Bello, Vescovo)

La risurrezione di Cristo anima le speranze terrene con la «grande speranza» della vita eterna e immette già nel tempo presente il germe della salvezza. Di fronte all’amara delusione per tanti sogni infranti, di fronte alla preoccupazione per le sfide che incombono, di fronte allo scoraggiamento per la povertà dei nostri mezzi, la tentazione è quella di chiudersi nel proprio egoismo individualistico e rifugiarsi nell’indifferenza alle sofferenze altrui. Anche le migliori risorse sono limitate: «Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono» (Is 40,30). Ma Dio «dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,29.31). La Quaresima ci chiama a riporre la nostra fede e la nostra speranza nel Signore (1 Pt 1,21), perché solo con lo sguardo fisso su Gesù risorto (Eb 12,2) possiamo accogliere l’esortazione dell’Apostolo: «Non stanchiamoci di fare il bene» (Gal 6,9).
Non stanchiamoci di pregare. Gesù ha insegnato che è necessario «pregare sempre, senza stancarsi mai» (Lc 18,1). Abbiamo bisogno di pregare perché abbiamo bisogno di Dio. Quella di bastare a noi stessi è una pericolosa illusione. Se la pandemia ci ha fatto toccare con mano la nostra fragilità personale e sociale, questa Quaresima ci permetta di sperimentare il conforto della fede in Dio, senza la quale non possiamo avere stabilità (Is 7,9). Nessuno si salva da solo, siamo tutti nella stessa barca tra le tempeste della storia; ma soprattutto nessuno si salva senza Dio, perché solo il mistero pasquale di Gesù Cristo dà la vittoria sulle oscure acque della morte. La fede non ci esime dalle tribolazioni della vita, ma permette di attraversarle uniti a Dio in Cristo, con la grande speranza che non delude, il cui pegno è l’amore che Dio ha riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito (Rm 5,1-5).
Non stanchiamoci di estirpare il male dalla nostra vita. Il digiuno corporale a cui ci chiama la Quaresima fortifichi il nostro spirito per il combattimento contro il peccato. Non stanchiamoci di chiedere perdono nel sacramento della Riconciliazione, sapendo che Dio mai si stanca di perdonare.[3] Non stanchiamoci di combattere contro la concupiscenza, quella fragilità che spinge all’egoismo e ad ogni male, trovando nel corso dei secoli diverse vie attraverso le quali far precipitare l’uomo nel peccato. Una di queste vie è il rischio di dipendenza dai media digitali, che impoverisce i rapporti umani. La Quaresima è tempo propizio per contrastare queste insidie e per coltivare invece una più integrale comunicazione umana fatta di «incontri reali», a tu per tu.

La Quaresima è tempo favorevole di rinnovamento personale e comunitario che ci conduce alla Pasqua di Gesù Cristo morto e risorto. Per il cammino quaresimale del 2022 ci farà bene riflettere sull’esortazione di San Paolo ai Galati: «Non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo a suo tempo mieteremo. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione (kairós), operiamo il bene verso tutti» (Gal. 6,9-10a). In questo brano l’Apostolo evoca l’immagine della semina e della mietitura, tanto cara a Gesù (Mt 13). San Paolo ci parla di un kairós: un tempo propizio per seminare il bene in vista di una mietitura. Cos’è per noi questo tempo favorevole? Certamente lo è la Quaresima, ma lo è anche tutta l’esistenza terrena, di cui la Quaresima è in qualche modo un’immagine.[1] Nella nostra vita troppo spesso prevalgono l’avidità e la superbia, il desiderio di avere, di accumulare e di consumare, come mostra l’uomo stolto della parabola evangelica, il quale riteneva la sua vita sicura e felice per il grande raccolto accumulato nei suoi granai (Lc 12,16-21). La Quaresima ci invita alla conversione, a cambiare mentalità, così che la vita abbia la sua verità e bellezza non tanto nell’avere quanto nel donare, non tanto nell’accumulare quanto nel seminare il bene e nel condividere. Il primo agricoltore è Dio stesso, che con generosità «continua a seminare nell’umanità semi di bene» (Fratelli tutti, 54). Durante la Quaresima siamo chiamati a rispondere al dono di Dio accogliendo la sua Parola «viva ed efficace» (Eb 4,12). L’ascolto assiduo della Parola di Dio fa maturare una pronta docilità al suo agire (Gc 1,21) che rende feconda la nostra vita. Se già questo ci rallegra, ancor più grande però è la chiamata ad essere «collaboratori di Dio» (1 Cor 3,9), facendo buon uso del tempo presente (Ef 5,16) per seminare anche noi operando il bene. Questa chiamata a seminare il bene non va vista come un peso, ma come una grazia con cui il Creatore ci vuole attivamente uniti alla sua feconda magnanimità. E la mietitura? Non è forse la semina tutta in vista del raccolto? Certamente. Il legame stretto tra semina e raccolto è ribadito dallo stesso San Paolo, che afferma: «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2 Cor 9,6). Ma di quale raccolto si tratta? Un primo frutto del bene seminato si ha in noi stessi e nelle nostre relazioni quotidiane, anche nei gesti più piccoli di bontà. In Dio nessun atto di amore, per quanto piccolo, e nessuna «generosa fatica» vanno perduti (Evangelii gaudium, 279). Come l’albero si riconosce dai frutti (Mt 7,16.20), così la vita piena di opere buone è luminosa (Mt 5,14-16) e porta il profumo di Cristo nel mondo (2 Cor 2,15). Servire Dio, liberi dal peccato, fa maturare frutti di santificazione per la salvezza di tutti (Rm 6,22).
 
 

Stiamo lentamente uscendo da una situazione pesante causata dalla pandemia ma le prospettive immediate non sono così semplici da gestire visti i contraccolpi economici (aumento dei prezzi) e sociali (allontanamento, estraneità, solitudine, fatica relazionale), senza parlare di uno scenario internazionale tutt’altro che pacifico (venti di guerra, distanza fra ricchi e poveri, crisi ambientale, ecc.). Sento che siamo chiamati a vivere questo periodo cercando delle risorse interiori e punti di riferimento nel grande messaggio cristiano, patrimonio racchiuso nella sacra Scrittura ma anche nella tradizione della Chiesa che ha attraversato i secoli fino ad oggi. La Bibbia e la storia ci insegnano che l’atteggiamento della condivisione e dell’attenzione all’altro è sempre stata la scelta umanamente vincente e secondo la volontà di Dio. Non ci sono pretesti o paure, situazioni così catastrofiche o avverse che giustifichino atteggiamenti diversi, fatti di egoismo e chiusura, pessimismo lamentoso e disfattista. Sto leggendo in questi giorni qualche pezzo di storia passata (secolo scorso) e ahimè qualche vicenda attuale in altre latitudini (in qualche rivista missionaria) e facendo il confronto con situazioni non meno difficili e drammatiche, mi domando se la nostra lettura della realtà di oggi e soprattutto del come la stiamo vivendo, sia la forma più adeguata. Non c’è dubbio che nella nostra società non abbiamo raggiunto il paradiso (che non è di questo mondo, diceva mio nonno) ma probabilmente dobbiamo imparare a cambiare le premesse per uno sguardo nuovo. Da sempre la forza propulsiva di un popolo è scaturita da valori alti, da principi forti, da ideali positivi, capaci di trascinare le persone verso mete sicuramente impegnative ma in ogni caso raggiungibili con le virtù della pazienza, della costanza, della collaborazione, dell’umiltà, del sacrificio. Percepiamo che queste sottolineature si possono interpretare come traduzioni concrete del messaggio evangelico. Hanno sostenuto i nostri antenati in tornanti oscuri della storia e hanno offerto tante volte l’energia per risorgere da situazioni di fatica e prostrazione. Come dice ripetutamente papa Francesco non siamo semplicemente in un epoca di cambio ma in un cambio d’epoca, con situazioni radicalmente nuove che chiedono scelte, soluzioni e percorsi umani inediti. Come cristiani abbiamo nel Signore che ci parla e nei doni che ci elargisce, una fonte di luce e di forza di grande valore e utilità per la missione che ci attende.

Trent’anni fa san Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura. Il tema scelto per questa trentesima Giornata, «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36), ci fa anzitutto volgere lo sguardo a Dio “ricco di misericordia” (Ef 2,4), il quale guarda sempre i suoi figli con amore di padre, anche quando si allontanano da Lui. La misericordia, infatti, è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme. Per questo possiamo dire, con stupore e riconoscenza, che la misericordia di Dio ha in sé sia la dimensione della paternità sia quella della maternità (cfr Is 49,15), perché Egli si prende cura di noi con la forza di un padre e con la tenerezza di una madre, sempre desideroso di donarci nuova vita nello Spirito Santo. Testimone sommo dell’amore misericordioso del Padre verso i malati è il suo Figlio unigenito. Quante volte i Vangeli ci narrano gli incontri di Gesù con persone affette da diverse malattie! Egli «percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo» (Mt 4,23). Possiamo chiederci: perché questa attenzione particolare di Gesù verso i malati, al punto che essa diventa anche l’opera principale nella missione degli apostoli, mandati dal Maestro ad annunciare il Vangelo e curare gli infermi? (cfr Lc 9,2). Quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare, a questo proposito, i numerosi ammalati che, durante questo tempo di pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco, allora, l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza. Visitare gli infermi è un invito rivolto da Cristo a tutti i suoi discepoli. Quanti malati e quante persone anziane vivono a casa e aspettano una visita! Il ministero della consolazione è compito di ogni battezzato, memore della parola di Gesù: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36). Cari fratelli e sorelle, all’intercessione di Maria, salute degli infermi, affido tutti i malati e le loro famiglie. Uniti a Cristo, che porta su di sé il dolore del mondo, possano trovare senso, consolazione e fiducia. (Messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del malato)

Al di là di ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza, la pandemia ha messo in luce numerose fragilità a livello personale, comunitario e sociale. Non si è trattato quasi mai di fenomeni nuovi; ne emerge però con rinnovata consapevolezza l’evidenza che la vita ha bisogno di essere custodita. Ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione. Questo è vero per tutti, ma riguarda in maniera particolare le categorie più deboli, che nella pandemia hanno sofferto di più e che porteranno più a lungo di altre il peso delle conseguenze che tale fenomeno sta comportando.
Il nostro pensiero va innanzitutto alle nuove generazioni e agli anziani. Le prime, pur risultando tra quelle meno colpite dal virus, hanno subito importanti contraccolpi psicologici, con l’aumento esponenziale di diversi disturbi della crescita; molti adolescenti e giovani, inoltre, non riescono tuttora a guardare con fiducia al proprio futuro. Anche le giovani famiglie hanno avuto ripercussioni negative dalla crisi pandemica, come dimostra l’ulteriore picco della denatalità raggiunto nel 2020-2021, segno evidente di crescente incertezza. Tra le persone anziane, vittime in gran numero del Covid-19, non poche si trovano ancora oggi in una condizione di solitudine e paura, faticando a ritrovare motivazioni ed energie per uscire di casa e ristabilire relazioni aperte con gli altri. Quelle poi che vivono una situazione di infermità subiscono un isolamento anche maggiore, nel quale diventa più difficile affrontare con serenità la vecchiaia. Nelle strutture residenziali le precauzioni adottate per preservare gli ospiti dal contagio hanno comportato notevoli limitazioni alle relazioni, che solo ora si vanno progressivamente ripristinando. Anche le fragilità sociali sono state acuite, con l’aumento delle famiglie – specialmente giovani e numerose - in situazione di povertà assoluta, della disoccupazione e del precariato, della conflittualità domestica. Il Rapporto 2021 di Caritas italiana ha rilevato quasi mezzo milione di nuovi poveri, tra cui emergono donne e giovani, e la presenza di inedite forme di disagio, non tutte legate a fattori economici. Se poi il nostro sguardo si allarga, non possiamo fare a meno di notare che, come sempre accade, le conseguenze della pandemia sono ancora più gravi nei popoli poveri, ancora assai lontani dal livello di profilassi raggiunto nei Paesi ricchi grazie alla vaccinazione di massa.
Sin dai primi giorni della pandemia moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell’esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori.
Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Anche la riaffermazione del “diritto all’aborto” e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l’omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. “Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell’aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. […] Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l’applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore” (Card. G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio Episcopale Permanente, 27 settembre 2021).
Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un’esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell’umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro disperazione. La risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l’esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza. Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire è avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscano reciprocamente, come genitori si prendano cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. E’ il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene” (Papa Francesco, Omelia, 19 marzo 2013). Le persone, le famiglie, le comunità, le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremmo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata. (Messaggio per la 44^ Giornata Nazionale per la vita)