Per approfondire il significato del Sinodo riportiamo uno stralcio della riflessione del vescovo Claudio, nella celebrazione eucaristica con l’Indizione del Sinodo diocesano, 16 maggio 2021.
Sinodo è anche preghiera. È la preghiera, in comunione con la preghiera sacerdotale di Gesù, di saper camminare insieme, arricchiti dalle nostre usanze e ma anche andando oltre, superando le nostre resistenze e vincendo presunzioni e individualismi. È preghiera di invocazione: «che siano una cosa sola!». Preghiera che assomiglia a quella dei poveri, di coloro che invocano da Dio giusti-zia e dignità, senza pretese perché sono poveri; le invocano come Grazia.
Sinodo è speranza. La speranza si accende quando ci si sente chiamati a raggiungere una meta impegnativa, alta, bella; quando ci si aspetta qualcosa di più, quando si possiedono beni che si desidera condividere con le persone a cui si vuole bene. Questa speranza è dell’intera comunità dei battezzati che è composta anche da presbiteri, da diaconi, da consacrate e consacrati, dalle diverse ministerialità e carismi presenti nel popolo di Dio; e che percepisce il pericolo della dispersione, della frantumazione e che desidera orientarsi anche comunitariamente secondo la volontà di Dio Padre. Il Sinodo nasce dal desiderio del Vescovo di rendere possibile la strada del futuro e della missione. Strada da percorrere tutti insieme, ognuno con il suo carisma, «avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace», al servizio di tutti coloro che il Signore ama. È tempo quindi di una sintesi ecclesiale che permetta di guardare al futuro “insieme”, con un rinnovato coraggio; anzi con un rinnovato entusiasmo. È venuto il tempo di favorire il futuro e di an-dargli incontro mettendoci in ascolto dello Spirito del Signore Risorto
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Questa parola viene dal greco “camminare insieme”. Il vescovo Claudio ha chiamato tutti noi ad un grande cammino di riflessione, ascolto, racconto e sogno per il futuro, che durerà alcuni anni e punta al rinnovamento del modo di essere Chiesa.
Il Sinodo è un’esperienza ecclesiale e spirituale.
Ecclesiale perché l’essere Chiesa implica sempre la disponibilità a camminare insieme. Significa condividere una visione, una prospettiva che ci attrae e individuare le tappe e le modalità (processi) che attivino un cambiamento duraturo ed efficace. In questo senso “Chiesa” e “Sinodo” sono sinonimi.
Spirituale perché è un’esperienza ispirata dallo Spirito Santo e conserva, pertanto, un margine ampio di apertura e imprevedibilità, caratteristiche dello Spirito, che soffia e va dove vuole. Per questo si utilizza l’espressione “celebrare il Sinodo”, perché di fatto significa riconoscere l’azione dello Spirito che accompagna sempre la nostra Chiesa.
Sinodo significa il diritto e il potere di parola affidato a tutti.
La capillarità del Sinodo, caratterizzato dall’atteggiamento dell’ascolto, permette ad ogni credente e battezzato di portare il proprio contributo di pensiero. Ogni parola, che mette in circolo l’esistenza di ciascuno e il Vangelo, è preziosa, è un dono che rinnova e qualifica il discernimento dell’intero popolo di Dio.
Sinodo significa scegliere insieme.
Il Sinodo intende attivare dei processi di cambiamento frutto di ascolto e di discernimento. Il Sinodo non guarda solo le questioni immediate, ma rivolge il suo sguardo a ciò che siamo chiamati a diventare nel medio-lungo periodo. Nelle grandi sfide e questioni che interpellano tutti, decidere e scegliere insieme è garanzia di fedeltà al Signore e di comunione. Il Sinodo, pertanto, vorrebbe attivare processi di cambiamento, che coinvolgano tutti i soggetti ecclesiali e che permettano di
annunciare, oggi e qui, la gioia del Vangelo
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Stiamo concludendo un mese dedicato a Maria e lo celebreremo riconoscenti con la tradizionale Eucaristia all’aperto nel chiostro del nostro amato Santuario il 31 maggio. Non esito a dire che abbiamo realizzato un cammino di fede, assieme a fratelli e sorelle credenti e soprattutto assieme a Maria, la “pellegrina della fede”, come l’aveva definita San Giovanni Paolo II nell’ormai lontano 1087, anno mariano. Per il popolo cristiano la Madre di Gesù è sempre stata, e continua ad essere, un punto di riferimento per l’esperienza della fede che nasce e cresce in famiglia, si rafforza e si condivide nella comunità parrocchiale, si testimonia nella vita e nella società. La nostra relazione con il mondo religioso sta vivendo una grande trasformazione che allontana dalle tradizioni arrivate sino a qui e che chiede modi nuovi e creativi per incontrarci con il sacro. Anche la devozione mariana sta vivendo questi profondi cambiamenti e la figura di Maria vuole trovare un nuovo spazio nella vita di ogni cristiano. Nell’edizione 7 Giorni di Pasqua facevo a Suor Imelda questa domanda: “La devozione mariana è centrale per ogni cristiano. Alla luce della tua esperienza spirituale personale c’è qualcosa che senti particolarmente importante da condividere?”
Ed ecco la risposta: “Sono convinta che la devozione alla Madonna è da vivere e testimoniare ogni giorno: da infondere nei bambini, da condividere tra genitori, da far scoprire ai giovani, da praticare nel mondo degli adulti, perché è Maria che ci porta a Gesù. Raccomanderei a tutti un ascolto attento dei passi del Vangelo dove parlano di Maria: Annunciazione, Nascita di Gesù, Presentazione al Tempio, Nozze di Cana, Maria sotto la croce, Maria con gli Apostoli nel Cenacolo dopo la Resurrezione. Insomma, in sintesi, direi una devozione evangelica e adulta, maturata nell’ascolto e nella preghiera fatta con il cuore”.
Raccoglierei questi suggerimenti che mi sembrano ‘chiave’ per una vera devozione mariana e una rinnovata vita cristiana:
1. devozione evangelica, maturata nell’ascolto. Rifarci sempre alla fonte fondamentale della nostra fede, il santo Vangelo, dove, tra l’altro, si parla di Maria come donna che sa mettersi in ascolto del Signore che le parla e a cui risponde con il suo sì.
2. devozione adulta, una preghiera fatta con il cuore. La fede e la preghiera non sono cose da bambini ma di persone ‘grandi’, cresciute nella fede, e che si esprimono con sentimenti di sincerità e profondità (cuore)
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La Cresima e la Prima Eucaristia dei nostri amici dell’Anno dei Sacramenti sono i grandi doni che li abilitano a una vita cristiana a tutto tondo. In modo sportivo potremmo dire: è terminato l’allenamento e ora comincia la partita della vita cristiana che li porta a far vincere il bene sul male, in ogni momento, in ogni situazione, in ogni contesto. La settimana scorsa abbiamo evidenziato l’importanza del ruolo della comunità cristiana come grembo vitale per la nascita e la crescita nella fede creando un ambiente favorevole per i nostri ragazzi. Non meno strategico abbiamo presentato il ruolo dei genitori e della famiglia per aiutare a concretizzare una vita che profuma di vangelo e che si ispira allo stile che Gesù e che ci ha insegnato l’ amore a Dio, il Padre, e al prossimo, visto come fratello e sorella. In queste righe vogliamo invece mettere a fuoco la rilevanza fondamentale, per la crescita integrale di ogni ragazzo, dell’esperienza di gruppo. Nell’ambito catechistico, la fase post-sacramentale l’abbiamo chiamata “Fraternità”. E’ un tempo nel quale si approfondiscono i doni di grazia ricevuti nella Prima Eucaristia (amicizia con Gesù) e nella Confermazione (dono dello Spirito Santo). In questo senso, con una parola difficile, potremmo parlare di ‘mistagogia’. Vuol dire accompagnare i ragazzi a portare nella vita i doni ricevuti nella fede nel momento sacramentale. Per esempio alimentare un’amicizia con Gesù facendolo diventare il punto di riferimento (top model) della propria vita, ispirando atteggiamenti e scelte a quelle che troviamo nel Cristo dei vangeli. Inoltre imparare una confidenza quotidiana con la presenza dello Spirito di Dio che, se invocato, può aiutarci e insegnarci a fare bene ogni cosa: volere bene, ascoltare chi ci è accanto, consigliare chi sta sbagliando, incoraggiare le persone sconsolate e tristi, perdonare chi ci ha fatto del male, essere di aiuto a chi è nel bisogno, ecc. Tutto questo ha bisogno di un ambiente vitale adeguato che potremmo chiamare una palestra di vita: ecco la funzione del gruppo di catechesi che continua dopo la recezione dei sacramenti, la Fraternità appunto. E’ uno spazio di incontro, accompagnato da alcuni amici più grandi (educatori) che aiutano i ragazzi a mettere in pratica, insieme, i valori cristiani imparati, in un sostegno reciproco. La Fraternità diventa un luogo di relazioni e di condivisione che aiutano i ragazzi a fare una esperienza concreta di chiesa.

Il Signore è sempre generoso con noi e i doni sacramentali che molti ragazzi della nostra comunità stanno ricevendo ne sono una conferma tangibile. Questo sabato gli amici del discepolato hanno ricevuto l’abbraccio della misericordia del Padre attraverso il sacramento della riconciliazione. Innescare una dinamica di perdono dentro la nostra vita è di importanza vitale, direi rivoluzionaria per le relazioni e le possibilità di bene che questo favorisce. Imparare a perdonare come il Signore ci perdona immette nella nostra vita quotidiana una carta vincente che ci può aiutare in tante situazioni di stallo o perfino di conflitto. Sentiamo che questa esperienza fa bene ai piccoli e ai grandi, ai ragazzi e agli adulti, percependo, guardandoci attorno, che l’atteggiamento perdonante della misericordia sembra perdere terreno nella nostra società sempre più giustizialista e intollerante. E il prossimo fine settimana un altro grande doppio segno che il Signore pone a favore dei ragazzi dell’Anno dei Sacramenti: ricevere il dono dello Spirito che dà la forza di fare il bene e vivere la Prima Eucaristia nella comunione con il Signore assieme a tutta la comunità credente. Cresima e Comunione sono Santi Segni del Signore che introducono ancor più nell’amicizia con Dio e nel suo amore con e per noi. L’augurio è che i nostri ragazzi percepiscano la grandezza e la bellezza di questi doni che accendono la nostra fede, alimentano la nostra speranza e ci danno la forza di vivere nell’amore reciproco. Sono le virtù teologali che ogni cristiano riceve nel Battesimo e che crescono con la grazia dei Sacramenti che si ricevono nella nostra vita. Sentiamo che la nostra parrocchia è coinvolta con l’esempio e la preghiera perché se Dio ci è Padre, la comunità cristiana è ‘madre’ che ci genera e ci fa crescere nella fede, cioè nella relazione con il Signore che continua a manifestarsi ‘dove due o più si riuniscono nel suo nome’. Pure le famiglie di questi ragazzi hanno un ruolo bello e importante: di accompagnamento, di incoraggiamento perché i loro figli vivano con gioia questi momenti ‘graziosi’ del Signore e possano portare frutto nella loro vita. Tutto il percorso di catechesi sottolinea il ruolo strategico dei genitori che continuano ad essere i punti di riferimento fondamentali dei loro figli e i primi educatori (catechisti) della fede delle nuove generazioni. Li vogliamo sostenere perché sentano che la comunità continua a camminare assieme e accanto a loro.

La sinodalità, il camminare insieme è una vocazione fondamentale per la Chiesa, e solo in questo orizzonte è possibile scoprire e valorizzare le diverse vocazioni, i carismi e i ministeri. Al tempo stesso, sappiamo che la Chiesa esiste per evangelizzare, uscendo da sé stessa e spargendo il seme del Vangelo nella storia. Infatti, «in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del Popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cfr Mt 28,19). Ciascun battezzato, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Evangelii gaudium, 120). Bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico Popolo di Dio, laici e pastori insieme. Tutta la Chiesa è comunità evangelizzatrice.
La parola “vocazione” non va intesa in senso restrittivo, riferendola solo a coloro che seguono il Signore sulla via di una particolare consacrazione. Tutti siamo chiamati a partecipare della missione di Cristo di riunire l’umanità dispersa e di riconciliarla con Dio. Ciascuno di noi è una creatura voluta e amata da Dio, per la quale Egli ha avuto un pensiero unico e speciale, e questa scintilla divina, che abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna, siamo chiamati a svilupparla nel corso della nostra vita, contribuendo a far crescere un’umanità animata dall’amore e dall’accoglienza reciproca. Siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza. Insomma, a diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi. In questo senso ampio, non solo i singoli, ma anche i popoli, le comunità e le aggregazioni di vario genere hanno una “vocazione”.
Quando parliamo di “vocazione”, pertanto, si tratta non solo di scegliere questa o quella forma di vita, di votare la propria esistenza a un determinato ministero o di seguire il fascino del carisma di una famiglia religiosa o di un movimento o di una comunità ecclesiale; si tratta di realizzare il sogno di Dio, il grande disegno della fraternità che Gesù aveva nel cuore quando ha pregato il Padre: «Che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Ogni vocazione nella Chiesa, e in senso ampio anche nella società, concorre a un obiettivo comune: far risuonare tra gli uomini e le donne quell’armonia dei molti e differenti doni che solo lo Spirito Santo sa realizzare. Sacerdoti, consacrate e consacrati, fedeli laici camminiamo e lavoriamo insieme, per testimoniare che una grande famiglia umana unita nell’amore non è un’utopia, ma è il progetto per il quale Dio ci ha creati. (Papa Francesco)

Domenica 8 maggio 2022, in occasione della 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, la Chiesa ci richiama in modo particolare a intendere la vita come una chiamata di Dio, una risposta grata all’amore di Dio che sempre ci precede. L’Ufficio della Conferenza Episcopale Italiana per la pastorale delle vocazioni ci stimola a interpretare la vita come vocazione nel senso di un appello a “Fare la storia”, come ad assecondare quella misteriosa azione dello Spirito che tesse le fila della vicenda comunitaria e personale. Non da soli, ma in una fraterna e umana connessione che pandemia e guerra ci risvegliano, siamo chiamati a costruire e disegnare l’esistenza docili allo Spirito. Ci prepariamo ad accogliere il messaggio particolare di Papa Francesco, che nella esortazione post-sinodale Christus Vivit a più riprese ha incoraggiato i giovani: “Lasciate sbocciare i vostri sogni, prendete decisioni”. Invitiamo ogni comunità alla preghiera per le vocazioni. Sono diversi i modi attraverso i quali è possibile servire il Signore e la Chiesa: la via del matrimonio coinvolge ad essere segno dell’amore fedele e fecondo di Cristo; la via della speciale consacrazione fa camminare uomini e donne in un legame di totale ed intima appartenenza al Signore. I giovani attraversano un tempo di grazia per riconoscere, interpretare e scegliere la maniera più affascinante di vivere la propria identità di figli amati da Dio Padre. Nella nostra parrocchia ci daremo delle opportunità di riflessione e preghiera anche comunitarie. Intanto ci invitiamo a unirci con questa preghiera pensa proprio per quest’anno:
Signore, Dio del tempo e della storia, Dio della vita e della bellezza, Dio del sogno e della realtà, ascoltaci, ti preghiamo: insegnaci a tessere e intrecciare trame e ricami d’amore, profondi e veri con te e per te, con gli altri e per gli altri; immergici nell’operosità delle tue mani, nella creatività dei tuoi pensieri, nell’arte amorosa del tuo cuore perché ogni vita annunci bellezza e ogni bellezza parli di te.
Regalaci il coraggio dell’inquietudine, l’intrepido passo dei sognatori, la felice concretezza dei piccoli perché riconoscendo nella storia la tua chiamata viviamo con letizia la nostra vocazione.
Amen.

Ancora riconoscenti per l’esperienza pasquale vissuta, gustata, celebrata e condivisa nella comunità, volgiamo lo sguardo in avanti, sostenuti dalla luce incoraggiante del Signore Risorto.
In realtà, l’incalzare di avvenimenti straordinari sta interrogando seriamente e su più fronti la nostra fede. Ci ritroviamo coinvolti in eventi che sconvolgono l’andamento solito della storia e destabilizzano gli equilibri di benessere materiale, psicologico e spirituale: una crisi economica, le ondate migratorie, una pandemia ed ora una guerra.
E quando ci si trova alla resa dei conti, le domande di senso alzano la mano e interrogano la nostra coscienza. Facciamo appello al nostro sapere, all’esperienza, al buon senso, alle opinioni degli esperti, al parere dei tecnici, al confronto… e anche alla fede.
È in questi momenti che scorgo il mio credere accompagnato da tanti “ma”. Congiunzioni avversative che racchiudono le risposte più spontanee e culturalmente consolidate.
Credo nel Dio della provvidenza ma “meglio una gallina oggi che un uovo domani”, credo nel Dio dell’amore, ma non c’è spazio per tutti; credo nel Risorto, ma la malattia e la morte non hanno senso, credo al Dio della pace, ma la guerra ha le sue leggi.
Nei momenti cruciali, posso sperimentare che credo nel Dio della Vita, ma la mia fede non serve a questa vita. E allora posso lasciarla da parte, oppure posso decidere di usare tutti i “ma” e tradurli da risposte compiute a realtà dubbiose, che accompagnate dall’inquietudine della fede mi permettono di fare verità nei miei pensieri e di orientare alla carità le mie azioni.
Gli avvenimenti straordinari possono, più di ogni altro tempo, essere provvidenza di conversione per trovare anche le risposte della fede alle domande della vita, e possono farci sperimentare la concretezza della nostra fede per noi stessi, nelle relazioni interpersonali e in quelle sociali, politiche ed economiche.
Ecco perché, dopo una quaresima di guerra, che ancora imperversa, vogliamo celebrare assieme il tempo pasquale di quest’anno in compagnia del Dio della pace affinché dispieghi un serio dialogo tra le risposte del mondo e le ragioni della nostra fede.

Stiamo camminando verso la Pasqua, in questo tempo quaresimale lo abbiamo fatto accompagnati dalla fede di Abramo, un uomo che ha sperato contro ogni speranza. Il tempo che stiamo vivendo ci sta obbligando a vedere l’invisibile e credere l’insperabile. Ma se ci pensiamo bene è ciò che noi raccogliamo dalla vicenda di Gesù, e in modo ancora più nitido negli ultimi passi dell’esistenza del Cristo, Figlio di Dio e figlio dell’uomo. Ogni anno la Pasqua ci rivela qualcosa di nuovo e ci indica atteggiamenti sempre tutti da imparare, per entrare nel mistero di quell’uomo crocifisso che ha ancora molto da insegnarci nell’affrontare l’arte della vita e cogliere il senso della storia umana. La situazione pandemica prima, la guerra ora, potrebbero portarci allo scoraggiamento e a pensare che l’umanità non ce la farà mai a entrare nella logica divina del vangelo della cura e del rispetto;della pratica della riconciliazione e della pace; delle scelte della misericordia e del perdono.Anche noi, un po’ come le donne piangenti al sepolcro o gli apostoli impauriti rinchiusi nel Cenacolo o i due discepoli di Emmaus con il cuore sconsolato e lo sguardo rassegnato a tal punto di non essere capaci di riconoscere chi hanno accanto, entriamo nel mistero pasquale che celebriamo in questi giorni, mistero di morte e di resurrezione. Mistero di morte. E’ un evento che ci scuote e ci interpella, che ci strappa fuori dalla nostra consueta abitudine ad adattarci ad ogni situazione, sconfinando nella insensibilità e indifferenza. E’ come la morte di una persona cara, che ti fa morire dentro; come una vittima della violenza che suscita compassione e fa scoppiare il pianto; come il sangue innocente e inerme che scatena rabbia e risveglia l’orrore per la cattiveria umana che fa diventare “l’uomo lupo per un altro uomo”, capace dei gesti folli e disumani. Non possiamo glissare troppo facilmente l’incontro con quel crocifisso che ci parla dei troppi crocifissi della storia, anche di oggi. Non possiamo non sostare davanti a quell’uomo della croce, per entrare in quel mistero di male e di amore, di silenzio e di rivelazione, di debolezza e di forza che inonda il nostro cuore e che ci apre lo sguardo sulla vita delle persone e del mondo. Il venerdì santo non è un passaggio sbagliato, un vicolo cieco da cui si deve tornare indietro, è piuttosto la strada della salvezza, la scelta libera di Dio che diventa passione per l’uomo, decisione risoluta di combattere il male con il bene, di vivere il dolore con amore, di combattere la cattiveria e la stupidità umana con la tenerezza del perdono. Questa è la Via Crucis di Cristo, questa è la Via Lucis per noi. Questa è la strada della vita, da intraprendere, da fare nostra. Il magistero universale di Gesù si rende manifesto sopra quel legno:“tutti volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv, 19,7). Il mistero della resurrezione parte da lì e sprigiona la sua luce proprio nell’ora più buia della storia. L’umanità non era mai caduta così in basso. L’incomprensione radicale e il rifiuto ottuso della salvezza portata da Dio, in Gesù, non impedisce la possibilità di redenzione, di rinascita dalle macerie del proprio peccato. Questo è l’annuncio esplosivo della Pasqua di Resurrezione. Questa è la forza propulsiva che inonda ancora una volta la nostra vita e la storia di oggi per dirci con fermezza: non arrenderti al male! Non cedere alla violenza! Non credere alla vendetta! Non alimentare l’odio! Non uccidere le persone con le pietre del giudizio e della condanna! Risorgi con gesti di amore! Rinasci con scelte di riconciliazione! Sii artigiano di pace! Riparti con abbracci di perdono! Sentiamo che il mistero pasquale di Cristo che patisce, muore e risorge, continua ad essere il cammino ineguagliabile ma assolutamente necessario da percorrere da tutti e ognuno, non c’è altra strada da fare se non quella indicata da Lui.In questi giorni santi il Signore ci darà sicuramente una forza rinnovata per percorrerla.
Buoni passi pasquali a tutta la comunità cristiana di Villafranca.

Don Giuseppe e collaboratori

Il tuo pianto, o Madre, smuova i nostri cuori induriti. Le lacrime che per noi hai versato facciano rifiorire questa valle che il nostro odio ha prosciugato. E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera cidisponga alla pace. Le tue mani materne accarezzino quanti soffrono e fuggono sotto il peso delle bombe. Il tuo abbraccio materno consoli quanti sono costretti a lasciare le loro case e il loro Paese. Il tuo Cuore addolorato ci muova a compassione e ci sospinga ad aprire le porte e a prenderci cura dell’umanità ferita e scartata.
Santa Madre di Dio, mentre stavi sotto la croce, Gesù, vedendo il discepolo accanto a te, ti ha detto: «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26): così ti ha affidato ciascuno di noi. Poi al discepolo, a ognuno di noi, ha detto: «Ecco tua madre» (v. 27). Madre, desideriamo adesso accoglierti nella nostra vita e nella nostra storia. In quest’ora l’umanità, sfinita e stravolta, sta sotto la croce con te. E ha bisogno di affidarsi a te, di consacrarsi a Cristo attraverso di te. Il popolo ucraino e il popolo russo, che ti venerano con amore, ricorrono a te, mentre il tuo Cuore palpita per loro e per tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria.
Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina. Accogli questo nostro atto che compiamo con fiducia e amore, fa’ che cessi la guerra, provvedi al mondo la pace. Il sì scaturito dal tuo Cuore aprì le porte della storia al Principe della pace; confidiamo che ancora, per mezzo del tuo Cuore, la pace verrà. A te dunque consacriamo l’avvenire dell’intera famiglia umana, le necessità e le attese dei popoli, le angosce e le speranze del mondo.
Attraverso di te si riversi sulla Terra la divina Misericordia e il dolce battito della pace torni a scandire le nostre giornate. Donna del sì, su cui è disceso lo Spirito Santo, riporta tra noi l’armonia di Dio. Disseta l’aridità del nostro cuore, tu che “sei di speranza fontana vivace”. Hai tessuto l’umanità a Gesù, fa’ di noi degli artigiani di comunione. Hai camminato sulle nostre strade, guidaci sui sentieri della pace. Amen.

(Consacrazione a Maria)

O Maria, Madre di Dio e Madre nostra, noi, in quest’ora di tribolazione, ricorriamo a te. Tu sei Madre, ci ami e ci conosci: niente ti è nascosto di quanto abbiamo a cuore. Madre di misericordia, tante volte abbiamo sperimentato la tua provvidente tenerezza, la tua presenza che riporta la pace, perché tu sempre ci guidi a Gesù, Principe della pace. Ma noi abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani. Ci siamo ammalati di avidità, ci siamo rinchiusi in interessi nazionalisti, ci siamo lasciati inaridire dall’indifferenza e paralizzare dall’egoismo. Abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi, dimenticandoci che siamo custodi del nostro prossimo e della stessa casa comune. Abbiamo dilaniato con la guerra il giardino della Terra, abbiamo ferito con il peccato il cuore del Padre nostro, che ci vuole fratelli e sorelle. Siamo diventati indifferenti a tutti e a tutto, fuorché a noi stessi. E con vergogna diciamo: perdonaci, Signore!
Ricorriamo dunque a te, bussiamo alla porta del tuo Cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. In quest’ora buia vieni a soccorrerci e consolarci. Ripeti a ciascuno di noi: “Non sono forse qui io, che sono tua Madre?” Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo. Riponiamo la nostra fiducia in te. Siamo certi che tu, specialmente nel momento della prova, non disprezzi le nostre suppliche e vieni in nostro aiuto. Abbiamo urgente bisogno del tuo intervento materno. Accogli dunque, o Madre, questa nostra supplica.
Tu, stella del mare, non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra.
Tu, arca della nuova alleanza, ispira progetti e vie di riconciliazione.
Tu, “terra del Cielo”, riporta la concordia di Dio nel mondo.
Estingui l’odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono.
Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare.
Regina del Rosario, ridesta in noi il bisogno di pregare e di amare.
Regina della famiglia umana, mostra ai popoli la via della fraternità.
Regina della pace, ottieni al mondo la pace.
 
 
Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi. Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala. Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un “linguaggio a lunga conservazione”. È difficile sottrarsi all’urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: “Convertiti e credi al Vangelo”.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Una predica, quella del giovedì santo, priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il lavarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate. Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? “Una tantum” per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni! Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua.
La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnere l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare sui piedi degli altri. Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa. Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
(Tonino Bello, Vescovo)