Il clima è un bene comune, di tutti e per tutti. Esso, a livello globale, è un sistema complesso in relazione con molte condizioni essenziali per la vita umana. Esiste un consenso scientifico molto consistente che indica che siamo in presenza di un preoccupante riscaldamento del sistema climatico. Negli ultimi decenni, tale riscaldamento è stato accompagnato dal costante innalzamento del livello del mare, e inoltre è difficile non metterlo in relazione con l’aumento degli eventi meteorologici estremi, a prescindere dal fatto che non si possa attribuire una causa scientificamente determinabile ad ogni fenomeno particolare. L’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita,di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano. E’ vero che ci sono altri fattori (quali il vulcanismo, le variazioni dell’orbita e dell’asse terrestre, il ciclo solare), ma numerosi studi scientifici indicano che la maggior parte del riscaldamento globale degli ultimi decenni è dovuta alla grande concentrazione di gas serra (biossido di carbonio, metano, ossido di azoto ed altri) emessi soprattutto a causa dell’attività umana. La loro concentrazione nell’atmosfera ostacola la dispersione del calore che la luce del sole produce sulla superficie della terra. Ciò viene potenziato specialmente dal modello di sviluppo basato sull’uso intensivo di combustibili fossili, che sta al centro del sistema energetico mondiale. Ha inciso anche l’aumento della pratica del cambiamento d’uso del suolo, principalmente la deforestazione per finalità agricola.
24. A sua volta, il riscaldamento ha effetti sul ciclo del carbonio. Crea un circolo vizioso che aggrava ancora di più la situazione e che inciderà sulla disponibilità di risorse essenziali come l’acqua potabile, l’energia e la produzione agricola delle zone più calde, e provocherà l’estinzione di parte della biodiversità del pianeta. Lo scioglimento dei ghiacci polari e di quelli d’alta quota minaccia la fuoriuscita ad alto rischio di gas metano, e la decomposizione della materia organica congelata potrebbe accentuare ancora di più l’emissione di biossido di carbonio. A sua volta, la perdita di foreste tropicali peggiora le cose, giacché esse aiutano a mitigare il cambiamento climatico. L’inquinamento prodotto dal biossido di carbonio aumenta l’acidità degli oceani e compromette la catena alimentare marina. Se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi. L’innalzamento del livello del mare, ad esempio, può creare situazioni di estrema gravità se si tiene conto che un quarto della popolazione mondiale vive in riva al mare o molto vicino ad esso, e la maggior parte delle megalopoli sono situate in zone costiere.
25. I cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità. Gli impatti più pesanti probabilmente ricadranno nei prossimi decenni sui Paesi in via di sviluppo. Molti poveri vivono in luoghi particolarmente colpiti da fenomeni connessi al riscaldamento, e i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai cosiddetti servizi dell’ecosistema, come l’agricoltura, la pesca e le risorse forestali. Non hanno altre disponibilità economiche e altre risorse che permettano loro di adattarsi agli impatti climatici o di far fronte a situazioni catastrofiche, e hanno poco accesso a servizi sociali e di tutela. Per esempio, i cambiamenti climatici danno origine a migrazioni di animali e vegetali che non sempre possono adattarsi, e questo a sua volta intacca le risorse produttive dei più poveri, i quali pure si vedono obbligati a migrare con grande incertezza sul futuro della loro vita e dei loro figli. E’ tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. Purtroppo c’è una generale indifferenza di fronte a queste tragedie, che accadono tuttora in diverse parti del mondo. La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile. (Laudato Si’, 23-25)
Esistono forme di inquinamento che colpiscono quotidianamente le persone con effetti sulla salute, in particolare dei più poveri, e provocano milioni di morti premature. Ci si ammala, per esempio, a causa di inalazioni di elevate quantità di fumo prodotto dai combustibili utilizzati per cucinare o per riscaldarsi. A questo si aggiunge l’inquinamento che colpisce tutti, causato dal trasporto, dai fumi dell’industria, dalle discariche di sostanze che contribuiscono all’acidificazione del suolo e dell’acqua, da fertilizzanti, insetticidi, fungicidi, diserbanti e pesticidi tossici in generale. La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose. C’è da considerare anche l’inquinamento prodotto dai rifiuti in diversi ambienti. Si producono centinaia di milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, molti dei quali non biodegradabili: rifiuti domestici e commerciali, detriti di demolizioni, rifiuti clinici, elettronici o industriali, rifiuti altamente tossici e radioattivi. La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia. In molti luoghi del pianeta, gli anziani ricordano con nostalgia i paesaggi d’altri tempi, che ora appaiono sommersi da spazzatura. Molte volte si prendono misure solo quando si sono prodotti effetti irreversibili per la salute delle persone. Questi problemi sono intimamente legati alla cultura dello scarto, che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura. Rendiamoci conto, per esempio, che la maggior parte della carta che si produce viene gettata e non riciclata. Stentiamo a riconoscere che il funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare: le piante sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivori, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova generazione di vegetali. Al contrario, il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare. Affrontare tale questione sarebbe un modo di contrastare la cultura dello scarto che finisce per danneggiare il pianeta intero, ma osserviamo che i progressi in questa direzione sono ancora molto scarsi.
 
(Laudato Si’, 20-22)(Laudato Si’, 17-19)
Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità. Per questo, prima di riconoscere come la fede apporta nuove motivazioni ed esigenze di fronte al mondo del quale facciamo parte, propongo di soffermarci brevemente a considerare quello che sta accadendo alla nostra casa comune.

18. La continua accelerazione dei cambiamenti dell’umanità e del pianeta si unisce oggi all’intensificazione dei ritmi di vita e di lavoro, in quella che in spagnolo alcuni chiamano “rapidación” (rapidizzazione). Benché il cambiamento faccia parte della dinamica dei sistemi complessi, la velocità che le azioni umane gli impongono oggi contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica. A ciò si aggiunge il problema che gli obiettivi di questo cambiamento veloce e costante non necessariamente sono orientati al bene comune e a uno sviluppo umano, sostenibile e integrale. Il cambiamento è qualcosa di auspicabile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità.

19. Dopo un tempo di fiducia irrazionale nel progresso e nelle capacità umane, una parte della società sta entrando in una fase di maggiore consapevolezza. Si avverte una crescente sensibilità riguardo all’ambiente e alla cura della natura, e matura una sincera e dolorosa preoccupazione per ciò che sta accadendo al nostro pianeta. Facciamo un percorso, che sarà certamente incompleto, attraverso quelle questioni che oggi ci provocano inquietudine e che ormai non possiamo più nascondere sotto il tappeto. L’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare.

(Laudato Si’, 17-19)
Santa Maria, serva del Signore, che ti sei consegnata anima e corpo a lui e hai fatto l’ingresso nel suo casato come collaboratrice familiare della sua opera di salvezza, donna veramente alla pari, che la grazia ha introdotto nell’intimità trinitaria e ha reso scrigno delle confidenze divine, domestica del regno, che hai interpretato il servizio non come riduzione di libertà, ma come appartenenza irreversibile alla stirpe di Dio, noi ti chiediamo di ammetterei alla scuola di quel diaconato permanente di cui ci sei stata impareggiabile maestra. Al contrario di te, facciamo fatica a metterci alle dipendenze di Dio, e stentiamo a capire che solo la resa incondizionata alla sua sovranità ci può fornire l’alfabeto primordiale per la lettura di ogni altro umano servizio. La sottomissione a lui, invece che collocarla in un quadro di alleanza bilaterale, la sentiamo come una variabile della schiavitù. Siamo gelosi, insomma, della nostra autonomia. E l’affermazione solenne che «servire Dio significa regnare» non ci persuade più di tanto.
Santa Maria, serva della Parola, serva a tal punto che, oltre ad ascoltarla e custodirla, l’hai accolta incarnata nel Cristo, aiutaci a mettere Gesù al centro della nostra vita. Dacci una mano perché sappiamo essergli fedeli fino in fondo. Donaci la beatitudine di quei servi, che egli, tornando nel cuore della notte, troverà ancora svegli, e che, dopo essersi cinte le vesti, lui stesso farà mettere a tavola e passerà a servire. Fa’ che il vangelo diventi la norma ispiratrice di ogni nostra scelta quotidiana. Rendici capaci di obbedienze gaudiose. E metti, finalmente, le ali ai nostri piedi perché alla Parola possiamo rendere il servizio missionario dell’annuncio, fino agli estremi confini della terra. Santa Maria, serva del mondo, che subito dopo esserti dichiarata ancella di Dio sei corsa a farti ancella di Elisabetta, conferisci ai nostri passi la fretta premurosa con cui tu raggiungesti la città di Giuda, simbolo di quel mondo di fronte al quale la Chiesa è chiamata a cingersi il grembiule. Restituisci cadenze di gratuità al nostro servizio così spesso contaminato dalle scorie dell’asservimento. E fa’ che le ombre del potere non si allunghino mai sui nostri offertori. Tu che hai sperimentato le tribolazioni dei poveri, aiutaci a mettere a loro disposizione la nostra vita, con i gesti discreti del silenzio e non con gli spot pubblicitari del protagonismo. Rendici consapevoli che, sotto le mentite spoglie degli affaticati e degli oppressi, si nasconde il Re. Apri il nostro cuore alle sofferenze dei fratelli. E perché possiamo essere pronti a intuirne le necessità, donaci occhi gonfi di tenerezza e di speranza.
(Don Tonino Bello. Maria, donna dei nostri giorni)
 
 
Santa Maria, donna di frontiera, noi siamo affascinati da questa tua collocazione che ti vede, nella storia della salvezza, perennemente attestata sulle linee di confine, tutta tesa non a separare, ma a congiungere mondi diversi che si confrontano. Tu stai sui crinali che passano tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Tu sei l’orizzonte che congiunge le ultime propaggini della notte e i primi chiarori del giorno. Tu sei l’aurora che precede il Sole di giustizia. Tu sei la stella del mattino. In te, come dice la lettera ai Galati, giunge «la pienezza dei tempi» in cui Dio decide di nascere «da donna»: con la tua persona, cioè, si conclude un processo cronologico centrato sulla giustizia, e ne matura un altro centrato sulla misericordia. Santa Maria, donna di frontiera, grazie per la tua collocazione accanto alla croce di Gesù. Issata fuori dell’abitato, quella croce sintetizza le periferie della storia ed è il simbolo di tutte le marginalità della terra: ma è anche luogo di frontiera, dove il futuro si introduce nel presente, allagandolo di speranza. È di questa speranza che abbiamo bisogno. Mettiti, perciò, al nostro fianco. Noi oggi stiamo vivendo l’epoca della transizione. Scorgiamo le pietre terminali delle nostre secolari civiltà. Addensàti sugli incroci, ci sentiamo protagonisti di un drammatico trapasso epocale, quasi da un’era geologica all’altra. Ammassàti sul discrimine da cui si divaricano le culture, siamo incerti se scavalcare i paletti catastali che hanno protetto finora le nostre identità. Le «cose nuove» con cui ci obbligano a fare i conti le turbe dei poveri, gli oppressi, i rifugiati, gli uomini di colore, e tutti coloro che mettono a soqquadro le nostre antiche regole del gioco, ci fanno paura. Per difenderci dagli stranieri ingrossiamo i cordoni di sicurezza. Le frontiere, insomma, nonostante il gran parlare sulle nostre panoramiche multirazziali, siamo più tentati a chiuderle che ad aprirle. Perciò abbiamo bisogno di te: perché la speranza abbia il sopravvento e non abbia a collassarci un tragico «shock» da futuro. Santa Maria, donna di frontiera, c’è un appellativo dolcissimo con cui l’antica tradizione cristiana, esprimendo questo tuo stare sugli estremi confini della terra, ti invoca come «porta del cielo». Ebbene, nell’ora della morte, come hai fatto con Gesù, fermati accanto alla nostra solitudine. Sorveglia le nostre agonie. Non muoverti dal nostro fianco. Sull’ultima linea che separa l’esilio dalla patria, tendici la mano. Perché, se sul limitare decisivo della nostra salvezza ci sarai tu, passeremo la frontiera. Anche senza passaporto.

(Don Tonino Bello. Maria, donna dei nostri giorni)
 
 

Partito l'angelo da Nazaret, «Maria, alzatasi, (anastàsa) si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta la città di Giuda»… È rischioso pensare che Luca voglia alludere a Maria come simbolo della Chiesa «risorta» che, in tutta fretta, si muove a portare lieti annunci al mondo?... La parola anastàsa sta a sottolineare per lo meno una cosa: la risolutezza di Maria… È lei che decide di muoversi per prima: non viene sollecitata da nessuno. È lei che s'inventa questo viaggio: non riceve suggerimenti dall'esterno. È lei che si risolve a fare il primo passo: non attende che siano gli altri a prendere l'iniziativa…

 

Santa Maria, donna del primo passo, ministra dolcissima della grazia preveniente di Dio, «àlzati» ancora una volta in tutta fretta, e vieni ad aiutarci prima che sia troppo tardi. Abbiamo bisogno di te. Non attendere la nostra implorazione. Anticipa ogni nostro gemito di pietà. Prenditi il diritto di precedenza su tutte le nostre iniziative. Quando il peccato ci travolge, e ci paralizza la vita, non aspettare il nostro pentimento. Previeni il nostro grido d'aiuto. Corri subito accanto a noi e organizza la speranza attorno alle nostre disfatte. Se non ci brucerai sul tempo, saremo incapaci perfino di rimorso. Se non sarai tu a muoverti per prima, noi rimarremo nel fango. E se non sarai tu a scavarci nel cuore cisterne di nostalgia, non sentiremo più neppure il bisogno di Dio.
Santa Maria, donna del primo passo, chi sa quante volte, nella tua vita terrena, avrai stupito la gente per avere sempre anticipato tutti gli altri agli appuntamenti del perdono. Chi sa con quale sollecitudine, dopo aver ricevuto un torto dall'inquilina di fronte, ti sei «alzata» per prima e hai bussato alla sua porta, e l'hai liberata dal disagio, e non hai disdegnato il suo abbraccio. Chi sa con quale tenerezza, nella notte del tradimento, ti sei «alzata» per raccogliere nel tuo mantello il pianto amaro di Pietro. Chi sa con quale batticuore sei uscita di casa per distogliere Giuda dalla strada del suicidio: peccato che non l'abbia trovato. Ma c'è da scommettere che, dopo la deposizione di Gesù, sei andata a deporre dall'albero anche lui, e gli avrai composte le membra nella pace della morte. Donaci, ti preghiamo, la forza di partire per primi ogni volta che c'è da dare il perdono. Rendici, come te, esperti del primo passo. Non farci rimandare a domani un incontro di pace che possiamo concludere oggi. Brucia le nostre indecisioni. Distoglici dalle nostre calcolate perplessità. Liberaci dalla tristezza del nostro estenuante attendismo. E aiutaci perché nessuno di noi faccia stare il fratello sulla brace, ripetendo con disprezzo: tocca a lui muoversi per primo!
Santa Maria, donna del primo passo, esperta come nessun altro del metodo preventivo, abile nel precedere tutti sulla battuta, rapidissima a giocare d'anticipo nelle partite della salvezza, gioca d'anticipo anche sul cuore di Dio. Sicché, quando busseremo alla porta del cielo, e compariremo davanti all'Eterno, previeni la sua sentenza. «Alzati» per l'ultima volta dal tuo trono di gloria, e vieni incontro a noi. Prendici per mano, e coprici col tuo manto. Con un lampo di misericordia negli occhi, anticipa il suo verdetto di grazia. E saremo sicuri del perdono. Perché la felicità più grande di Dio è quella di ratificare ciò che hai deciso tu.

 (Don Tonino Bello, Maria, donna dei nostri giorni)

 
 

Anche se l'estasi era l'esperienza a cui Dio spesso la chiamava, non si sentiva dispensata dalla fatica di stare con i piedi per terra... Sì, anche lei ha avuto i suoi problemi: di salute, di economia, di rapporti, di adattamento… Come tutte le donne, ha provato pure lei la sofferenza di non sentirsi compresa, neppure dai due amori più grandi che avesse sulla terra. E avrà temuto di deluderli. O di non essere all'altezza del ruolo…

Santa Maria, donna feriale, forse tu sola puoi capire che questa nostra follia di ricondurti entro i confini dell'esperienza terra terra, che noi pure viviamo, non è il segno di mode dissacratorie.
Se per un attimo osiamo toglierti l'aureola, è perché vogliamo vedere quanto sei bella a capo scoperto.
Se spegniamo i riflettori puntati su di te, è perché ci sembra di misurare meglio l'onnipotenza di Dio, che dietro le ombre della tua carne ha nascosto le sorgenti della luce. Sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare. Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. È perché, vedendoti cosi vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà. Santa Maria, donna feriale, aiutaci a comprendere che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone all'interno della Bibbia o della patristica, della spiritualità o della liturgia, dei dogmi o dell'arte. Ma è quello che ti colloca all'interno della casa di Nazaret, dove tra pentole e telai, tra lacrime e preghiere, tra gomitoli di lana e rotoli della Scrittura, hai sperimentato, in tutto lo spessore della tua antieroica femminilità, gioie senza malizia, amarezze senza disperazioni, partenze senza ritorni. Santa Maria, donna feriale, liberaci dalle nostalgie dell'epopea, e insegnaci a considerare la vita quotidiana come il cantiere dove si costruisce la storia della salvezza. Allenta gli ormeggi delle nostre paure, perché possiamo sperimentare come te l'abbandono alla volontà di Dio nelle pieghe prosaiche del tempo e nelle agonie lente delle ore. E torna a camminare discretamente con noi, o creatura straordinaria innamorata di normalità, che prima di essere incoronata regina del cielo, hai ingoiato la polvere della nostra povera terra.

(Don Tonino Bello, Maria, donna dei nostri giorni)

I discepoli, chiamati a seguire il Maestro di Nazaret, devono decidersi a passare all’altra riva, scegliendo con coraggio di abbandonare le proprie sicurezze e di mettersi alla sequela del Signore. Questa avventura non è pacifica: arriva la notte, soffia il vento contrario, la barca è sballottata dalle onde, e la paura di non farcela e di non essere all’altezza della chiamata rischia di sovrastarli. Il Vangelo ci dice, però, che nell’avventura di questo non facile viaggio non siamo soli… La prima parola della vocazione, allora, è gratitudine. Navigare verso la rotta giusta non è un compito affidato solo ai nostri sforzi, né dipende solo dai percorsi che scegliamo di fare. La realizzazione di noi stessi e dei nostri progetti di vita non è il risultato matematico di ciò che decidiamo dentro un “io” isolato; al contrario, è prima di tutto la risposta a una chiamata che ci viene dall’Alto. È il Signore che ci indica la riva verso cui andare. Quando i discepoli vedono Gesù avvicinarsi camminando sulle acque, inizialmente pensano che si tratti di un fantasma e hanno paura. Ma subito Gesù li rassicura con una parola che deve sempre accompagnare la nostra vita: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» . Proprio questa è la seconda parola che vorrei consegnarvi: coraggio. Ciò che spesso ci impedisce di camminare, di crescere, di scegliere la strada che il Signore traccia per noi sono i fantasmi che si agitano nel nostro cuore. Quando siamo chiamati a lasciare la nostra riva sicura e abbracciare uno stato di vita – come il matrimonio, il sacerdozio ordinato, la vita consacrata –, la prima reazione è spesso rappresentata dal “fantasma dell’incredulità”: non è possibile che questa vocazione sia per me; si tratta davvero della strada giusta? Il Signore chiede questo proprio a me? Ma il Signore ci rassicura, oggi come allora. E così, pur in mezzo alle onde, la nostra vita si apre alla lode. È questa l’ultima parola della vocazione, e vuole essere anche l’invito a coltivare l’atteggiamento interiore di Maria Santissima: grata per lo sguardo di Dio che si è posato su di lei, consegnando nella fede le paure e i turbamenti, abbracciando con coraggio la chiamata, Ella ha fatto della sua vita un eterno canto di lode al Signore. Carissimi, specialmente in questa Giornata, desidero che la Chiesa apra brecce nel cuore di ogni fedele, perché ciascuno possa scoprire con gratitudine la chiamata che Dio gli rivolge, trovare il coraggio di dire “sì”, vincere la fatica nella fede in Cristo e, infine, offrire la propria vita come cantico di lode per Dio, per i fratelli e per il mondo intero. La Vergine Maria ci accompagni e interceda per noi.

(Dal Messaggio di Papa Francesco per la Giornata delle Vocazioni)

 

 

 
 
 
 

Come già anticipato la settimana scorsa, l’immagine di riferimento e di collegamento di questi giorni pasquali può essere rintracciata nell’esperienza descritta dagli Atti degli Apostoli, dove una Chiesa embrionale vive con semplicità e familiarità la novità della Risurrezione. Gli Atti ci aprono una pluralità di prospettive che sentiamo attuali e vicine a quanto stiamo vivendo: l’azione dello Spirito che sempre anticipa e precede le iniziative della Chiesa; la gioia di essere credenti credibili; l’evangelizzazione e la spinta missionaria; i processi di discernimento e di scelta all’interno della Chiesa; la nascita di forme ministeriali. Nel tempo di Pasqua vorremmo sottolineare ed evidenziare particolarmente due attenzioni:

  1. la preghiera nelle case e il prendere i pasti in letizia
  2. l’attenzione alle necessità delle persone e la condivisione dei beni, perché nessuno sia privo del necessario.

Il primo punto l’abbiamo presentato nel 7 Giorni di domenica scorsa. In questo numero aggiungiamo qualcosa riguardo alla seconda sottolineatura.

2. «Nessuno tra loro era bisognoso» (Atti 4,34). L’attenzione alle necessità delle persone e la condivisione dei beni, perché nessuno sia privo del necessario.

La seconda attenzione che vorremmo fare nostra va nella linea della carità e della condivisione dei beni. Indubbiamente preoccupano la situazione e la tenuta sociale del territorio, che forse avranno conseguenze ancora più pesanti nei prossimi mesi, sul piano economico e occupazionale. Come comunità cristiana vorremmo crescere nello stile della prossimità e della cura reciproca. Ci rendiamo conto che siamo «tutti sulla stessa barca» - come ricordava Papa Francesco lo scorso Venerdì Santo - e siamo tutti potenzialmente delle persone in difficoltà. Non possiamo pensare solo a noi stessi, immaginando di salvarci da soli: possiamo invece sostenerci e affrontare insieme le povertà di questo tempo che sono relazionali e di solitudine, educative, economiche, occupazionali e di precarietà. All’interno trovate un comunicato della nostra Caritas con delle indicazioni concrete.

Il tempo di Pasqua è un momento entusiasmante per tutta la Chiesa. Festeggiamo la resurrezione di Gesù mentre leggiamo nelle Scritture la storia delle prime comunità cristiane: gruppi di donne e uomini generosi e radicali, capaci di annunciare la Buona notizia e costruire relazioni fraterne con tutti. «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (Atti degli Apostoli 2, 46-47).

Quest’anno il tempo di Pasqua giunge durante settimane surreali e faticose che ci fanno vivere tra mille domande. Siamo stati costretti improvvisamente a cambiare le nostre abitudini, mentre alcune attività fondamentali (lavoro, studio, relazioni, hobby) sono momentaneamente in pausa.

Sentiamo il desiderio di affrontare questo momento storico con lo stesso spirito delle prime comunità cristiane. I primi discepoli erano chiamati a vivere la fedeltà a una parola e a una testimonianza rivoluzionarie, anche se il Signore non era più fisicamente tra loro. Sentiamo il bisogno di dirci che anche per noi, in modo del tutto originale, questi giorni sono un tempo della fedeltà.

E’ il tempo della fedeltà al Signore, attraverso la cura della vita spirituale. In queste settimane abbiamo molte proposte di preghiera e riflessione: scegliamo come singoli o come famiglia, quella che più ci sembra adeguata, e viviamola come un piccolo compito fatto di costanza e di fedeltà.

E’ il tempo della fedeltà alla vita, che sembra essere messa in pausa dalla pandemia. Ma non possiamo rimanere fermi, ciascuno nel proprio ambito. Chi ha la possibilità di continuare a lavorare senta la responsabilità di accompagnare il Paese verso il futuro, attraverso il suo impegno quotidiano. Tutti possiamo provare a mettere ordine nelle nostre giornate e magari a coltivare quelle dimensioni o aspetti per i quali non abbiamo mai il tempo.

E’ il tempo della fedeltà ai fratelli, con cui condividiamo questo tempo. Possiamo trovare occasioni concrete per renderci utili nelle nostre comunità, attraverso iniziative di solidarietà. Possiamo farci compagni di strada con chi soffre o è provato dalla solitudine.

Buoni passi e buon incontro con il Signore Risorto.

(Adattamento da un testo dell’AC)

 
 

PASQUA 2020

MORIRE E RISORGERE CON CRISTO (dal Battesimo)

Carissimi, vi raggiungo anche a nome di don Ottavio, don Jean Luc, le suore e di tutto il Consiglio Pastorale per sentirci comunità cristiana uniti nella stessa fede e nella stessa speranza, nonostante i limiti imposti dalla triste e a volte drammatica situazione in cui ci si è trovati a vivere in questi ultimi tempi.

Come vedete non è possibile farvi arrivare la consueta Edizione Speciale Pasquale dei 7 Giorni, anche perché tutto, a livello organizzativo e pastorale, è ridotto all’essenziale e soprattutto affidato all’iniziativa personale.

Il Signore comunque non ci ha abbandonati, anzi ci sta ancora dicendo che, per amore nostro, è disposto a prendere sulle sue spalle la (nostra) croce perché il dono di se stesso diventi fonte di forza e modello di vita per tanti altri fratelli e sorelle che sono desiderosi di seguirlo in questo cammino pasquale.

Tutto ciò è racchiuso dentro il senso del Battesimo che ci è stato dato un giorno grazie ai nostri genitori e che ha ‘acceso’ in noi la luce della fede, cioè questa relazione interpersonale con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo che sostiene quotidianamente la nostra vita. Sempre la nostra esistenza cristiana è segnata da questa dimensione pasquale, inserendoci nella vita di Cristo morto e risorto.

In questi giorni della Settimana Santa, vorremmo viverla in modo del tutto speciale, accompagnando Gesù, passo dopo passo, negli ultimi momenti della sua passione, che ci rivelano come Dio ha “tanto amato il mondo da dare il suo Figlio” e allo stesso tempo dai quali attingiamo spiritualmente i doni della salvezza che ci è stata data gratuitamente a partire dal nostro Battesimo.

Quest’anno sfortunatamente, a motivo dell’emergenza sanitaria per il COVID 19, non potremo trovarci a celebrare insieme in chiesa nemmeno nella Settimana Santa e nella Pasqua, che per noi cristiani sono le celebrazioni più importanti di tutto l’anno liturgico. Tutto questo è fonte di grande pena e tristezza ma vogliamo offrire al Signore questa ‘fatica’ pasquale perché Lui, con la sua presenza e la sua grazia, la possa trasformare in esperienza di intima gioia, per gustare la dolcezza della risurrezione, dono di vita nuova e di vita piena che abbraccia il corpo e lo spirito, la nostra persona e chi ci è caro, l’umanità intera e tutto il creato.

Un augurio sincero di una Santa Pasqua nel Signore Risorto

Don Giuseppe

 

 
 
 
Carissimi parrocchiani, come sapete dalle notizie quotidiane, la situazione che stiamo vivendo sta creando sempre più problemi e chiede a tutti un atteggiamento adeguat che va dalla responsabilità personale fatta di prudenza e attenzione ("io sto a casa") alla fiducia che nel Signore e il suo aiuto possiamo affrontare con forza e senza psicosi anche questa grande prova. Sentiamo che la preghiera personale o in famiglia non è una formalità devozionale ma si impasta con la nostra vita e le difficoltà che stiamo vivendo. Vogliamo cogliere questo tempo come un'occasione per rinsaldare valori e atteggiamenti che non passano mai di moda, ma che nella nostra società, siamo sinceri, si rischia di lasciare in penombra. Come vedete anche a livello parrocchiale tutte le attività catechistiche e formative sono bloccate (le date dei Sacramenti non si possono definire con certezza vista l'evoluzione dell'epidemia ma ormai la prospettiva si apre a tempi futuri non immediati), così pure la preparazione della Santa Pasqua è compromessa e probabilmente non sarà nemmeno possibile celebrarla nella modalità consueta che conosciamo. Questo infonde in noi tanta tristezza, ma allo stesso tempo vogliamo rafforzare la nostra fede nel Signore e chiedere la grazia di vivere bene anche questi tempi difficili, magari aiutandoci con una chiamata telefonica o qualche messaggio che la tecnologia oggi permette. Continuiamo a sostenerci con una preghiera incessante in questi giorni calamitosi che ci stanno tutti preoccupando ma che vogliamo, allo stesso tempo, vivere con fede e forza d'animo, perchè il Signore è con noi. E' encomiabile ed erocio ciò che molti stanno facendo per gli altri (medici, infermieri, volontari, ecc.), perfino arrivando a pagare con la vita (è vangelo pasquale alla stregua del dono della vita che ha fato Gesù per noi). Questo ci fa riflettere molto e dovrebbe spronarci a una profonda conversione personale, famigliare, comunitaria, ecclesiale e sociale passando da atteggiamenti di egoismo, indifferenza e conflitto a uno stile di solidarietà e fraternità che ci dovrebbe accomunare tutti. La Pasqua di Gesù. a cui ci stiamo avvicinando, mira anche a questo. Stiamo attendendo inoltre precise indicazioni del vescovo per poter vivere nel modo migliore i giorni della Settimana Santa e la Pasqua annuale, sicuramente in modo inedito, ma non per questo meno vero e sincero e speriamo con frutto. Continuiamo a sostenerci gli uni agli altri, anche con gesti concreti. Farà bene a chi riceve ma anche a chi dà.
Buona Domenica!
"Distanti ma vicini", vi saluto e vi benedico.
Don Giuseppe