C'è un tratto che ci contraddistingue come parrocchie, che ci viene riconosciuto anche dalle realtà civili: la capillarità delle relazioni e dei legami fraterni, l’essere reciprocamente prossimi. In questo intreccio reale e vivente dove ognuno è volto amato, nome preciso e non indistinto, persona riconosciuta - possiamo far brillare la forza e la bellezza della Risurrezione, l’evento che rinnova e trasforma il mondo. Le comunità del Risorto, pertanto, rappresentano il cuore del presente orizzonte pastorale, in collegamento ideale con le comunità descritte negli Atti degli apostoli. Gli eventi della storia, in particolare il coronavirus con le sue conseguenze, e il Risorto - come succede ai discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) - ci rimettono in viaggio, con fiducia e speranza. La novità della Risurrezione rinnova e trasforma il mondo anche attraverso parrocchie che continuamente intrecciano e coniugano l’ascolto della Parola di Dio, la celebrazione dell’Eucaristia – sorgente di ogni dono - e il servizio premuroso ai fratelli. Lo ascoltiamo, con gratitudine e sorpresa, ancora una volta dal testo degli Atti:
«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (Atti 2,42-45).
Siamo anche consapevoli di un’ulteriore fragilità: non abbiamo e non avremo risposte e sostegni efficaci e definitivi, in grado di risolvere ogni disagio e domanda di aiuto. Possiamo però esercitare una qualità che ci è tipica e in cui siamo esperti: la capillare prossimità e la gratuità delle relazioni.
"La carità nel tempo della fragilità"

Avevamo iniziato lo scorso anno pastorale Nella gioia del Battesimo con il desiderio di sostare presso il fonte battesimale: il Signore ci ha preso sul serio perché noi potessimo prendere sul serio il Battesimo, rendendo evidente il Vangelo non solo nella partecipazione alla vita parrocchiale, ma anche nella laica testimonianza cristiana nei luoghi della vita e riscoprendo la preghiera personale o in famiglia. La testimonianza di tante persone in questi mesi ha tradotto la «rara umanità» e reso credibile il Vangelo della vicinanza. L’attuale situazione di fatica e di incertezza, che fa emergere ancora più fortemente le vecchie povertà e ne evidenzia di nuove, richiede ulteriore slancio e generosità. Non vanno, infatti, trascurate le povertà già conosciute – precarietà economica, dipendenze, malattie, abusi e disuguaglianze - alle quali si vanno aggiungendo una profonda crisi occupazionale, un vero distanziamento sociale da reddito, la mancanza di risorse pubbliche, la crescente marginalità sociale, la povertà educativa e il danno ambientale. Preoccupa adesso, in modo particolare la mancanza di lavoro, la violenza relazionale esplosa in alcune famiglie, la solitudine degli anziani, l’arretramento scolastico e la perdita di socializzazione di una fascia non piccola di bambini, ragazzi e adolescenti. Bisogna, inoltre, vigilare sulla crescente percezione dell’altro inteso come “nemico”. In questo senso come credenti possiamo formarci e dare il nostro contributo in ordine alla responsabilità della parola, perché il nostro linguaggio non sia segnato da ostilità, violenza e sospetto, ma misurato, gentile e capace di tenerezza. Inoltre, se da sempre stiamo all’erta per paura di essere derubati di qualcosa, ora ci fa paura anche la sola vicinanza dell’altro. La prudenza sanitaria rischia di ammalare la bellezza e il valore dell’altro, accanto a noi. Indubbiamente però questo tempo ci affratella nella comune fragilità, superando anche una definizione statica di “povero” e “ricco”: oggi siamo tutti potenzialmente poveri, tutti esposti, al pericolo dell’insicurezza sociale ed economica. La fragilità può portarci in dono la consapevolezza che nessuno si salva da solo e che siamo tutti necessariamente interconnessi: «Siamo tutti sulla stessa barca». “La carità nel tempo della fragilità”.

Da questa settimana, nella nostra riflessione di fondo, ci affidiamo al testo diocesano pensato per questo anno pastorale: “La carità nel tempo della fragilità”. Ci accompagnerà sicuramente in Avvento, almeno fino a Natale, con il suggerimento di iniziative personali, famigliari e comunitarie, per dare ‘corpo’ alle nostre parole di attenzione e di cura verso chi è nella fatica e nel bisogno.

Questo testo trova la sua origine nel tempo della pandemia e delle sue drammatiche conseguenze. Rappresenta una prospettiva pastorale, quasi un orizzonte da intuire e realizzare insieme. In modo trasversale il virus ci ha rivelato la fragilità come segno distintivo della condizione umana che invoca prossimità e vicinanza: la carità, dono del Signore. Questa prospettiva, che segnerà l’anno pastorale 2020-2021, mette in evidenza il volto dell’intera comunità cristiana e non vorrebbe primariamente introdurre nuovi compiti e iniziative. Viene suggerita, soprattutto, una modalità, uno stile permanente di essere comunità cristiana, che poi prende forma e si concretizza in alcune scelte e proposte. Il coinvolgimento dell’intera parrocchia permette di non pensarci per “settori” separati l’uno dall’altro e per “delega”, affidando le responsabilità di tutti i battezzati solo ad alcuni. Tale orizzonte pastorale, che riprende alcune indicazioni contenute nel testo Le comunità cristiane del Risorto, ha bisogno della creatività e generosità sia di pensieri che di prassi di ogni battezzato. In tutte le parrocchie c’è un tesoro di motivazioni e di spiritualità, un potenziale di intelligenza e di disponibilità fattiva da “trafficare” per sviluppare strade inedite e inimmaginabili. Un compito particolare assumono, ancora di più in questo momento, gli Organismi di comunione, chiamati a curare un’ampia comunicazione e la traduzione in loco di queste proposte, investendo in fiducia e nella partecipazione di molti. Di fatto ciascuno di noi può ricevere e ognuno può dare; ognuno può trovarsi nel bisogno e ognuno può offrire le proprie risorse. «È divino non soltanto amare dando agli altri, ma è divino avere la capacità di ricevere dall’altro». «Nessuno è così povero da non aver niente da dare e nessuno è così ricco da non aver niente da ricevere».

Sembra essere diventato un tema di moda ma in realtà, al di là delle accentuazioni terminologiche, stiamo parlando di una dimensione che per il messaggio cristiano è costitutivo. ‘Fraternità’ è un aspetto così rilevante che in un contesto individualistico come il nostro, si è sentita l’esigenza di rimarcarlo per il timore di perdere di vista un elemento essenziale che, se venisse meno, potrebbe far cadere il tutto. A livello ideale è sempre stato un valore e trova le sue sorgenti di ispirazione nel vangelo stesso. Dice Gesù: “uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (cfr. Mt 23,8). La dimensione della fraternità è la riscoperta di una fondamentale uguaglianza che trova forza nell’essere tutti figli dello stesso Padre, Dio del cielo e della terra. Tutto ciò è anche espressione della dignità di ognuno al di là delle differenze personali, delle capacità o possibilità individuali. Già dalle origini della chiesa nascente questo insegnamento rivoluzionario si è tradotto in esperienze comunitarie che trovano un punto di riferimento normativo negli Atti degli Apostoli dove si parla di comunità di cristiani che “avevano un cuor solo e di un anima sola… fra loro tutto era in comune” (cfr. Atti 4,32). Questa intuizione evangelica fattasi esperienza di vita si è tradotta pure in pensiero, progetto politico e sociale. Pensiamo al lemma della rivoluzione francese del 1789 che nella terza parola-slogan ha proprio ‘fraternitè’. Ma avvicinandoci a noi e al nostro cammino di fede, in specie quello che offriamo ai ragazzi della Iniziazione Cristiana, il momento della proposta formativa più matura porta proprio questo nome: fraternità. E’ il periodo catechistico che viene subito dopo i sacramenti della Iniziazione Cristiana (Cresima e Prima Eucaristia) che porta a maturazione i doni di grazia ricevuti dal Signore. Questo tempo catechistico tecnicamente si chiamerebbe ‘mistagogia’. E’ uno spazio di metabolizzazione perché ciò che si è ricevuto diventi energia di vita nuova, scoperta della forza di bene che ci viene dal Signore e dai suoi sacramenti, valorizzazione concreta di questi aiuti spirituali che Gesù Cristo ci regala con grande abbondanza. Ma c’è un dettaglio fondamentale che non ci deve sfuggire: tutto questo ‘funziona’ se facciamo un percorso insieme agli altri, dentro una dinamica di comunità, anche se piccola come può essere un gruppo di catechesi. Ancora una volta la fraternità vissuta è il grembo di una vera esperienza di fede. Altre strade alternative non danno molte garanzie.

La nostra riflessione si arricchisce di ciò che abbiamo ricevuto domenica scorsa nell’incontro di anniversario dell’Unità Pastorale. La riflessione di don Luca Facco (Direttore della Caritas diocesana) ha evidenziato la portata catechistica, pedagogica, ecclesiale e pastorale della carità. Anzitutto la carità non sono cose da fare, impegni da assumere o progetti da realizzare ma è la stessa persona di Gesù. Vivere la carità è annunciare Gesù, testimoniare Gesù morto e risorto, vivo in mezzo a noi. E questo attraverso di noi. C’è una bella preghiera medioevale che dice: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani, Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per arrivare agli uomini e alle donne di oggi”. La carità concreta verso l’altro è già una buona notizia, un vangelo vissuto, una catechesi spicciola che insegna la fecondità della fede che si fa appunto amore per il prossimo, aiuto verso il bisognoso, cura e attenzione a chi è nella necessità. La carità è di tutti, non appannaggio di un settore della parrocchia, qualcosa che gestisce Caritas. La carità è il modo di essere di tutta una comunità cristiana, dice il suo volto, il suo stile. Allora fa catechesi, insegna qualcosa di Gesù e del suo vangelo, chi parla di lui e di ciò che ha detto e fatto (catechisti, educatori, accompagnatori), ma anche chi vive gesti concreti di bontà e di solidarietà. Se ci sono più persone che vivono con questa sensibilità si crea un clima umano e cristiano di fraternità, si ricostruisce un ambiente favorevole che ci fa respirare e praticare i valori insegnati da Gesù in modo naturale e quasi spontaneo. Viene alla mente il clima che sapeva instaurare Madre Teresa di Calcutta con i suoi gesti di carità, come riusciva a abbattere le barriere culturali, sociali e religiose più alte che separavano le persone e i gruppi. Dobbiamo riconoscere che il tempo che stiamo vivendo non è favorevole, sembra raffreddare ulteriormente la voglia di incontrare e lo slancio di aiutare. Ma la vocazione della comunità cristiana (tutta) è proprio questa: continuare ad essere quell’ambiente vitale fatto di persone che rendono plausibile e credibile il vangelo di Gesù, perché incarnato in parole ed opere, in gesti di accoglienza e ascolto, in prossimità di sostegno e aiuto, in scelte preferenziali verso i più deboli e vulnerabili (gli scarti della nostra società, che abbiamo anche tra noi). La nostra vita (caritatevole), personale e comunitaria, sarà una catechesi.

Stiamo approfondendo le varie sfaccettature di una catechesi realmente iniziatica, cioè capace di introdurci nel mistero di Cristo, della sua persona e del suo messaggio che si sintetizza nel suo vangelo. Non è un caso che nel percorso di catechesi offerto ai bambini e ragazzi trova un momento cruciale nella consegna dei santi vangeli: dopo un periodo congruo di introduzione per apprendere i fondamentali della vita cristiana, almeno nella loro essenza e in modo adeguato all’età e alla capacità recettiva dei destinatari, i bambini ricevono in dono il libro dei vangeli che li vuole aiutare a entrare in un cammino al seguito di Gesù. Diventano così suoi ‘discepoli’, disposti ad imparare il segreto di una vita bella, sull’esempio che ci dà il Signore attraverso le sue parole, i suoi gesti e soprattutto il dono totale di sé nella Pasqua di passione, morte e resurrezione. Guarda caso questo grande mistero di amore lo viviamo ogni volta partecipiamo all’Eucaristia, assieme a tutta la comunità cristiana. Ma il Vangelo-Parola trova la sua forza nel Vangelo-Vita e qui il luogo più bello ed efficace della catechesi è l’ambiente famigliare. La famiglia è la ‘palestra’ di ciò che si apprende nella catechesi offerta in parrocchia, spazio e tempo nel quale mettiamo in pratica l’insegnamento di Gesù e sperimentiamo la bontà e la bellezza del suo messaggio se vissuto. Ovviamente tutto questo non passa attraverso lunghi discorsi o grandi prediche, piuttosto con i piccoli gesti e le scelte concrete quotidiane che vengono compiute insieme. Per esempio se prima di mangiare si ringrazia il Signore comprendiamo che è il buon Dio a darci ‘il pane quotidiano’. Nel periodo Covid una famiglia mi ha confidato che si sono abituati a spegnere ogni tanto la Tv e aprire il vangelo leggendolo, condividendo qualcosa insieme e concludendo con una piccola preghiera. Se in questo mese missionario si decide in famiglia di dare qualcosa per le missioni, magari mettendo ognuno, piccoli e grandi, parte del proprio, darebbe una grande efficacia alla proposta che il don fa in chiesa per aiutare le persone più povere nel mondo, bisognose di un sostegno. IL vangelo vissuto in famiglia educa gradualmente le nuove generazioni attraverso una testimonianza spicciola dei più grandi che parlano più con le opere che con le parole. Questa catechesi famigliare è ciò che rende autentico ed efficace tutto il resto.

L'inizio solenne e speciale del cammino dell’Iniziazione Cristiana di quest’anno per i bambini/ragazzi accompagnati dai loro genitori diventa l’occasione per approfondire la nostra riflessione sul senso e la possibile efficacia del percorso che stiamo realizzando insieme. Un elemento immancabile di un vero processo di crescita è sicuramente la dimensione relazionale e comunitaria, ‘condita’ con momenti esperienziali di gioco e attività. E’ quella che noi chiamiamo la “catechesi ludica”, una delle ruote perché la macchina della iniziazione possa muoversi e correre in modo fluido. Sempre più chiaramente le conoscenze psico-pedagogiche confermano che un vero apprendimento passa attraverso due fondamentali canali: la vista e l’esperienza concreta.
Questo è vero per tutti ma in modo del tutto speciale per i più giovani. Ormai si è figli della Tv (del computer, cellulare…): si ascolta (solo) guardando e si impara (solo) sperimentando. Queste acquisizioni sono entrate appieno nella proposta catechistica che realizziamo costantemente. Allo stesso tempo riteniamo che sia opportuno offrire occasioni specifiche in questo senso e senza aspettare eventi eccezionali come possono essere il grest o un campo-scuola estivo. La scelta catechistica di quest’anno contempla momenti precisi per vivere anche questa dimensione e gli ambienti del patronato sono il contesto ideale per realizzare il nostro progetto. Quello che chiediamo è semplicemente fiducia sia da parte dei bambini e ragazzi oltre che dei loro genitori. Il nostro obiettivo è creare le condizioni perché chi fa il percorso di catechesi ne colga la bellezza e si senta coinvolto da protagonista, diventi per lui un momento bello e atteso, nel quale il linguaggio catechistico iniziatico fatto di parole, gesti, immagini, attività, esperienze, incontri, testimonianze, favorisca un vero e proprio cammino di fede che cresce con gli anni. Naturalmente le altre dimensioni della proposta di catechesi come i contenuti da comunicare e le celebrazioni da vivere saranno parte integrante del cammino. Ci stiamo rendendo conto che il periodo-Covid invece di affievolire le nostre motivazioni ha affinato le nostre strategie. Niente male per un nuovo inizio.

Di domenica in domenica continuiamo il nostro cammino e questo è precisamente il senso della vita cristiana che ci porta a fare passi verso Cristo in tappe di avvicinamento che favoriscono il nostro incontro con Lui. Qualcuno potrebbe dire: ma come è possibile questo, dal momento che Gesù è vissuto 2000 anni fa? Ecco il punto. Gesù non è morto ma è vivo, Cristo è risorto e la sua presenza va oltre i limiti del tempo e dello spazio. Avere fede è credere in questa realtà che diventa per noi non solo possibilità effettiva ma perfino dono, regalo inestimabile per noi. Fondamentalmente abbiamo due canali preferenziali per poter accedere a una esperienza di incontro con Lui: la preghiera personale e la liturgia comunitaria che trova nella Messa e in particolare nell’Eucaristia domenicale al suo vertice.
La preghiera personale è esercizio di spiritualità, percorso di ricerca, nella parte più intima di noi stessi che, se visitata, ci permette di incontraci non solo con la nostra profonda verità, ma anche con la verità di Dio che abita in noi dal nostro battesimo. Gli occhi del cuore si allenano un poco alla volta e il collirio della preghiera ci dà luce gradualmente per riuscire a cogliere e accogliere la presenza del Signore nella nostra vita. Se poi ci diamo una mano anche in famiglia, tra genitori e figli, questo processo iniziatico diventa ancora più fluido ed efficace. Un esempio formidabile è la vita di Carlo Acutis, morto a soli 15 anni di leucemia: beatificato il 10 ottobre ad Assisi ha fatto della sua vita un capolavoro nel quale i colori più belli che ha usato sono stati la preghiera, il Rosario, l’Eucaristia, la sua “autostrada” verso il cielo, come amava definirla lui.
Il secondo canale di incontro con il Signore vivo, ancora più grande e più bello, è la Liturgia specialmente quella celebrata in modo festoso la domenica. Come dice il vangelo di questa domenica siamo tutti chiamati come invitati speciali a un banchetto. L’incontro con il Signore è come andare a nozze, espressione massima di gioia e di festa. Tutto parla della sua misteriosa presenza, lo Sposo che ci ama e ha dato perfino la vita per noi (“non c’è amore più grande di chi dà la vita…” (Gv 15,13)). L’incontro con Lui, assieme a tanti fratelli e sorelle è all’insegna della riconoscenza nel sperimentare la sua bontà e la sua benevolenza nei nostri confronti. Questo è il motivo della festa cristiana che diventa canto, amicizia, accoglienza, incontro fraterno, desiderio rinnovato di bene, forza di testimonianza e impegno concreto di carità. Tutto scaturisce dall’incontro con il Signore nella Liturgia che è “fonte e culmine della vita cristiana” come dice la “Sacrosanctum Concilium”, il documento del Concilio Vaticano II che parla della Sacra Liturgia. (SC 10). Continuiamo allora ad alimentare la nostra fede cristiana, perché rimanga viva e feconda di frutti con i grandi canali di grazia con i quali il Signore ci viene incontro, quali sono la preghiera e la liturgia.

Continuiamo il nostro percorso riflessivo in una progressione che ci dovrebbe portare a una più profonda e cristiana comprensione del significato e della forza di grazia dei sacramenti. Stiamo assistendo a un graduale e inesorabile logoramento di questi grandi doni, sicuramente fondamentali per la nostra fede ma bisognosi di un vissuto vitale perché siano adeguatamente compresi e vissuti. Per dirla in altro modo, ci poniamo insieme alcuni interrogativi. Quanti di noi sentono l’esigenza vitale di andare a celebrare l’Eucaristia almeno una volta alla settimana e non come precetto o obbligo religioso da espletare bensì come necessità interiore di incontro con il Signore della nostra vita? Quale posto sta assumendo il sacramento della Riconciliazione all’interno di quel cammino di fede personale che chiede una costante conversione, come ci ribadisce infinite volte il vangelo di Gesù? Come viene vissuto il sacramento della Cresima dai ragazzi e dai loro genitori o, detto ancora meglio, che ruolo gioca la presenza dello Spirito Santo, che in fondo è lo Spirito di Gesù in noi, datoci in dono, nelle nostre scelte quotidiane, nella nostra vocazione e missione di battezzati? In cosa ci serve la Confermazione per fare più bella, più libera, più gioiosa la nostra vita? Sentiamo che il Signore sta chiamando tutti, singoli, famiglie e comunità cristiane a fare il punto. Tutti i sacramenti ci legano in modo particolare a Gesù e al suo corpo vivente che è la Chiesa. Ogni sacramento ci inserisce nella Pasqua di Cristo e approfondisce il nostro rapporto con Lui: una relazione di amicizia (comunione), di misericordia (riconciliazione), di novità di vita e conversione (battesimo), di dono di sé verso l’altro/a (matrimonio) e verso tutti (Ordine e vita consacrata). Siamo invitati a una riscoperta dell’unità profonda tra i doni sacramentali e il cammino di fede, la formazione e la celebrazione, tra la riflessione e la vita, la festa e il lavoro quotidiano, i progetti e la fragilità. Percepiamo sempre più chiaramente che il cristianesimo nel nostro mondo occidentale e anche in Italia e a Villafranca, è chiamato a un giro di boa, in termini di verità e freschezza, di profondità e vitalità. I sacramenti sono energia spirituale a nostra disposizione (grazia) e perché ciò avvenga hanno bisogno di un prima, di un durante, di un dopo che va preparato, accolto e continuato con frutti di vita. E’ l’augurio che facciamo a chi riceverà i sacramenti in quest’anno ma anche a tutti coloro che sono chiamati a viverli nella loro quotidiana potenzialità di bene.

Come il vento di questi giorni spazza via le nubi o le possibili foschie lasciando un cielo più terso e più vero perché libero da tanto inquinamento, così è stato anche il periodo Covid per i nostri cammini di fede, specialmente quelli pubblici e comunitari. E nemmeno il cammino di catechesi, che modernamente ora si chiama Iniziazione Cristiana, è stato esente da questo soffio forte che ha scoperchiato tante cose e resi più visibili convinzioni e motivazioni, ma anche, vogliamo essere sinceri, ambiguità e incertezze. Per ripartire con il piede giusto non possiamo non tenerne conto e assumere ciò che abbiamo scoperto con rinnovata consapevolezza. Cosa abbiamo acquisito? 1. Anzitutto che l’Iniziazione Cristiana è un’esperienza primariamente famigliare. Non solo perché sono coinvolti i genitori in alcuni incontri in parrocchia ma perché il cammino di fede dei figli, a partire già dal sacramento del battesimo, trova in famiglia occasioni, momenti, spazi in cui la fede si alimenta, si approfondisce, si prega, si vive. “L’angolo bello” del tempo quaresimale e pasquale è stato un modo per allenarci a questo. Sarebbe bello continuarlo, anche in altre forme. 2. Per non ridurre l’Iniziazione Cristiana a pura dottrina o comunicazione di semplici nozioni, anche se condite con qualche gioco simpatico, ma perché sia effettivamente un momento iniziatico, cioè favorisca l’incontro vivo con Gesù, ha bisogno di una esperienza liturgica, in cui si celebra la vita. Questo chiede darsi occasioni concrete di celebrazione con il gruppo nella comunità. Il “top” è la Eucaristia domenicale ma non si escludono altri momenti e forme. 3. Nel percorso quello che è più importante non sono le cose da fare ma le relazioni da vivere. Il Signore ‘passa’, si fa vedere, si manifesta attraverso questo canale preferenziale. E’ l’esperienza gioiosa dell’incontro che rivela la presenza nascosta e vicina del Signore mentre si narra ai fratelli (ragazzi e genitori) e si ascolta (il vissuto di tutti) quello che abbiamo scoperto del vangelo e quanto sia di aiuto la fede per la nostra vita.
Vale la pena ridurre l’Iniziazione Cristiana a un percorso di sopravvivenza? Sentirci intruppati in un cammino che riteniamo alla fin fine poco utile? Farlo nostro perché così fan tutti? Viverlo con sofferenza perché non siamo convinti che realmente serva per la nostra vita? O non varrebbe la pena farlo diventare un camino di ripartenza reale per la nostra decisione di fede? Un’occasione per piccoli e grandi di ritrovare una risorsa che diventi luce e forza per le nostre scelte quotidiane?

Dopo la pausa estiva e la forzata ‘quarantena’ generale a motivo del Covid 19 sentiamo la necessità di una ripartenza a tutti i livelli. Anche la vita della comunità cristiana e il cammino della fede sente bisogno di nuovo ossigeno. Allo stesso tempo ci rendiamo conto che ‘non può più essere come prima’. Io applico questa espressione al fatto che il periodo acuto della pandemia, con il “lookdown” che ha investito tutto e tutti, è stato un momento di verità: di noi stessi, della nostra fragilità, della nostra società e della sua strutturazione, delle convinzioni profonde prevalenti, ma anche delle paure emergenti, del ruolo della fede nella nostra vita e del rapporto vitale con Dio nelle situazioni e nelle scelte fondamentali dell’esistenza. Da qui dobbiamo ripartire. L’occasione quindi non solo di ricominciare e basta, ma una necessaria riflessione per fare il punto. Cosa ci ha detto ciò che è capitato? E’ stato semplicemente un incidente di percorso? Sta dicendo qualcosa ai nostri stili di vita? E Dio centra con tutto questo? Gli avvenimenti che accadono possono essere veicoli di un messaggio letto alla luce della fede? In fondo il testo biblico, Antico o Nuovo Testamento che sia, accende luci sulla vita delle persone e dei popoli proprio in questo modo. Come comunità parrocchiale non possiamo non fermarci e interrogarci per partire con il piede giusto. Lo faremo a livello di Consiglio Pastorale ma invito tutti i gruppi a fare una riflessione su come costruire in modo nuovo, adeguato ai tempi, i nostri percorsi di formazione e di preghiera, le nostre attività di incontro e di servizio. Quello che è chiaro è che vanno rispolverate le motivazioni di fondo e gli obiettivi del nostro essere comunità credente in questo tempo. Abbiamo la sensazione che questo passaggio di riflessione sia fatto anche nelle nostre famiglie. Oltre alle fatiche e le incertezze del lavoro e della situazione economica, oltre le paure delle relazioni o delle ripartenze scolastiche (e non solo) dei figli, resta quell’intuizione riscoperta durante il periodo acuto del Covid che certi valori fatti di presenza e dialogo, di amore e di aiuto, di fede e di preghiera restano fondamenti essenziali per la vita quotidiana che meritano assoluta priorità. Ci domandiamo se sono tornati ad essere convinzioni acquisite. Ci auguriamo un cammino nuovo, per tutti, pieno di fiducia e speranza.

L'ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale. Di fatto, il deterioramento dell’ambiente e quello della società colpiscono in modo speciale i più deboli del pianeta: «Tanto l’esperienza comune della vita ordinaria quanto la ricerca scientifica dimostrano che gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera». Per esempio, l’esaurimento delle riserve ittiche penalizza specialmente coloro che vivono della pesca artigianale e non hanno come sostituirla, l’inquinamento dell’acqua colpisce in particolare i più poveri che non hanno la possibilità di comprare acqua imbottigliata, e l’innalzamento del livello del mare colpisce principalmente le popolazioni costiere impoverite che non ha dove trasferirsi. L’impatto degli squilibri attuali si manifesta anche nella morte prematura di molti poveri, nei conflitti generati dalla mancanza di risorse e in tanti altri problemi che non trovano spazio sufficiente nelle agende del mondo.
49. Vorrei osservare che spesso non si ha chiara consapevolezza dei problemi che colpiscono particolarmente gli esclusi. Essi sono la maggior parte del pianeta, miliardi di persone. Oggi sono menzionati nei dibattiti politici ed economici internazionali, ma per lo più sembra che i loro problemi si pongano come un’appendice, come una questione che si aggiunga quasi per obbligo o in maniera periferica, se non li si considera un mero danno collaterale. Di fatto, al momento dell’attuazione concreta, rimangono frequentemente all’ultimo posto. Questo si deve in parte al fatto che tanti professionisti, opinionisti, mezzi di comunicazione e centri di potere sono ubicati lontani da loro, in aree urbane isolate, senza contatto diretto con i loro problemi. Vivono e riflettono a partire dalla comodità di uno sviluppo e di una qualità di vita che non sono alla portata della maggior parte della popolazione mondiale. Questa mancanza di contatto fisico e di incontro, a volte favorita dalla frammentazione delle nostre città, aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali. Ciò a volte convive con un discorso “verde”. Ma oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri. (Laudato Si’, 48-49)